A Fusagasugá, a 85 chilometri da Bogotá, lo scorso 10 agosto alle 7,34 ora locale, la scossa è arrivata netta, improvvisa, forte. Mi trovo in questa località con alcuni confratelli paolini per vivere con loro gli esercizi spirituali. In cappella per le lodi mattutine, abbiamo subito capito che un terremoto stava scuotendo il paese. Ho provato una sensazione simile a quella che, da bambino, a Bolzano vissi nel maggio del 1976 con il terremoto del Friuli: mobili che sbattono, lampadari che oscillano, una sensazione che ti manca il terreno sotto i piedi.

Appena usciti abbiamo visto intorno a noi edifici che oscillavano per alcuni minuti, persone che abbandonavano di corsa uffici e abitazioni, la cittadina che per alcuni minuti si è fermata. Poi il ritorno alla normalità, senza danni significativi.

Ma la distanza tra questa zona, vicino alla capitale, e l’ovest del Paese dove si trova l’epicentro del sisma è diventata, in poche ore, la misura della tragedia. L’epicentro, in particolare, si trova nella zona di San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó. Luoghi ricchi di minerali preziosi e dove ci sono, fra l’altro, grandi piantagioni di coca, che finanziano la guerriglia che combatte contro le forze armate regolari colombiane. La zona, fra le più povere del Paese nonostante le tante risorse, non è lontana dalla foresta del Darien, luogo di passaggio dell’immigrazione irregolare che dal Sud America tenta la fortuna verso gli Stati Uniti, spesso con esiti tragici.

I sismografi hanno registrato in quei lunghi minuti un terremoto con magnitudo 7,4, il più forte registrato in Colombia dall’inizio del secolo, secondo le ricostruzioni del Servizio geologico nazionale e delle agenzie internazionali. Il bilancio è in continuo aggiornamento ma già drammatico: le vittime hanno superato ad oggi quota 300, ma migliaia sono i dispersi e i feriti si contano a centinaia.

I notiziari colombiani qui danno continuamente aggiornamenti, mostrando tante immagini di quei lunghi, dolorosi e spaventosi momenti di urla e crolli. Le squadre di soccorso lavorano senza sosta tra macerie ancora instabili, alcuni reparti delle forze di sicurezza colombiane, tra le più preparate al mondo, garantiscono la sicurezza pubblica per evitare episodi di sciacallaggio e possibili azioni della guerriglia. Si lavora giorno e notte nella speranza di trovare sopravvissuti.

La situazione più critica si registra a Pereira, tra le città più colpite, nel vicino dipartimento di Risaralda, nel cosiddetto Eje Cafetero, la regione dove si produce l’ottimo caffè colombiano. Qui il terremoto ha fatto crollare decine di edifici e interi isolati risultano distrutti. Il bilancio locale parla di numerose vittime, dispersi e centinaia di persone estratte vive dalle macerie, mentre i soccorsi continuano senza interruzione.

Gravi danni anche più a ovest, cioè a Cali, Manizales e in diverse città della regione andina occidentale, nel dipartimento della Valle del Cauca: abitazioni, scuole e strutture sanitarie hanno subito crolli o lesioni strutturali. La rete viaria è compromessa in più punti, soprattutto lungo gli assi Buga–Buenaventura e Armenia–Pereira–Manizales, dove frane e cedimenti rallentano i soccorsi. Anche gli aeroporti di questa zona sono stati chiusi perché danneggiati.

Tornando al Chocó, epicentro del sisma e, come detto, tra le aree più fragili del Paese, arrivano le notizie più tragiche. Molti piccoli centri restano isolati, con comunicazioni interrotte e accessi ancora limitati. Il censimento dei danni è ovviamente ancora incompleto e diverse comunità indigene hanno chiesto interventi urgenti per mancanza di acqua, energia e assistenza sanitaria.

Il neopresidente colombiano, Abelardo de la Espriella, entrato in carica il 7 agosto scorso a Cali, ha proclamato lo stato di emergenza nazionale.

La terra, intanto, non ha smesso di muoversi. Nelle ore successive al sisma principale il Servizio geologico colombiano ha registrato 96 repliche, alcune con magnitudo fino a 4,8, alimentando paura e incertezza tra la popolazione locale, ma non sono state avvertite a distanza.

Nelle aree colpite si contano case distrutte, ospedali sotto pressione e famiglie che cercano ancora i propri cari tra le macerie. Accanto alla devastazione, si muove però una vasta macchina dei soccorsi: militari, vigili del fuoco, Protezione civile, Croce Rossa e volontari. Rinforzi sono arrivati anche da Bogotá, con squadre specializzate inviate nelle zone più colpite.

È questa, oggi, l’immagine della Colombia: un Paese ferito, che scava tra le macerie mentre la terra continua a tremare.