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Tanti auguri, Cappuccino

20/11/2014  Il 17 novembre 1631 nasceva padre Marco d’Aviano, l'inventore della bevanda italiana più famosa al mondo. Si dice che quando si trovava a Vienna il frate entrò in un locale e, non riuscendo a bere il caffè così forte, chiese qualcosa per addolcirlo. Gli portarono del latte e il liquido si schiarì diventando dello stesso colore del saio...

 

Il suo compleanno è scivolato via senza clamore.  Eppure, a ben vedere, qualcosa da festeggiare ci sarebbe pur stato, specialmente in un'epoca come questa, con il morale collettivo sotto i tacchi. Il 17 novembre 1631, ovvero 383 anni fa, nasceva fra Marco d'Aviano. Un credente appassionato al punto d'essere proclamato beato (lo fece Giovanni Paolo II, nel 2003). Il salvatore di Vienna, perché nel 1683 contribuì a liberare la capitale austriaca sotto assedio,  fermando l’avanzata dell’esercito ottomano verso l’Europa occidentale. Ma, anche, l'inventore del cappuccino.

Già, proprio lui: religioso, francescano, cappuccino, appunto. Come in tutta la storia gastronomica, di certezze ce ne sono poche, ma la versione più attendibile attribuisce a padre Marco d’Aviano (1631-1699) l'invenzione della bevanda italiana più famosa al mondo. Si dice che quando si trovava a Vienna il frate entrò in un locale e, non riuscendo a bere il caffè così forte, chiese qualcosa per addolcirlo. Gli portarono del latte e il liquido si schiarì diventando dello stesso colore del saio del religioso. «Kapuziner!» esclamarono gli avventori del locale e il resto è, o meglio pare, storia di un’eccellenza del made in Italy, più diffusa anche dell’espresso proprio perché più dolce.

Ma com’era finito a Vienna questo frate, al secolo Carlo Domenico Cristofori, nato tra i friulani di Villotta? Compiva una “missione impossibile” affidatagli da papa Innocenzo XI: creare una complessa e difficile alleanza tra i sovrani cattolici per fermare gli ottomani. In quel momento, infatti, i turchi disponevano di quasi 200mila soldati, avevano preso Belgrado, avanzavano in Ungheria e marciavano spediti per cogliere – come si diceva allora – “la mela d’oro” del giardino europeo, Vienna. All’epoca, padre Marco era noto soprattutto come predicatore di Padova e del Veneto prima e dell’Europa poi (Baviera, Austria, Fiandre, Parigi, Germania, Boemia, Svizzera), sempre più accompagnato dalla fama di taumaturgo dopo la guarigione prodigiosa di una monaca costretta a letto da 13 anni.

A Vienna, nel 1680 era divenuto amico dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Leopoldo I d’Asburgo, di cui fu consigliere spirituale fino alla morte, e aveva rapporti nelle varie corti europee. Nonostante l’opposizione del francese Luigi XIV, che pur vantava il titolo di “Re Cristianissimo”, il cappuccino riuscì a vincere le rivalità tra i principi cattolici e a formare la Lega Santa, guidata dal polacco Giovanni Sobieski. Alla vigilia della battaglia decisiva, padre Marco fu accanto ai soldati, celebrando la Messa sul Monte Calvo, la collina che sovrasta Vienna, e invitandoli a credere nell’aiuto divino. Nonostante l’inferiorità numerica, nella battaglia tra l’11 e il 12 settembre 1683, l’esercito turco venne respinto dopo due mesi di assedio alla città. Papa Innocenzo XI proclamò la giornata “Festa del Santissimo Nome di Maria” e l’operazione militare, che allontanò definitivamente il “pericolo ottomano” dall’Europa occidentale, continuò con la riconquista di Buda, capitale dell’Ungheria, nel 1685 e successivamente della Serbia.

L’impresa di Vienna e il ruolo di Marco d’Aviano sono stati recentemente rievocati dal romanzo storico “Gli Ussari Alati” di Daniele Cellamare, docente alla Sapienza di Roma ed esperto di storia militare; il titolo del libro, giunto alla seconda ristampa ad un mese dall’uscita, richiama il temibile reparto di cavalleria scelta che fu decisivo nel mettere in fuga l’esercito turco. In occasione della sua beatificazione, il cardinale José Saraiva Martins, allora prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, precisò che era necessario contestualizzare la figura e il messaggio del frate cappuccino. «Marco d’Aviano – spiegò – non ha combattuto l’islam inteso come religione, né ha promosso “crociate preventive”, ma ha solo dato il suo contributo per la difesa da un aggressore, che era allora l’Impero ottomano». La sua fama di uomo giusto si diffuse anche tra i musulmani quando, dopo la liberazione di Belgrado il 6 settembre 1688, intervenne personalmente per salvare ottocento soldati della Sublime Porta, catturati dai cristiani e che altrimenti sarebbero stati passati a fil di spada.

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