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Ariana Grande è troppo magra, Jenna Ortega è «scheletrica», Georgina Rodríguez, invece, è «grassa». Almeno secondo il tribunale permanente dei social, dove qualunque corpo femminile finisce prima o poi dalla parte sbagliata della bilancia.
Basta scorrere i commenti sotto un post pubblicato su Instagram: c'è chi si preoccupa, chi insulta, chi ipotizza una malattia, chi suggerisce di mangiare di più e chi di mangiare meno. Poi ci sono le fotografie confrontate a distanza di anni, le braccia cerchiate, le gambe ingrandite, i volti messi uno accanto all'altro per stabilire chi è dimagrita e chi è ingrassata. Persino la preoccupazione, quella autentica, rischia di finire dentro lo stesso meccanismo: guardare un corpo e convincersi che ci stia raccontando qualcosa.
Ma quanto può dirci davvero un corpo sulla salute della persona che lo abita? «Molto meno di quanto pensiamo. E questo è il primo equivoco da smontare», spiega a Famiglia Cristiana Leonardo Mendolicchio, psichiatra e psicoterapeuta, direttore del Dipartimento Disturbi Alimentari dell'Istituto Auxologico Italiano. «Noi continuiamo ad attribuire al corpo una capacità di raccontare la salute che il corpo, da solo, non possiede». Una persona magra può stare bene oppure stare molto male. Una persona con un corpo più grande può essere malata oppure perfettamente sana. «E soprattutto non possiamo ricostruire la storia psicologica, metabolica o medica di qualcuno da una fotografia».
Il caso di Ariana Grande rende evidente proprio questo paradosso. Nel 2023, dopo essere stata nuovamente sommersa dai commenti sul suo fisico, la cantante spiegò che il corpo che molti indicavano come il suo aspetto più “sano” apparteneva in realtà, stando alle sue parole, a un periodo nel quale stava peggio. «Questo dovrebbe insegnarci una certa prudenza», osserva Mendolicchio. «Il problema è che abbiamo trasformato l'estetica in una specie di esame di laboratorio: guardiamo una fotografia e pensiamo di poter ricavare una diagnosi. Ma la salute non è una silhouette».
CORPI DELLE CELEBRITÀ E MODELLI DI BELLEZZA: DOVE PASSA IL CONFINE?
Questo significa, allora, che di quei corpi non possiamo parlare affatto? No. Rinunciare alle diagnosi a distanza non significa rinunciare a interrogarci sui modelli corporei che la società propone. Il confine, per Mendolicchio, passa proprio da qui: «Dobbiamo distinguere due cose che spesso confondiamo: commentare il corpo di una persona e discutere il modello culturale di corpo che viene proposto. Dire “quella donna è troppo magra” significa entrare nel corpo di qualcuno senza conoscere nulla della sua storia. Domandarsi, invece, perché in una certa fase storica tornino a essere rappresentati come desiderabili corpi estremamente magri è una domanda culturale e, direi, anche sanitaria».
Il punto, dunque, non è stabilire se Ariana Grande o Jenna Ortega siano sane o malate. «Non sappiamo nulla e non abbiamo alcun diritto di formulare diagnosi», ribadisce Mendolicchio. Lo sguardo va spostato altrove: «Non dobbiamo discutere di quel corpo. Dobbiamo discutere di ciò che noi facciamo di quel corpo». Anche perché, mentre osserviamo e giudichiamo i corpi degli altri, cambia silenziosamente anche il modo in cui guardiamo il nostro. «La percezione del corpo non nasce nel vuoto. Si costruisce attraverso il confronto», spiega Mendolicchio. «Se vedo cento volte al giorno una determinata morfologia corporea, quella morfologia progressivamente smette di sembrarmi eccezionale e diventa un riferimento».
Ma qual è, allora, questo riferimento? Proprio i commenti rivolti in questi giorni a Jenna Ortega e Georgina Rodríguez sembrano raccontare che un corpo “giusto”, in realtà, non esista. Una viene considerata troppo magra, l'altra troppo grassa: il parametro cambia continuamente e il traguardo sembra spostarsi insieme a lui. «Forse è proprio questa irraggiungibilità a mantenere in funzione l'intero meccanismo: devi continuare a controllarti perché non sei mai definitivamente conforme».
DALLA BODY POSITIVITY AL RITORNO DELLA MAGREZZA ESTREMA
La stagione della body positivity sembrava aver incrinato almeno in parte l'idea di un unico corpo desiderabile. Eppure oggi la magrezza sembra tornata con forza al centro dell'immaginario. E non riguarda soltanto le giovanissime. Basta allargare lo sguardo a Hollywood, da Demi Moore a Charlize Theron, per vedere donne di generazioni diverse esposte alla stessa lente, che non misura più soltanto il peso ma anche i muscoli, la pelle, il volto, i segni dell'età. «Per alcuni anni sembrava che il discorso pubblico si fosse allargato alla pluralità dei corpi. Oggi vediamo riemergere con forza un'estetica della sottrazione: corpo asciutto, controllato, levigato, disciplinato», osserva Mendolicchio.
Essere magra, insomma, non basta. Bisogna essere anche toniche, giovani, apparentemente naturali. E, soprattutto, sembrare immuni al passare del tempo. «Alla donna non viene più chiesto soltanto di essere magra. Le viene chiesto di essere magra e di non mostrare il tempo. È una richiesta quasi impossibile: controllare il peso, la pelle, i muscoli, il volto, i segni dell'età». Il canone estetico sembra trasformarsi in qualcosa di più profondo: «Il corpo non deve semplicemente essere bello. Deve dimostrare di essere continuamente sotto controllo. Ed è forse questa l’ideologia più potente del nostro tempo: non tanto la magrezza in sé, quanto il corpo come progetto permanente».
DISTURBI ALIMENTARI E SOCIAL: IL CONFRONTO CHE NON FINISCE MAI
Quanto di questo ritorno alla magrezza estrema esiste davvero fuori dallo schermo? È una tendenza che sta entrando anche negli ambulatori oppure, almeno in parte, siamo davanti a una narrazione amplificata dai media? Mendolicchio invita a evitare automatismi: «I disturbi alimentari sono patologie complesse e nessuna immagine su Instagram, da sola, provoca un’anoressia nervosa». Eppure, nelle stanze di cura, il mondo digitale entra eccome. «Le ragazze parlano di TikTok, Instagram, influencer, allenamento, alimentazione, corpi, confronti. Ma spesso non citano neppure una celebrità precisa. Il modello è diventato più pervasivo proprio perché è diffuso». E rispetto al passato è cambiato soprattutto il luogo in cui avviene il confronto: «Una volta c’era la modella sulla copertina della rivista. Potevi chiudere la rivista. Oggi quel confronto ti accompagna a scuola, a letto, in bagno, mentre mangi. È nello smartphone. E soprattutto non finisce mai».
E allora che cosa è rimasto della rivoluzione della body positivity? «Probabilmente abbiamo cambiato il vocabolario più velocemente di quanto abbiamo cambiato lo sguardo», osserva Mendolicchio. «Abbiamo imparato parole come inclusività, accettazione. Ed è stato importante. Ma nel frattempo abbiamo continuato a parlare ossessivamente del corpo». Persino il linguaggio del benessere può trasformarsi in una nuova forma di controllo: «Devo essere fit, healthy, clean, performante... L’ossessione può cambiare vestito senza scomparire». La vera svolta, allora, potrebbe essere ancora più radicale: «Riuscire non soltanto ad accettare tutti i corpi, ma anche a pensare un po’ meno ai corpi».
ADOLESCENTI, SOCIAL E COMUNITÀ PRO-ANA: QUANDO IL CORPO DIVENTA UN'OSSESSIONE
Il problema diventa ancora più delicato quando dentro questo flusso continuo di immagini, confronti e giudizi ci si entra a dodici, tredici, quattordici anni. «A quell’età il corpo non è ancora qualcosa che semplicemente “abbiamo”. È qualcosa attraverso cui stiamo cercando di capire chi siamo», spiega Mendolicchio. È un corpo che cambia rapidamente, «spesso prima che la mente abbia avuto il tempo di familiarizzare con quelle trasformazioni», mentre dall'altra parte dello schermo arriva uno sguardo sociale che invita continuamente a confrontarsi e a misurare la distanza da un modello. «Un adulto può vedere un’immagine e pensare: “è una fotografia”. Un tredicenne può vedere la stessa immagine e pensare: “è così che dovrei essere”. Ed è una differenza enorme».
Una recente inchiesta di Fanpage ha riportato alla luce l'universo delle comunità “pro-Ana” che continuano a proliferare sui social: ragazze che cercano weight-loss partner con cui controllarsi e spronarsi a perdere peso, ana coach che le accompagnano nella restrizione alimentare, parole in codice per riconoscersi e aggirare i controlli delle piattaforme. Un mondo nel quale non mangiare può diventare un obiettivo, resistere alla fame un successo e perdere peso qualcosa per cui ricevere approvazione. Tra le immagini utilizzate come thinspiration compaiono anche quelle di Ariana Grande. «Accade qualcosa che considero profondamente violento», osserva Mendolicchio. «Non importa più chi sia Ariana Grande, cosa stia vivendo, quale sia la sua salute o che cosa abbia detto del proprio corpo. Quell’immagine viene prelevata e trasformata in un obiettivo: “voglio diventare così”».
E non è necessario cercare contenuti pro-Ana per finirci dentro. «Una ragazza può partire cercando “come perdere qualche chilo”. Poi trova contenuti sul deficit calorico, poi sul digiuno, poi profili estremi...». È qui che l'algoritmo può diventare un acceleratore: «Non conosce la vulnerabilità psicologica della persona. Conosce il suo comportamento». Così, osserva Mendolicchio, «una vulnerabilità può incontrare una tecnologia progettata per massimizzare l'engagement».
Ma perché cercare volontariamente qualcuno che ti aiuti a non mangiare? «Vista dall'interno della malattia, quella persona non ti sta necessariamente aiutando “a non mangiare”. Ti sta aiutando a sentirti capita», spiega lo psichiatra. È qui che entra in gioco l'appartenenza. «Il disturbo alimentare può essere terribilmente solitario. Le persone intorno dicono: “mangia”, “sei troppo magra”, “ma perché fai così?”. Poi incontri qualcuno online che sembra dirti: io so esattamente quello che provi». Una weight-loss partner può diventare «complice, testimone, controllore, amica». E la comunità patologica finisce così per offrire qualcosa di profondamente umano: appartenenza. «All'inizio una persona ha un disturbo alimentare. A un certo punto rischia di cominciare a pensare di essere il proprio disturbo alimentare». Quando attorno alla malattia si costruiscono amicizie, abitudini e relazioni, guarire può significare anche dover rinunciare a quel mondo e chiedersi: «Se non sono più questa cosa, chi sono?». Per questo, sottolinea Mendolicchio, «la cura deve restituire vita, non soltanto peso».
DISTURBI ALIMENTARI: I SEGNALI DA OSSERVARE E GLI ERRORI DA EVITARE
Per i genitori, l'invito è innanzitutto a prestare attenzione ai cambiamenti: una crescente rigidità nel rapporto con il cibo, l'isolamento, l'ossessione per calorie, peso o attività fisica. Senza aspettare che il disagio diventi visibile sul corpo, perché «un disturbo alimentare può essere grave a qualsiasi peso». E senza trasformare la preoccupazione in controllo: «Non interrogare continuamente. Non umiliare. Non dire “basta mangiare”. Non fare commenti sul corpo».
Ma c'è qualcosa che viene ancora prima e riguarda tutti gli adulti. «I ragazzi non imparano soltanto dalle cose che diciamo loro. Imparano anche ascoltando quello che diciamo di noi stessi e degli altri». Una madre che davanti allo specchio dice «sono ingrassata, faccio schifo», un padre che commenta il corpo di una donna in televisione, una famiglia in cui dopo Natale bisogna «mettersi a dieta»: sono, osserva Mendolicchio, «piccole lezioni sul corpo». È da qui, allora, che possiamo cominciare: dal modo in cui guardiamo e raccontiamo i corpi, anche quando pensiamo che nessuno ci stia ascoltando. «Magro non significa disciplinato, grasso non significa pigro, giovane non significa sano, vecchio non significa decadente». Perché «un corpo è innanzitutto il luogo nel quale una persona vive. Dovremmo tornare a trattarlo con la stessa complessità, e con lo stesso rispetto, con cui trattiamo la persona che lo abita».



