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ANSA
Il Governo ha messo a disposizione un aereo sanitario per riportare Alessandro Di Battista in Italia da Cuba. Il rientro, però, per il momento non è possibile. L'ex deputato è ancora ricoverato all'ospedale Hermanos Ameijeiras dell'Avana e le sue condizioni non gli consentono di affrontare un viaggio così lungo.
Di Battista si è sentito male venerdì 28 agosto: prima un forte mal di testa, poi il malore e la perdita di conoscenza. Da allora resta ricoverato nella capitale cubana. Non è stata resa nota una diagnosi ufficiale sulle cause di quanto accaduto, anche se alcune indiscrezioni riportate dal Corriere della Sera parlano di un possibile ictus.
Proprio per valutare le sue condizioni e capire quando sarà possibile trasferirlo in sicurezza, due specialisti del Policlinico Gemelli di Roma hanno raggiunto l'Avana e affiancheranno l'équipe cubana che lo ha in cura. Il volo messo a disposizione dall'Italia resta dunque subordinato al giudizio dei medici: potrà partire soltanto quando il viaggio non rappresenterà un rischio per la salute del paziente.
Ma se al posto di Alessandro Di Battista ci fosse stato un comune cittadino italiano, lo Stato si sarebbe attivato allo stesso modo? È la domanda che nelle ultime ore è rimbalzata sui social, dove la decisione del Governo di mettere a disposizione un aereo sanitario ha alimentato polemiche e il sospetto che si tratti di un trattamento legato alla notorietà e al passato politico dell'ex deputato.
In realtà, l'assistenza ai connazionali che si ammalano gravemente all'estero non è riservata a politici, rappresentanti delle istituzioni o personaggi noti. La Farnesina prevede, infatti, forme di assistenza per il rimpatrio sanitario dei cittadini italiani che, trovandosi all'estero, abbiano bisogno di rientrare in Italia per proseguire le cure.
Questo non significa, però, che lo Stato mandi automaticamente un aereo a prendere chiunque si ammali fuori dall'Italia, né che il rientro sia sempre gratuito. A seconda delle condizioni del paziente, il trasferimento può avvenire con un normale volo di linea, eventualmente con l'assistenza sanitaria necessaria, attraverso un’aeroambulanza privata oppure, nei casi che presentano determinati requisiti, con l'intervento dello Stato.
Ma cosa accade concretamente quando un italiano ricoverato all'estero ha bisogno di tornare a casa?
TROVARE UN OSPEDALE IN ITALIA CHE ACCOLGA IL PAZIENTE
Prima ancora di organizzare il viaggio bisogna capire dove verrà curato il paziente una volta tornato in Italia. In genere sono i familiari a cercare un ospedale disponibile ad accoglierlo. Se non riescono a trovarlo, possono intervenire Ambasciata o Consolato, chiedendo alla Prefettura di individuare una struttura adatta.
A quel punto bisogna fare in modo che l'ospedale italiano sappia esattamente quali sono le condizioni del paziente e quali cure ha ricevuto fino a quel momento. Anche in questo caso Ambasciata o Consolato possono aiutare la famiglia a ottenere la cartella clinica dall'ospedale estero e a farla arrivare ai medici che lo seguiranno in Italia. La documentazione, se necessario, deve essere tradotta in italiano.
Trovato l'ospedale e raccolte tutte le informazioni mediche, resta un passaggio decisivo: capire se il paziente può affrontare il viaggio senza mettere a rischio la propria salute.
IL VIA LIBERA DEI MEDICI
Avere trovato un ospedale in Italia, quindi, non basta. Prima di organizzare il rientro bisogna accertarsi che il paziente sia effettivamente nelle condizioni di affrontare il viaggio. Serve quindi un certificato rilasciato dall'ospedale in cui è ricoverato all'estero: si chiama fit to fly, o certificato di trasportabilità aerea.
È il documento con cui i medici stabiliscono non solo se il paziente può viaggiare senza mettere a rischio la propria salute, ma anche come deve avvenire il trasferimento e di quale assistenza può avere bisogno durante il tragitto. Anche per ottenere questo certificato, Ambasciata o Consolato possono aiutare i familiari nei rapporti con l'ospedale locale.
Senza il via libera dei medici, dunque, il rimpatrio non può avvenire. Ed è proprio questo il passaggio che riguarda in queste ore Alessandro Di Battista: il Governo ha già messo a disposizione l'aereo, ma saranno i sanitari a stabilire quando le sue condizioni gli permetteranno di affrontare il viaggio.
NON SERVE SEMPRE UN AEREO SANITARIO
Una volta ottenuto il via libera, bisogna decidere come riportare il paziente in Italia. E, anche in presenza di una malattia seria, non è detto che sia necessario utilizzare un aereo dedicato. Se le condizioni lo consentono, il rientro può avvenire su un normale volo di linea, adottando le misure indicate dai medici. La Farnesina può aiutare la famiglia mettendola in contatto con la compagnia aerea scelta per organizzare il trasporto.
Quando, invece, un normale volo non è praticabile, ci si può rivolgere a una società specializzata nel trasporto con aeroambulanza. In questo caso Ambasciata o Consolato possono fornire i contatti delle società private che offrono il servizio nel Paese in cui si trova il paziente, ma il contratto viene stipulato direttamente dal cittadino – o dalla sua famiglia, se non è in grado di farlo – con la società che effettuerà il trasporto.
La Farnesina indica, inoltre, la possibilità di verificare con la propria Regione e con le autorità locali italiane se esistano strutture specializzate che possano effettuare o facilitare il rimpatrio sanitario dei propri residenti dall'estero.
È importante, quindi, non confondere le diverse possibilità: un rimpatrio sanitario non significa automaticamente viaggiare su un volo di Stato.
QUANDO PUÒ INTERVENIRE UN VOLO DI STATO
Ci sono situazioni eccezionali nelle quali per riportare a casa un cittadino può essere utilizzato un aereo dello Stato. Il trasporto aereo di Stato, infatti, non è riservato esclusivamente agli spostamenti del presidente della Repubblica, dei membri del Governo o delle altre autorità. Può essere impiegato anche per tutelare la vita e la salute delle persone, attraverso trasporti sanitari urgenti e interventi per ragioni umanitarie.
Le condizioni, però, sono rigorose. Prima di autorizzare un volo di questo tipo deve essere accertato che il trasferimento sia davvero necessario e che non esistano alternative adeguate per curare o trasportare il paziente.
Quando il caso riguarda un cittadino all'estero, la richiesta può partire anche dall'Ambasciata o dal Consolato ed essere trasmessa alla Presidenza del Consiglio, dove viene valutata secondo le procedure previste.
Questo significa che essere un comune cittadino non esclude affatto la possibilità di essere trasportati su un aereo dello Stato. Ma non basta essere ricoverati all'estero per ottenerlo: si tratta di uno strumento eccezionale, utilizzato quando la gravità della situazione e l'assenza di alternative adeguate ne giustificano l'impiego.
A dimostrarlo sono anche i precedenti. Negli anni l'Italia ha organizzato voli di questo tipo per riportare in patria cittadini gravemente malati o in situazioni di emergenza all'estero, indipendentemente dal fatto che ricoprissero incarichi pubblici. La possibilità di un intervento dello Stato, quindi, non nasce con il caso Di Battista e non è legata, di per sé, al suo passato politico.
CHI PAGA IL RIMPATRIO SANITARIO?
È uno degli aspetti più importanti da chiarire: l'intervento di Ambasciata e Consolato non significa automaticamente che sia lo Stato a pagare il viaggio.
Se il paziente rientra con un volo di linea o attraverso un servizio privato di aeroambulanza, i costi possono essere a carico del cittadino o della sua famiglia oppure essere coperti da un'assicurazione, se la polizza stipulata prima del viaggio comprende il rimpatrio sanitario.
La rete consolare può però intervenire anche quando il cittadino non dispone delle risorse necessarie. Per i connazionali indigenti stabilmente residenti all'estero può essere previsto un sussidio; per chi si trova temporaneamente all'estero ed è in una situazione di difficoltà economica può invece essere concesso un prestito per consentire il rientro, con l'impegno a restituire successivamente la somma ricevuta. Questo aiuto può servire anche a organizzare il viaggio su un normale aereo di linea con particolari accorgimenti, come una barella o l'assistenza medica durante il volo.
Esiste quindi una differenza importante tra ricevere assistenza dallo Stato e avere il viaggio pagato dallo Stato. Ambasciate e Consolati possono seguire il caso, mettere in contatto la famiglia con ospedali e compagnie aeree e attivare le istituzioni competenti, ma il modo in cui vengono sostenuti i costi dipende dalla situazione concreta del paziente e dal tipo di trasporto necessario.
Proprio per questo, quando si viaggia all'estero, è importante verificare prima della partenza che la propria assicurazione sanitaria copra non soltanto eventuali cure e ricoveri, ma anche il rimpatrio sanitario: soprattutto sulle lunghe distanze, un trasporto medico dedicato può avere costi molto elevati.
E IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE?
Essere iscritti al Servizio sanitario nazionale non significa essere automaticamente coperti per qualsiasi spesa sanitaria sostenuta durante un viaggio all'estero, né avere diritto al rimpatrio gratuito.
La copertura cambia a seconda del Paese in cui ci si trova e del motivo del soggiorno. Nei Paesi dell'Unione europea e in quelli con cui l'Italia ha accordi sanitari esistono forme specifiche di assistenza. In gran parte dei Paesi extraeuropei che non hanno convenzioni con l'Italia, invece, chi viaggia per turismo non gode di una copertura automatica da parte del Servizio sanitario nazionale. Il Ministero della Salute avverte che, in questi casi, possono restare a carico del cittadino persino le prestazioni di pronto soccorso e raccomanda quindi di stipulare prima della partenza un'assicurazione sanitaria privata.
La questione delle cure ricevute all'estero va comunque distinta da quella del rimpatrio: anche quando una parte delle spese mediche è coperta, non significa necessariamente che lo sia anche il viaggio per tornare in Italia.
QUANTI SONO I RIMPATRI SANITARI
I rimpatri sanitari, del resto, non sono eventi così rari. Secondo i dati diffusi dalla Farnesina, nel 2025 la rete consolare italiana ha effettuato 4.085 interventi di assistenza a connazionali all'estero e ha coordinato 125 rimpatri sanitari.
Il numero non corrisponde a 125 voli di Stato: nella definizione rientrano anche i rientri organizzati con voli commerciali o altre modalità di trasporto. Ma il dato aiuta a comprendere quanto l'assistenza ai cittadini che si ammalano gravemente lontano dall'Italia faccia parte dell'attività della rete diplomatica e consolare.
La risposta alla domanda sollevata dal caso Di Battista, quindi, richiede una distinzione. Un cittadino italiano in gravi condizioni all'estero può chiedere e ricevere l'assistenza dello Stato anche se non è un politico o un personaggio noto. Ambasciate e Consolati possono attivarsi per favorirne il rimpatrio e, nei casi eccezionali previsti, può essere autorizzato anche l'impiego di un velivolo dello Stato.
Ciò che non esiste è invece un diritto automatico a essere riportati in Italia gratuitamente con un aereo sanitario pubblico. La soluzione viene valutata caso per caso, sulla base delle condizioni cliniche, della possibilità di viaggiare, delle alternative disponibili e delle procedure previste.




