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È stata una tragedia sfiorata l’esplosione del primo pomeriggio di giovedì 13 Agosto allo stabilimento dell’ex Simmel Difesa di Colleferro, oggi di proprietà di KNDS Ammo Italy, azienda controllata da KNDS France e leader in Europa nella produzione di munizioni di medio e grande calibro per la difesa aerea, per le applicazioni terrestri, per i sistemi di artiglieria navale. Le fiamme sono divampate nel reparto pressatura polveri dell’industria fornitrice di munizionamento per oltre quaranta Paesi del mondo e hanno provocato una violenta esplosione che, fortunatamente, non ha fatto registrare feriti, ma solo qualche vetro rotto nelle abitazioni del quartiere ubicato nei pressi della sede aziendale. Resta invece da capire se e quali componenti dannose per l’ambiente e per la salute siano state immesse nell’aria, in un territorio che si sente essere stato tradito dalla sua stessa storia.
L’attuale proprietà è infatti soltanto l’erede storica e testimonianza diretta della lunga tradizione militare avviata dalla BPD (Bombrini-Parodi-Delfino) la fabbrica-città, il “polverificio”, fondato il 20 ottobre del 1912 da Leopoldo Parodi-Delfino e dal senatore Giovanni Bombrini. All’epoca, in un secolo caratterizzato da conflitti bellici che hanno modificato anche l’economia, l’unica fabbrica di esplosivi sul suolo italiano aveva sede ad Avigliana, in provincia di Torino, ed era di proprietà della Nobel francese. I rapporti con la Francia erano però difficili per motivi politici e coloniali. Il sodalizio pubblico-privato generato dall’interesse di Parodi-Delfino, industriale già attivo nel settore chimico, concesse all’Italia di realizzare una fabbrica moderna e competitiva, per l’epoca, grazie ad investimenti privati.
Colleferro, che è anche una delle città italiane di riferimento per la space economy, con Avio S.p.a. che affonda le sue radici proprio nella BPD Difesa e Spazio, transitata anche per il gruppo FIAT, è definita anche la “città di fondazione” perché deve il suo attuale assetto urbanistico ed architettonico proprio alla fabbrica che ha saputo trasformare, in più di un secolo, il primo nucleo del villaggio operaio nel comune odierno. La conformazione del terreno, che consentiva di creare bastionature e gallerie da usare come depositi per esplosivi e come ambienti di protezione per gli operai, la presenza di risorse idriche, la distanza dai confini e dal mare, la vicinanza a Roma, sono le ragioni che hanno favorito la nascita della BPD e dell’attuale Colleferro.
Negli anni ’60, la creazione di grandi poli per lo sviluppo industriale era prioritaria in ambito governativo per accrescere il benessere economico e sociale del Paese e una consapevolezza immatura dei risvolti ambientali che questo modello avrebbe potuto originare favorì ulteriormente la realizzazione di questa prospettiva. C’era bisogno di trovare un’occupazione e, nella transizione da agricola a industriale, Colleferro racconta la storia di almeno un componente per famiglia che ha lavorato tra esplosivi di scoppio, di lancio o nel reparto tritolo.
Ma tra i territori con le medesime caratteristiche, il comune in provincia di Roma e tutta la valle del Sacco, tra le province di Roma e Frosinone, rappresenta un’eccezione singolare: le sue fabbriche non sono state riconvertite al termine dei conflitti mondiali, come accaduto ad esempio a Terni con la nascita del polo siderurgico dalla Reale Fabbrica d’Armi, ma discendono dalle stesse esigenze di materiali reattivi, pericolosi, se pur in una logica d’innovazione e diversificazione.
Al di là della fondazione di musei per conservare le narrazioni più interessanti, dall’archeologia industriale fioriscono ancora germogli di guerra che emergono nei conflitti ancora attivi. Un’innovazione considerata dagli abitanti del territorio, che hanno costituito numerosi comitati cittadini, come una nuova militarizzazione dell’area, specialmente per via del piano di riarmo europeo, e temuta anche per gli acidi e gas tossici che, in caso di incidente, possono essere rilasciati nell’aria.
«Colleferro, città d’Armi o città del Disarmo?». Retuvasa, la Rete per la tutela della valle del Sacco, s’interroga su come qualificare il territorio in riferimento alla sua storia e al suo futuro. «Non tutti saranno felici di apprendere», spiegano online , «che troviamo ancora in produzione a Colleferro alcuni articoli che dovrebbero essere categoricamente esclusi dalla vendita per il loro possibile utilizzo criminale. È dunque essenziale», proseguono, «anche alla luce dell’attualità di una produzione bellica locale dai tratti inquietanti, continuare a far crescere una memoria storica robusta, critica e consapevole, aggiornandola continuamente e cercando di sviluppare l’identità di città del Disarmo».



