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mercoledì 22 ottobre 2014
 
 

Italiani in Brasile, terra e lavoro

31/03/2012  Oggi in Brasile, secondo le stime dell’ambasciata italiana, vivono oltre 25 milioni di oriundi. Soprattutto nel Sud del Paese, nella zona “incastrata” tra Paraguay, Argentina e Uruguay.

Oggi in Brasile, secondo stime dell’ambasciata italiana, vivono oltre 25 milioni di oriundi. Sembra addirittura che, contando i cognomi registrati all’anagrafe, San Paolo sia la seconda citta’ italiana piu popolata del mondo dopo Roma. Ma a parte la megalopoli Paulista e lo Stato a cui da il nome, il grosso dell’emigrazione italiana si e’ concentrata a sud, nella zona “incastrata” tra Paraguay, Argentina ed Uruguay. Anche a causa del clima, molti dei nostri connazionali venuti qui in cerca di terra e di lavoro dal 1870 in poi, (costituendo fino al 1950 il gruppo etnico di emigranti piu’ numeroso) scelsero – e italianizzarono in massa - questa relativamente piccola appendice meridionale dell’ex colonia portoghese. Al punto che l’IBGE (Istituto Brasiliano per la Geografia e la Statistica) considera oggi italo-brasiliani un terzo della popolazione dei tre Stati che la compongono: 9 milioni circa su 27 totali tra Parana’, Santa Catarina e Rio Grande do Sul.

Brasile, 1930: la casa degli italiani a Belem (Alinari).
Brasile, 1930: la casa degli italiani a Belem (Alinari).

Ma per accorgersi di quanto diffusa e capillare sia questa presenza non servono le cifre ufficiali: tutto, dai cartelloni pubblicitari agli elenchi del telefono, pullula di nomi ‘nostrani’. Se pero’ ai ‘titolari’ di questi nomi se ne chiede la provenienza specifica nella maggior parte dei casi bisogna accontentarsi di un “nao sei” (non so). Di fatto qui l’esodo italiano e’ antico oltre che numeroso. Il grosso dei connazionali, gran parte dal Triveneto (molti addirittura con passaporto austroungarico), approdo’ su queste sponde - per disboscarle e coltivare caffe’ - alla fine del 19esimo secolo. Sempre secondo l’IBGE, piu’ di un milione di italiani (due terzi del totale) emigrarono in Brasile prima del 1900. E dopo la quinta o sesta generazione e’ normale che di tante storie familiari si siano perse le tracce.

Brasile, San Paolo, 1937: mostra italiana per il cinquantenario dell'emigrazione a San Paolo, con il padiglione espositivo della Pirelli (Alinari).
Brasile, San Paolo, 1937: mostra italiana per il cinquantenario dell'emigrazione a San Paolo, con il padiglione espositivo della Pirelli (Alinari).

Quelle culturali, tuttavia non si sono perse affatto. Sulla mappa di questa zona figurano Nova Cantu’, Nova Brescia, Nova Treviso, Nova Padua e Nova Bassano, (addirittura due Nova Venezia – una scritta con la “c” al posto della “z”). Qui, tutto ricorda l’Italia, dal cibo all’architettura fino al modo di pronunciare il portoghese. E forte, fortissima, e’ l’impronta italiana nell’interpretare – dall’aspetto dei luoghi di culto alle espressioni della devozione per i santi - la fede cattolica. La sinergia tra le migliaia di religiosi in missione (il Brasile e’ da sempre la nazione con il maggior numero di missionari italiani) e i figli, i nipoti e i pronipoti degli emigranti che hanno scelto la carriera ecclesiastica, ha fatto degli italiani I principali continuatori dell’evangelizzazione di questo enorme Paese, iniziata sotto l’impero portoghese, dai padri gesuiti.

Brasile, San Paolo, 1937: il padiglione espositivo con i libri delle più famose case editrici italiane (Alinari).
Brasile, San Paolo, 1937: il padiglione espositivo con i libri delle più famose case editrici italiane (Alinari).

I segni di questo fenomeno sono ovunque in questa parte di Brasile e, nonostante la popolarita’ crescente dei nuovi, numerosi e variegati movimenti evangelici protestanti, continuano a spuntarne di nuovi. Molti sono I luoghi dove l’impatto di questo mix di fede e italianita’ e’ particolarmente marcato. Noi abbiamo scelto di raccontarvene due.

Centocinquanta cognomi trentini su 13,000 abitanti sarebbero tanti anche per un comune del Veneto o della Lombardia. Tuttavia, a 10,000 chilometri da Monte Bondone e fiume Adige, sono tanti davvero! Il comune in questione si chiama – guarda caso - ‘Nova Trento’, si trova nello Stato brasiliano di Santa Catarina (il penultimo, a Sud, prima del confine con l’Uruguay) e la natura che lo circonda non potrebbe essere piu’ diversa da quella della citta’ che ne ha ispirato il nome. Eppure, in questa valle circondata da foreste tropicali lussureggianti, lo spirito trentino e, piu’ in generale, italiano, e’ riuscito a resistere alla distanza spazio-temporale dalla madre patria.

Rino Montibeller, responsabile degli scambi culturali presso l’ente turismo comunale di Nova Trento, in Brasile.
Rino Montibeller, responsabile degli scambi culturali presso l’ente turismo comunale di Nova Trento, in Brasile.

In parte grazie all’intraprendenza e alla religiosita’ dei primi ‘colonizzatori’, una ventina di famiglie di emigrati trentini che fondarono la citta’ nel 1875, dei loro discendenti e dei tanti conterranei che, attratti da terra praticamente gratuita e abbondanti opportunita’ di lavoro, li raggiunsero subito dopo. “I primi che arrivarono qui speravano di trovare terreno da coltivare e dovettero invece fare I conti con la giungla, gli insetti e gli indios non sempre amichevoli: per loro la fede fu fondamentale per andare avanti”, spiega Rino Montibeller, che nel suo ruolo di responsabile degli scambi culturali presso l’ente turismo comunale di Nova Trento ne preserva e ne divulga la storia.

“I trentini avevano nel cuore il ricordo di quelle chiesette lassu’ in alto sulla montagna, dunque appena possibile le ricostruirono qui” Iniziarono dal monte piu’ alto della zona, il Morro da Cruz un cocuzzolo fitto di vegetazione a 525 metri sul livello del mare dove, aiutati inizialmente da un gesuita francese, Padre Alfredo Russell, eressero mattone per mattone Nossa Senhora do Bom Soccorro (la Madonna del Soccorso) chiesa che anche grazie al panorama mozzafiato e’ una delle piu’ visitate del Brasile, e la seconda ‘attrazione’ per cosi’ dire di Nova Trento.

La prima, molto piu’ in basso nella frazione di Vigolo (battezzata cosi’ in onore dell’omnima frazione di Trento) e molto piu’ recente, e’ Santa Paulina, un enorme santuario da 4000 posti a sedere, dove la messa viene trasmessa una volta al mese in diretta TV, inaugurato nel 2006 in seguito alla canonizzazione dell’omonima Santa, vissuta e morta in Brasile, ovviamente, trentina anche lei. E a corredo di queste due mete di pellegrinaggio che da sole attirano almeno 70,000 visitatori al mese – altre 30 circa, tra chiese ed abbazie costruite negli anni dagli abitanti della zona, tutte o quasi con nomi architettura e ‘sapore’ italiano.

Lo stesso sapore che si gusta nelle tante aziende vinicole e fattorie, alcune trasformate in agriturismo (una addirittura in museo della civilta’ Contadina italiana) nate e cresciute qui che insieme alle chiese, fanno di Nova Trento il maggiore polo di attrazione di turismo religioso del Sud del Brasile e il secondo dell’intera nazione. “Nova trento e’ chiamata la ‘piccola Italia’ della nostra regione e il perche’ si sente nell’aria. Abbiamo tradizioni ancora forti qua,” continua Montibeller l’ultimo dei trentini ad emigrare quaggiu’ negli anni ‘90.

“Il gruppo di danza e musica folk, quello di teatro, la famosa polenta offerta da tutti i ristoranti … tutte cose che c’erano gia’ e che adesso piacciono anche ai turisti”. Un mix vincente insomma di Fede e italianita’ che in un Paese in crescita come questo (uno dei pochi al mondo al giorno d’oggi, anche con molta strada ancora da fare) lascia ben sperare Montibeller e i suoi nuovi concittadini: adesso la speranza e’ che, trovanodsi a meta’ strada tra Curitiba e Porto Alegre, entrambe citta’ dove tra due anni si giocheranno I mondiali di calcio, magari anche qualche non-brasiliano si accorga di questo “pezzetto di Italia” (come recita lo slogan) – Cristiana aggiungiamo noi – nella giungla.

Se a Nova Trento, nello Stato di Santa Catarina, l’ ‘evangelizzazione’ italiana e’ frutto di un intera comunita’, a Guarapuava, 500 km piu’ a nord, prende la forma dell’iniziativa personale. Qui il segno piu’ evidente di un fenomeno che inizia con I primi missionari e continua con i tanti religiosi nati in seno alle numerose comunita’ di emigranti si chiama “Santuario della Divina e Trina Ternura”. Un complesso situato sulla collina piu’ alta della citta’, senza lo status di parrocchia ma che include inseme alla chiesa, dove si celebra regolarmente messa, una serie di altri edifici tra cui una cappella separata, un centro giovanile, un laboratorio di falegnameria e addirittura un forno. Insomma, un punto di riferimento sia per i fedeli che per i giovani locali che qui si avviano ad attivita’ produttive e, in caso, alla vocazione. Il tutto, nato dall’idea di un sacerdote italiano di Cuneo venuto qui 44 anni fa : Padre Giovanni Rocchia, o Joao Rocha come lo chiamano, “portoghesizzandogli” il nome, in questo centro di 200,000 abitanti nel cuore dello Stato del Parana, dove e’ conosciuto e stimato un po’ da tutti. Lo abbiamo incontrato e intervistato all’interno di quella che a pieno titolo puo’ considerarsi la sua “creatura”.

Padre Giovanni Rocchia, innanzitutto che significa ternura?

In portoghese “ternura” corrisponde all’Italiano “tenerezza”. Noi abbiamo aggiunto alla parola “tenerezza”, che in contesti laici puo’ anche prestarsi a interpretazioni ambigue, due aggettivi: divina e trina. Qui siamo nel primo santuario al mondo dedicato alla divina e trina tenerezza.

Da chi e da che cosa e’ stato ispirato a fondare ed erigere questo complesso?

Io sono arrivato in Brasile al tempo della dittatura, alla fine degli anni ‘60. Era il tempo della violenza, della teologia della liberazione, liberazione totale dalla schiavitu’ economica e sociale. Gradualmente ho scoperto che il nostro Dio non e’ un Dio-violenza, bensi’ un Dio-tenerezza, concludendo che la violenza non porta da nessuna parte. Nell’85 ho scritto un articolo sull’argomento che e’ stato pubblicato in alcune riviste “di settore”, e una suora marchigiana, Costanza Scarponi che da 50 anni cercava di costruire in Italia un santuario dedicato alla divina tenerezza lo ha notato. Siamo entrati in contatto, abbiamo cominciato a corrispondere e a fare pressioni insieme per costruirlo qui, … a un certo punto l’allora vescovo Albano Cavallin mi chiese di iniziare, e nel 1994 qui e’ stata celebrata la prima messa. Filosoficamente mi rifaccio, da sempre, a Victor Frankl il fondatore della terza scuola Viennese di psicoterapia. In particolare quando dice che senza l’affetto, senza la tenerezza la comunicazione non ha valore. Oggi abbiamo tutti la nostra TV, il nostro computer, il nostro cellulare: c’e’ molta comunicazione ma poca affettivita’. Questo e’ il carisma [il messaggio NdA] che io, da qui, e alcuni gruppi – anche italiani - affascinati da questo tema, vogliamo trasmettere e divulgare.

Le filosofie però non bastano a costruire una opera del genere. Lei come ha fatto?

Qui mi hanno aiutato un po’ tutti, specialmente I piccoli. Ho sempre evitato di farmi aiutare dai grandi industriali quando scoprivo che sfruttavano I deboli: non solo non ho mai preso soldi dagli sfruttatori ma non ho mai nemmeno accettato di benedire una casa che e’ stata costruita col sangue dei poveri. In questo sono sempre stato radicale. Dico la verita’ ho avuto anche qualche aiuto dall’Italia … per esempio i miei antichi chierichetti di Cuneo mi hanno mandato, circa 15,000 euro. Non e’ molto, ma qui mi sono bastati a tirare su una panetteria che adesso e’ autonoma e addirittura in grado di dotarsi di nuovi macchinari.

Qual è il suo rapporto con le comunità evangeliche protestanti?

Bisogna distinguere: ci sono i classici – metodisti, luterani, battisti, che vengono anche qui. Tuttavia molti dei gruppi sorti adesso non sono religioni … il proverbio dice “piccole chiese, grandi guadagni”: e’ diventato un commercio, veramente!


E il suo rapporto col Vaticano?

Buono! …forse perche’ sono lontano.

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