Un nuovo anno scolastico ancora sotto le sirene degli allarmi incessanti, l’incubo dei bombardamenti russi che non conoscono tregua, mentre la diplomazia è silente e la parola “negoziato” scompare dai radar. Oggi 1° settembre in Ucraina riaprono le scuole, ma la notte scorsa un nuovo attacco sulla capitale e sulla regione di Kyiv con missili balistici – dopo cinque giorni di attacchi con raffiche continue di droni – ha ucciso 12 persone, inclusi 6 lavoratori della società ferroviaria, a causa di un missile diretto contro le strutture ferroviarie.

In vista di un nuovo inverno, la Russia ha annunciato «attacchi massicci» contro le infrastrutture energetiche di Kyiv. E, stando alle notizie arrivate un paio di giorni fa, pare che i vertici militari russi abbiano ricevuto ordine dal Cremlino di lanciare operazioni di terra contro la capitale e contro Chernihiv, città nel Nord del Paese, molto vicina al confine con la Bielorussia.

Per il nuovo anno scolastico si prevede che 3 milioni di bambini studino nelle scuole ucraine, ma con un calo del 10% rispetto al 2025 per quando riguarda gli alunni del primo anno della scuola primaria. A causa della guerra solo le scuole che sono fornite di rifugi si possono tenere le lezioni in presenza. Gli studenti che vivono nelle zone del fronte continuano la scuola a distanza, da remoto. Sono circa 400mila i bambini che risiedono ancora all’estero.

Il primo giorno di scuola a Kyiv in un rifugio a causa degli attacchi russi.
Il primo giorno di scuola a Kyiv in un rifugio a causa degli attacchi russi.

Il primo giorno di scuola a Kyiv in un rifugio a causa degli attacchi russi.

(REUTERS)

Ma tante famiglie, che all’inizio della guerra su vasta scala sono fuggite dal Paese e sono state accolte nei Paesi europei, nel frattempo hanno deciso di tornare in Ucraina, con i loro figli. E’ stato così anche per la famiglia di Artem Chapeye (pseudonimo letterario di Anton Vasilyvovich Vodyanyi): 44enne giornalista, scrittore, attivista e traduttore ucraino, autore di diversi libri – tra i quali, racconta, un volume sulle donne ucraine che lavorano come badanti in Italia, per scrivere il quale anni fa ha trascorso alcuni mesi nel nostro Paese grazie a una borsa di studio –, all’inizio dell’invasione su vasta scala Chapeye ha deciso di arruolarsi nell’esercito come volontario, mentre sua moglie e i loro due figli hanno lasciato Kyiv, l’Ucraina e sono stati accolti in Germania.

Una soluzione temporanea, sottolinea lo scrittore, dettata dall’incombenza della guerra e dalla necessità di proteggere in loro bambini, che allora avevano 7 e 9 anni. In Germania, sua moglie Oksana, che lavora come sociologa, ha condotto uno studio sull’adattamento delle donne ucraine rifugiate. «Alla fine del 2023, quando Oksana ha visto che la situazione a Kyiv lo permetteva, ha deciso di rientrare. E i nostri figli hanno così ripreso la scuola regolare qui in lingua ucraina. La mia famiglia è stata costretta ad andarsene. Oggi vogliamo restare qui, nella nostra terra. E siamo così ottimisti verso il futuro che abbiamo venduto il nostro appartamento a Kyiv e abbiamo fatto un investimento comprando una casa più grande, sempre nella capitale, proprio adesso, in tempo di guerra: una prova di quello che io chiamo “ottimismo pragmatico”. Tantissime famiglie ucraine come la nostra si sono riunite. E questo grazie, io credo, alla nostra resistenza contro i russi».

Nel suo ultimo libro - nonché il suo testo più venduto in Ucraina, entrato tra i best seller del 2024 nel suo Paese - pubblicato in Italia da Altrecose con il titolo La gente normale non va in giro armata, Chapeye risponde con molta chiarezza, lucidità e forza argomentativa a una domanda che tanti, in Europa e in Occidente, si pongono di fronte a una guerra che va avanti da oltre quattro anni e mezzo, senza prospettive concrete di risoluzione all’orizzonte: perché gli ucraini non si arrendono, cedendo alle pretese di Mosca?

La copertina del libro La gente normale non va in giro armata\\\", scritto nel 2023, pubblicato alcuni mesi fa in Italia da Altrecose.
La copertina del libro La gente normale non va in giro armata\\\", scritto nel 2023, pubblicato alcuni mesi fa in Italia da Altrecose.

La copertina del libro La gente normale non va in giro armata", scritto nel 2023, pubblicato alcuni mesi fa in Italia da Altrecose.

Uomo e intellettuale di sinistra, Chapeye si è sempre dichiarato pacifista convinto, ha partecipato ai movimenti politici e sociali del suo Paese, ha sempre diffidato dei nazionalismi. Eppure, il 24 febbraio del 2022, giorno in cui la Russia ha cominciato l’aggressione militare e lui si è ritrovato in macchina per le strade di Kyiv per cercare di mettere in salvo la sua famiglia, Chapeye si è trovato di fronte a una scelta, che è anche un dilemma esistenziale, e nel suo libro scrive: «Il mio Paese è stato invaso da un impero dittatoriale. In questa situazione cosa dovrei fare, io? Io, non gli altri. Entrare nella Resistenza o scappare per restare con la mia famiglia?». Lui ha scelto di restare e di arruolarsi, come molti altri pacifisti come lui. E nel libro, scritto nel 2023 da soldato, spiega perché ha preso le distanze da quello che lui definisce pacifismo astratto, il privilegio di chi, in tempo o in condizione di pace, può permettersi di teorizzare di geopolitica e, vivendo al sicuro, di fatto chiede agli ucraini, semplicemente, di arrendersi.

In La gente normale non va in giro armata l’autore racconta anche in prima persona la vita dei soldati, di chi combatte al fronte. E anche le tensioni interne causate dalla diversità delle scelte: da un lato chi si è arruolato, per volontà o per obbligo perché mobilitato, dall’altro chi ha evitato l’arruolamento, magari trovando degli espedienti o scappatoie. Chapeye commenta: «Capisco bene e rispetto la scelta di chi, con molta onestà, ammette di non voler andare a combattere per paura di morire. Non capisco invece quelli che dicono di non volersi arruolare perché ritengono di essere più utili e importanti in altri ruoli, ad esempio in quanto intellettuali e uomini di cultura. Questa posizione mi sembra pura ipocrisia».

Nei prossimi giorni Chapeye, che tuttora presta servizio nell’esercito, sarà in tour con il suo libro in Italia, in varie città ed eventi, a partire dal Festival della mente di Sarzana il 5 settembre. Giunto alla XXIII edizione, quest’anno il festival ha come filo conduttore il concetto di “fuoco”: Chapeye dialogherà con il giornalista Francesco Battistini in un incontro dal titolo “Fuoco nemico”. Seguiranno poi altre date: Cortina (il 6), Milano (il 7), Torino (l’8), Firenze (il 9), Roma (il 10), e per finire Ventotene (l’11, al Forum del Parlamento europeo).

Mentre gli allievi ucraini riprendono la scuola, la cultura e l’istruzione nel Paese sono sempre di più sotto attacco. Con intensità crescente, la Russia prende di mira centri di cultura, biblioteche, librerie, case editrici, tipografie, mercati di libri usati. Solo nel mese di luglio – come riporta The Kyiv independent – secondo le stime dell’Ukrainian book institute più di un milione e mezzo di libri sono stati distrutti dalla Russia. “Una nazione che legge, prevale sempre”, è il motto della casa editrice ucraina Knyholav: lo scorso 19 luglio, in un attacco massiccio, il suo magazzino di libri a Kyiv è stato spazzato via.

I libri sono uno strumento potentissimo di resistenza per un Paese sotto attacco, sottoposto a un’invasione. Distruggere i libri significa cancellare l’identità culturale di un popolo. Chapeye, da intellettuale, scrittore, oggi soldato, lo sa bene. La Russia mira ad annientare l’Ucraina come nazione. E allora, osserva, gli ucraini hanno una sola scelta: resistere e difendersi. «Per noi è essenziale continuare la resistenza. Non capisco la posizione di molte persone in Occidente che, con molta ingenuità, dicono: se voi ucraini vi arrendete sarà la fine della guerra. La resa per noi significa occupazione. E l’occupazione vuol dire che una delle parti, la Russia, proseguirà la guerra e che qualunque persona potrà essere perseguita, imprigionata, torturata in qualsiasi momento. Resistere è molto meno rischioso che arrendersi ed essere occupati. Se la Russia è l’invasore è la Russia che deve andarsene. È molto chiaro e semplice. Non capisco perché per tanti sia così difficile capirlo».

La vita quotidiana a Kyiv: due ragazze in un ristorante McDonald's nell'area della città colpita da un massiccio attacco russo la notte tra il 31 agosto e il 1° settembre.
La vita quotidiana a Kyiv: due ragazze in un ristorante McDonald's nell'area della città colpita da un massiccio attacco russo la notte tra il 31 agosto e il 1° settembre.

La vita quotidiana a Kyiv: due ragazze in un ristorante McDonald's nell'area della città colpita da un massiccio attacco russo la notte tra il 31 agosto e il 1° settembre.

(REUTERS)

Per Mosca, secondo Chapeye, l’obiettivo ultimo non è affatto la conquista dell’intero Donbas: alla base dell’invasione dell’Ucraina non c’è altro che la visione imperialista russa. «Mosca non ha altra idea nazionale che quella della Russia come grande Paese. Prima dell’invasione la macchina della propaganda russa presentava Vladimir Putin come l’artefice della riunificazione delle terre russe, ovvero le terre dell’Impero russo. Mosca ha bisogno della guerra perché le guerre giustificano le dittature. Se i russi prendono tutto il Donbas, non si fermeranno e vorranno sempre di più. Proprio come accadde con la Germania di Hitler nella Seconda guerra mondiale».

Di recente lo scrittore è stato in Estonia in vacanza con la sua famiglia. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina – racconta – il Paese ha coniato una moneta di 2 euro commemorativa dedicata all’Ucraina e alla libertà. La moneta riporta la scritta Slava Ukraini, gloria all’Ucraina (il saluto nazionale del Paese), e mostra una ragazza che protegge nella sua mano un uccello e, accanto, una spiga di grano. Il disegno è stato realizzato da una giovane rifugiata, arrivata da Kharkiv, Daria Titova, che studia all’Accademia d’arte in Estonia.

Lo scrittore ricorda come l’Estonia perse la sua indipendenza con il Patto segreto Molotov-Ribbentrop del 1939 che la inserì nella sfera d’influenza dell’Unione sovietica (insieme a Lettonia, Lituania, Polonia, Finlandia e Romania). E rammenta la grande manifestazione pacifica anti-Urss chiamata Catena baltica (o Catena della libertà): il 23 agosto del 1989 due milioni di persone unirono le loro mani e formarono una gigantesca catena umana che percorse i tre Stati baltici, allora repubbliche sovietiche, per 675 km. Due anni dopo l’Urss crollò. Un movimento molto simile avvenne anche in Ucraina, spiega Chapeye: il 21 gennaio del 1990 (anniversario della breve esperienza di indipendenza della repubblica ucraina fondata nel 1919) gli ucraini unirono le loro mani formando una catena umana, chiamata la Catena dell’unità o anche Onda ucraina, per 600 km da Leopoli fino a Kyiv. Si trattò della più vasta manifestazione avvenuta nel Paese sotto il regime sovietico.

La notte scorsa alcuni droni hanno fatto scattare un allarme aereo in Lettonia e in seguito sono entrati anche nello spazio aereo estone. Da molto tempo le piccole repubbliche baltiche temono la possibile minaccia rappresentata dalla potenza russa che incombe ai loro confini. Il timore non riguarda necessariamente un’aggressione militare (come quella contro l’Ucraina), ma azioni di guerra ibrida, attacchi a bassa intensità, sabotaggi e interferenze in varie forme. «Una mia amica, la scrittrice estone Carolina Pihelgas, in una sua poesia racconta di sua figlia che cerca su Goople Maps le via di fuga nel caso in cui la Russia invadesse il suo Paese», racconta ancora Chapeye. «Gli estoni sanno perfettamente che gli ucraini stanno combattendo anche per loro. Oggi l’Ucraina geograficamente è la terra di mezzo che separa l’Europa dall’autoritarismo ad est. E dobbiamo essere lo scudo dell’Occidente. Difendiamo l’Europa perché difendiamo noi stessi».