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mercoledì 22 settembre 2021
 
Il ricordo dell’ex Console italiano
 

È scomparso Pierantonio Costa, Giusto del Ruanda

10/01/2021  Salvò duemila persone, all’epoca del genocidio nel piccolo Paese africano. Lo Schindler d’Africa è mancato il 1° gennaio scorso. Per dieci anni mantenne segreto il suo impegno per portare al sicuro tante persone, fra cui soprattutto bambini, durante la feroce “caccia all’uomo” del 1994

Qui e in copertina, Pierantonio Costa. L'immagine di copertina è del 2009, scattata all'interno dell'ofanotrofio di Nyanza, in Ruanda. All'epoca del genocidio riuscì a proteggere e a mantenere al sicuro gli oltre 600 bambini che vi trovarono rifugio, insieme ai padri rogazionisti Eros Borile e Giorgio Vito e a don Vito Misuraca.
Qui e in copertina, Pierantonio Costa. L'immagine di copertina è del 2009, scattata all'interno dell'ofanotrofio di Nyanza, in Ruanda. All'epoca del genocidio riuscì a proteggere e a mantenere al sicuro gli oltre 600 bambini che vi trovarono rifugio, insieme ai padri rogazionisti Eros Borile e Giorgio Vito e a don Vito Misuraca.

È scomparso Pierantonio Costa, il console onorario d’Italia che durante il genocidio in Ruanda, nel 1994, prodigandosi in tutti i modi, era riuscito a mettere in salvo poco meno di duemila persone. Il Perlasca d’Africa, o se vogliamo lo Schindler, uno di quelli che di fronte al male, alla barbarie, alla violenza più feroce, non ha accettato di girarsi dall’altra parte. Uno di quelli – come direbbe lui stesso – che «alla mattina vuole potersi guardare allo specchio, senza provare vergogna». Quando il piccolo Ruanda divenne per cento terribili giorni un mattatoio, tanti europei fuggirono, altri si chiusero in casa, lui si mise a salvare persone. All’inizio gli italiani presenti in Ruanda, ma presto anche persone di altri Paesi che si trovavano bloccati nel Paese africano. E come è capitato a Schindler o a Perlasca, ben presto capì che non poteva rimanere impotente di fronte alla tragedia che stava accadendo: era in corso la caccia all’uomo, in Ruanda, al termine del genocidio si contarono 973 mila vittime, cioè 416 esseri umani uccisi per ogni ora di quei 100 giorni, 7 per ogni minuto. Uno dei grandi drammi del secolo scorso.

Il cippo dedicato a Pierantonio Costa nel Giardino dei Giusti di Milano.
Il cippo dedicato a Pierantonio Costa nel Giardino dei Giusti di Milano.

Fra le duemila persone che salvò molti erano bambini, la maggior parte. Pochi, certo, rispetto al milione di vittime. Moltissimi per un uomo solo, che ha agito avvalendosi dell’aiuto del poco potere che gli veniva dalla sua influenza di facoltoso imprenditore e di console italiano, dalla propria famiglia (la moglie Marian, i tre figli Olivier, Caroline e Mathieu), da pochi amici e conoscenti (Renata Tomini, Marziano Bettega, Alexis Briquet, i missionari rogazionisti Eros Borile e Giorgio Vito, don Vito Misuraca e pochi altri).

In mezzo ai machete che spaccavano teste, agli stupri di massa, ai massacri indiscriminati perpetrati anche nelle chiese, Pierantonio Costa continuò a viaggiare tra Ruanda e il vicino Burundi, a compilare liste di persone da porre “sotto la protezione del Governo italiano”, a trattare con le autorità per ottenere complicatissimi permessi di uscita dal Paese, a pagare – magari con pochi franchi ruandesi – gli assassini che ai posti di blocco fermavano le sue macchine o pulmini con a bordo le persone da portare al sicuro, oltre confine.

Pierantonio Costa con Zura Kurahimbi, candidata con lui e con Yolande Mukagasana al NObel per la Pace nel 2011.
Pierantonio Costa con Zura Kurahimbi, candidata con lui e con Yolande Mukagasana al NObel per la Pace nel 2011.

“Chi salva una vita salva il mondo intero”, recita la famosa frase. Perciò, un Giusto. Anche lui, come altri Giusti, non aveva mai raccontato ciò che aveva fatto. Per dieci anni il “suo Ruanda del genocidio” era rimasto sconosciuto, in parte anche alla stessa moglie, che non aveva messo a conoscenza di tanti rischi che aveva corso. Chi scrive riuscì a fargli raccontare la sua storia, nel 2004. E fu un’impresa convincerlo. Ne nacque un libro, La lista del Console (edizioni Paoline), e più tardi un documentario, nel 2010, per la regia di Alessandro Rocca. Quando la vicenda divenne pubblica ottenne riconoscimenti in Belgio e in Italia (fu premiato a Roma, dall’allora sindaco Walter Veltroni). Gli hanno dedicato un albero nel Giardino dei Giusti di Padova e poi in quello di Milano. Fu anche candidato al Nobel per la Pace, nel 2011, insieme a due altre Giuste ruandesi, Yolande Mukagasana e Zuri Kurahimbi.

Costa al posto di frontiera fra Ruanda e Burundi, da dove fece uscire i 375 bambini che mise in salvo durante il genocidio, insieme ad Alexis Briquet.
Costa al posto di frontiera fra Ruanda e Burundi, da dove fece uscire i 375 bambini che mise in salvo durante il genocidio, insieme ad Alexis Briquet.

Ma in tutti questi anni ha sempre ripetuto, quasi ossessivamente, che era riuscito a «fare solo questo, niente di più». Il suo cruccio erano gli altri, quelli che non era riuscito a salvare, quelli per i quali non aveva avuto abbastanza energie o denaro o tempo a disposizione per portarli via da quell’inferno. In una sola missione aveva portato in Burundi 375 bambini: un’operazione impossibile, da film, realizzata insieme ad Alexis Briquet, un volontario svizzero che stava operando per Terre des Hommes. Anche Alexis, per una singolare coincidenza, è mancato poche settimane fa, a metà dicembre del 2020. Ma quei bambini oggi sono giovani donne e giovani uomini.

In quei 100 giorni perse dieci chili di peso, 300 mila dollari in contanti e 3 milioni di proprietà. Ma anche questo non lo disse mai, se non tanto tempo dopo, a tarda sera e davanti a un bicchiere di vino. Perché le energie e le risorse impiegate non erano certo l’aspetto importante, per lui. Quello che contava era di non aver potuto fare di più. Troppi suoi amici, conoscenti, o anche solo persone che aveva saputo essere in pericolo non era riuscito a salvarle, non aveva fatto in tempo. E per loro gli si incrinava la voce, anche dopo 10 anni, anche quando, in seguito, andammo in decine di incontri a parlare di Ruanda, del genocidio, di ciò che aveva fatto in quei terribili giorni.

Costa insieme a padre Eros Borile, missionario rogazionista, a Nyanza.
Costa insieme a padre Eros Borile, missionario rogazionista, a Nyanza.

È stato un imprenditore di successo, Pierantonio Costa. Ed è stato per una quindicina d’anni il Console onorario italiano a Kigali, prima e dopo il genocidio, dal 1988 fino al 2003. Dopo quella stagione di sangue, aveva ricominciato, in Ruanda, praticamente da zero. Probabilmente si sentiva tanto ruandese quanto italiano. Di sicuro si sentiva cittadino del mondo, come tutta la famiglia Costa, oggi sparsa fra diversi Paesi e continenti, una di quelle famiglie italiane emigrate in Africa oltre un secolo fa, fin da quando il padre di Pierantonio, Pietro Giuseppe Costa se ne partì da Montebello Vicentino per la Somalia, e poi a dorso di mulo per il Congo (oggi Repubblica Democratica). Fu un’altra tragedia africana, la rivoluzione mulelista congolese, a portare la famiglia Costa in Ruanda e in parte in Burundi. E già in quell’occasione, il giovane Pierantonio e i suoi fratelli mettevano in salvo persone, traghettandole di qua dal lago Kivu, che fa da confine fra Congo e Ruanda.

Padre Giorgio Vito, missionario rogazionista, nel 1994, al suo arrivo insieme a Pierantonio Costa, a Nyanza. In quel momento l'orfanotrofio ospitava 565 bambini. Alla fine del genocidio sarebbero diventati più di mille.
Padre Giorgio Vito, missionario rogazionista, nel 1994, al suo arrivo insieme a Pierantonio Costa, a Nyanza. In quel momento l'orfanotrofio ospitava 565 bambini. Alla fine del genocidio sarebbero diventati più di mille.

La cronaca, a questo punto, lascia spazio al ricordo personale. Lo conobbi, come tanti giornalisti italiani che si recavano all’epoca in Ruanda per raccontare il genocidio, nel corso di una missione all’interno del Paese, mentre erano in corso i massacri. Viaggiammo insieme per soli tre giorni, dal 19 al 21 maggio 1994. Andavamo con un missionario rogazionista, padre Giorgio Vito, e un pediatra di Varese, il dottor Luigi Mussi, all’orfanotrofio di Nyanza. La spedizione comprendeva anche due colleghi: il grande fotoreporter Nino Leto, che lavorava con me per Famiglia Cristiana, l’inviata di Repubblica Renata Pisu e Fausto Biloslavo, che all’epoca scriveva per Panorama.

Padre Giorgio e il dottor Mussi si sarebbero fermati là, e con noi sarebbero tornati altri due missionari, il padre rogazionista Eros Borile e don Vito Misuraca, prete diocesano. Eros e Vito erano distrutti da un mese e mezzo di fatica e di tensioni per cercare di salvare i sempre più numerosi bambini dell’orfanotrofio (quando arrivammo erano 568; poi diventarono più di 600, e al termine della guerra crebbero ancora fino quasi a mille). Mussi e padre Giorgio, che davano loro il cambio, andavano volontariamente a infilarsi in una vicenda rischiosa e delicatissima: sfamare e proteggere quei bambini, molti dei quali – di etnia tutsi – erano allora le prede preferite delle bande di assassini responsabili del genocidio.

Costa insieme ad Amelia Barbieri, l'anziana infermiera che custodì una cinquantina di bambini ruandesi nell'orfanotrofio di cui era responsabile. Anche con l'aiuto dell'allora console italiano fu possibile farli arrivare in Italia.
Costa insieme ad Amelia Barbieri, l'anziana infermiera che custodì una cinquantina di bambini ruandesi nell'orfanotrofio di cui era responsabile. Anche con l'aiuto dell'allora console italiano fu possibile farli arrivare in Italia.

In quei viaggi si fanno molte ore in fuoristrada, si mangia e si vive costantemente insieme. In quella spedizione da Bujumbura a Nyanza, poi, si condivisero pure le tensioni, le paure, le decisioni vitali (ricordo ancora che, a ognuno dei 60 posti di blocco che dovemmo oltrepassare, Pierantonio continuava a ripetere “mi raccomando, state calmi. E sorridete sempre”). Insomma, si diventa amici, in quelle circostanze, di un’amicizia del tutto singolare.

Ebbene, tutti i partecipanti avevano uno scopo ben preciso per rischiare la pelle in mezzo ai posti di blocco dei miliziani ruandesi. Mi era chiara la scelta di ciascuno, ideale e/o professionale. Meno che di uno. Perché Costa accompagnava quella spedizione? Come imprenditore, no di sicuro. Come console non era certo tenuto a farlo. Quindi?

Indagai, glielo chiesi. Ma il burbero benefico personaggio liquidava la faccenda con due borbottii. Non riuscii a sapere perché si stava prodigando, ma in compenso scoprii (singolare circostanza) che eravamo nati a un centinaio di metri l’uno dall’altro: entrambi a Mestre, stessa zona, stesso quartiere. Scoprirlo in Ruanda, durante una delle peggiori apocalissi del ventesimo secolo, fa nascere forse una simpatia e un quid di complicità in più.

L'ex console italiano durante le riprese del film documentario che gli fu dedicato, nel 2010, dal regista Alessandro Rocca. Nella foto, alla macchina da presa, il direttore della fotografia Genti Qafzezi.
L'ex console italiano durante le riprese del film documentario che gli fu dedicato, nel 2010, dal regista Alessandro Rocca. Nella foto, alla macchina da presa, il direttore della fotografia Genti Qafzezi.

Dopo la guerra venni a sapere dettagli e brandelli delle sue imprese: colleghi, volontari, missionari mi raccontavano di quanto si era dato da fare Pierantonio, dei rischi personali che aveva corso, delle tante persone che aveva aiutato a uscire dal Ruanda. Insomma, c’era indubbiamente qualcosa di particolare nel comportamento di questo atipico e poco diplomatico console.

Dopo il genocidio rimanemmo sempre in contatto: una telefonata, un breve incontro, anche a distanza di anni tra l’uno e l’altro. Nel tempo diventammo amici, ma nonostante ciò sui suoi cento giorni non proferiva parola. Tuttavia, fin da allora mi ero convinto che la sua era una storia da raccontare e che, prima o poi, l’avrei fatto, se solo lui avesse avuto voglia di narrarmela.

Pierantonio Costa con il nostro giornalista Luciano Scalettari, autore de La lista del Console, e con Alessandro Rocca, regista dell'omonimo film documentario.
Pierantonio Costa con il nostro giornalista Luciano Scalettari, autore de La lista del Console, e con Alessandro Rocca, regista dell'omonimo film documentario.

Così, un bel giorno di dicembre 2003, gli mandai un’e-mail, proponendogli di scrivere un libro sul “suo” Ruanda, sui suoi cento giorni del genocidio. Mi rispose subito, sollecito e cortese. Il senso della risposta era: “No, non se ne parla nemmeno”. Lo scambio che ne seguì fu di questo tenore: “Ne vale la pena”. “Perché? A me non pare proprio”. “Perché ciò che è accaduto non dev’essere dimenticato e non si deve ripetere”. “Va bene, forse vale la pena, allora, di risvegliare i mostri”. Insomma, non fu facile, ma alla fine si convinse. E ci vollero molte più mail e argomentazioni di quelle che ho sintetizzato qui.

In realtà non sapevo se ne valeva la pena. Rincorrevo un’intuizione, nulla più. Alla fine superò la ritrosia e la discrezione che lo contraddistinguono.

Dovevamo passare qualche tempo insieme, per raccogliere la sua testimonianza. “D’accordo, ma se vuoi che ci vediamo in Belgio posso farlo solo tra Natale e Capodanno. Sennò, vieni a Kigali”.

Detto e fatto, andai nella sua casa di Waterloo, in una piccola mansarda dove trascorrevamo intere giornate, lui a raccontare io a registrare e a tempestarlo di domande.

La chiesa di Nyamata, in Ruanda. All'interno, i massacratori uccisero oltre 5.000 persone. La chiesa, ora sconsacrata, è diventata Memoriale del genocidio. Al suo interno, oggi, sono posti gli abiti delle vittime trovate nella chiesa e in tutto il distretto.
La chiesa di Nyamata, in Ruanda. All'interno, i massacratori uccisero oltre 5.000 persone. La chiesa, ora sconsacrata, è diventata Memoriale del genocidio. Al suo interno, oggi, sono posti gli abiti delle vittime trovate nella chiesa e in tutto il distretto.

Conobbi, finalmente, la sua storia. «Per la verità», esordì, «non l’ho mai raccontata a nessuno. È uno sforzo terribile riparlare di quegli avvenimenti». Mentre lo diceva, aveva gli occhi lucidi. E li ebbe in tanti altri momenti mentre narrava gli episodi più strazianti.

Al quinto giorno, su nel sottotetto di Waterloo, di buon mattino mi disse: “Stasera te ne vai. Sono quattro notti che non dormo”. Riaprire quei ricordi da incubo aveva un prezzo, molto alto.

La sua ex segretaria del consolato, Renata Tomini, che contattai in seguito per avere qualche altro dettaglio, mi disse: «Sono contenta che tu scriva questo libro. Pierantonio se lo merita. Ha un cuore immenso».

Sì, è così. Ma non è solo questione di bontà d’animo e generosità. Pierantonio Costa rientra nella categoria dei Giusti, nel senso che danno a questo termine gli ebrei. «Ho solo risposto alla mia coscienza. Quello che va fatto lo si deve fare», ha continuato a ripetere durante quelle lunghe conversazioni. Ha sempre minimizzato sia i rischi sia il valore del suo contributo. La mia principale difficoltà, in quei giorni, è stata di capire la reale portata di ciò che aveva compiuto e dei pericoli che aveva corso.

Un particolare dell'ex scuola di Murambi, un altro dei più terribili luoghi dei massacri del 1994: in 24 ore furono assassinate 50 mila persone. Anche questo luogo oggi è un Memoriale del genocidio. Una parte dei corpi è stata tratta dalle fosse comuni ed è visibile. Perché non si dimentichi ciò che è accaduto.
Un particolare dell'ex scuola di Murambi, un altro dei più terribili luoghi dei massacri del 1994: in 24 ore furono assassinate 50 mila persone. Anche questo luogo oggi è un Memoriale del genocidio. Una parte dei corpi è stata tratta dalle fosse comuni ed è visibile. Perché non si dimentichi ciò che è accaduto.

Le pagine della sua storia raccontano, certo, un uomo al di fuori del normale e imprese che destano ammirazione assoluta. Una storia eccezionalmente bella. Innanzitutto, per la sua straordinaria forza simbolica: è la classica goccia di bene nell’immenso luogo di morte e di dolore che fu il Ruanda di quei giorni. È la vicenda di un moderno Davide contro Golia, nella quale Davide non può combattere Golia, ma solo cercare di strappargli qualcuna delle vite umane che sta divorando. Un Davide, però, che ritiene alla fine di aver perduto e che, probabilmente fino al giorno della sua morte, è stato roso dal tarlo del “si poteva fare di più”.

La seconda ragione per cui la sua storia meritava di essere raccontata e oggi ricordata è che Pierantonio Costa era un uomo normale che aveva saputo comportarsi in modo straordinario. Non aveva ambizioni al martirio, non si considerava un eroe, non riteneva di aver fatto un granché. Non era il missionario che si dà totalmente agli altri, né il rambo pronto a opporre il proprio petto ai proiettili. Perciò, in teoria, la sua impresa era alla portata di tutti, anche alla mia. Questo è ciò che turba, o perlomeno che mi turba. Perché – come lui stesso insiste a dire – ha fatto solo ciò che riteneva essere nelle sue possibilità, ponendo la massima attenzione a tornare a casa vivo.

È questo che fa riflettere. Costa era semplicemente un imprenditore, un console onorario in un minuscolo Paese africano, sposato, con tre figli, viveva preoccupazioni e desideri simili a quelli di tanti altri. Ma in quei giorni, in quei difficilissimi momenti, ha usato i propri soldi, l’influenza, le capacità per fare il bene e per dare una mano agli altri, dove e come ha potuto. È uno di quegli uomini che in analoghe drammatiche circostanze hanno dato una sconvolgente prova di coscienza e di umanità, cercando di fare ogni sforzo possibile per salvare almeno alcune delle tante vite umane che vedeva spazzate via ogni giorno: la banalità del bene, parafrasando il famoso titolo del libro di Hannah Arendt.

Una delle sale del Memoriale del Genocidio di Kigali, la capitale ruandese. In questi pannelli sono state raccolte ed esposte le foto che si sono riuscite a recuperare delle vittime del genocidio.,
Una delle sale del Memoriale del Genocidio di Kigali, la capitale ruandese. In questi pannelli sono state raccolte ed esposte le foto che si sono riuscite a recuperare delle vittime del genocidio.,

Per la cronaca, “quel poco” che ha fatto Costa ha permesso di salvare per suo intervento diretto oltre 500 ruandesi, portati in salvo con i convogli che ha organizzati direttamente da lui, senza contare i 123 italiani, i belgi, gli svizzeri, i francesi e gli altri, africani e non. E ha contribuito in modo determinante alla protezione e al salvataggio di un altro migliaio di bambini.

“Beato il Paese che non ha bisogno di eroi”, recita la famosa frase. Credo che sia beato anche quel Paese che ha tanti Giusti, cioè uomini straordinariamente normali o, se vogliamo, normalmente straordinari.

Per quel che mi riguarda, posso solo considerare una fortuna aver conosciuto uno di loro. Ed essere stato onorato della sua amicizia.

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La cerimonia funebre per Pierantonio Costa avverrà nel Duomo di Vicenza sabato 16 gennaio alle 10,00, presieduta dal vescovo monsignor Beniamino Pizziol.

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