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martedì 23 luglio 2019
 
 

Boldrini: «Una battaglia contro le parole che fanno male»

23/10/2014  La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, è intervenuta alla presentazione della campagna sociale contro la discriminazione lanciata da Famiglia Cristiana. Don Sciortino, il direttore del nostro settimanale: «Vogliamo essere più tolleranti, più inclusivi, più attenti».

«È più facile cambiare una legge che l’utilizzo delle parole. Questa campagna è un forte no alla discriminazione, e in particolare alle “parole che uccidono”. Sul linguaggio non si può e non si deve sorvolare». Così la presidente della Camera Laura Boldrini, alla presentazione della campagna sociale lanciata da Famiglia Cristiana, Avvenire, le 190 testate cattoliche aderenti alla Fisc e l’agenzia Armando Testa. La presidente Boldrini ha voluto ospitare alla Camera dei Deputati l’evento di lancio dell’iniziativa. «Con alcuni di voi», ha proseguito, rivolgendosi ai presenti, «abbiamo fatto un percorso comune: mi riferisco alla Carta di Roma: un documento redatto insieme alla Federazione nazionale della stampa e all’Ordine dei giornalisti, nato proprio dall’esigenza di “usare bene le parole” riguardo agli immigrati e agli stranieri. Certe parole ‒ clandestino, extracomunitario ‒ “puniscono” il rifugiato due volte. Lui che è vittima, lui che dovrebbe essere protetto, subisce appellativi che sono appunto come pallottole. Perciò considero particolarmente importante combattere questa battaglia contro l’uso delle parole che fanno male».

#migliorisipuò | Anche le parole possono uccidere


All’incontro di presentazione sono intervenuti tutti i promotori dell’iniziativa: il direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, il vicepresidente della Fisc don Bruno Cescon, e Marco Testa, presidente dell’agenzia di pubblicità e comunicazione “Armando Testa”, moderati da Roberto Bernocchi, responsabile Csr della stessa “Armando testa”. La campagna sociale verrà veicolata, oltre che attraverso i giornali e i siti delle testate che la promuovono, anche in 10 mila parrocchie e oratori. E rilanciata dalle tante associazioni e gruppi ecclesiali che vi hanno aderito.

«Dal punto di vista del linguaggio» ha spiegato Bernocchi, «è una campagna coraggiosa e incisiva. I soggetti mostrano un giovane di colore, un arabo, una donna rom e un ragazzo trafitti dalle parole-pallottole: negro, terrorista, ladra, ciccione. Le immagini mostrano l’impatto che può fare una parola cattiva e spregiativa, che diventa una potente arma di discriminazione». A volte, ha aggiunto Bernocchi, le parole violente le usiamo deliberatamente, a volte senza renderci conto dell’effetto che fanno: «Il nostro intento è di riflettere sulle parole che usiamo, con l’invito a cambiarle».

Don Antonio Sciortino ha sottolineato che la campagna non ha in mente solo le categorie oggetto delle immagini: «Il sondaggio che la Swg ha realizzato per la campagna sociale», ha sottolineato il direttore del nostro giornale, «ha evidenziato che il 67% del campione dichiara di essere stato discriminato almeno una volta nella vita; il 51% più volte. “Uccide” la parola negro come terrone, ciccione come mongolo, ma anche solo donna o vecchio, se usate in un certo modo. In particolare sui rom la parola sprezzante viene utilizzata molto e spesso». «E la cronaca», ha detto ancora Sciortino, «ci mostra ogni giorno che il pregiudizio diventa tragedia. Con questa campagna vogliamo portare avanti una campagna di civiltà, a essere più tolleranti, più inclusivi, più attenti. Come dice anche Papa Francesco, quando sottolinea che “parlar male di qualcuno equivale a venderlo come fece Giuda con Gesù”. Parlare male è un gesto criminale, subdolo, perché chi lo fa non avverte la gravità di quello che dice».

Marco Tarquinio ha insistito sull’uso pervasivo, smodato delle “parole che uccidono” nei media. «C’è stato un pesante processo di involgarimento nelle parole usate nei giornali. Abbiamo visto parole denigratorie diventare titoli permanenti sui giornali. Noi siamo tra quelli che stanno dalla parte dei più poveri, delle vittime, di quelli dei quali “si dice ogni male”. Usare bene le parole, specie per loro è molto importante. C’è molto lavoro da fare».

«In Friuli, da dove vengo» ha raccontato don Bruno Cescon, «quando giunsero i profughi albanesi, negli anni Novanta, la parola “albanese” era diventata un’offesa. È facile anche trasformare parole in modo che feriscano. I nostri settimanali arrivano capillarmente nelle famiglie, perciò, ancora di più, dobbiamo essere attenti all’uso delle parole, dei titoli, delle foto. Anche perché siamo nati - alcune testate da più di 100 anni - per questo: non solo per informare, ma anche per aiutare a interpretare la realtà. Tutti i nostri settimanali sono impegnati da oggi su questa campagna».

Marco Testa, infine, ha insistito sul fatto che il fenomeno della comunicazione sociale sta cambiando: «Anche le aziende si stanno rendendo conto della sua importanza: comprendono, sempre più, che il bene comune è il bene dell’azienda. Perciò nei prossimi anni di comunicazione sociale se ne vedrà sempre più». «Qualcuno», ha concluso, «troverà la campagna un po’ forte, aggressiva. Forse lo è. Speriamo susciti dibattiti e riflessioni. Allora avremo raggiunto l’obiettivo».

 
 
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