Ceuta, ultimo giorno di luglio. Più di cinquantamila persone attraversano in poche ore il confine con il Marocco: un'onda umana che il giorno dopo è già rifluita quasi per intero, respinta oltre la frontiera da un esercito spagnolo schierato in tenuta da emergenza. Nessuno di loro raggiungerà l'Europa continentale. Eppure basta l'immagine di quella marea di corpi contro il filo spinato, moltiplicata all'infinito da account social anonimi che promettevano un confine aperto, per accendere una miccia che a Roma qualcuno aspettava da tempo di poter incendiare.

Giorgia Meloni non lascia passare l'occasione. Nelle stesse ore in cui la Spagna di Pedro Sánchez fatica a contenere l'emergenza, il governo italiano sceglie la linea dello scontro frontale: prima le critiche dure alla gestione madrilena, poi, il 31 luglio, la decisione di reintrodurre unilateralmente i controlli su navi e aerei in arrivo dalla Spagna, sospendendo di fatto la libera circolazione garantita da Schengen tra i due Paesi. È una mossa che non ha precedenti recenti tra due Stati membri dell'Unione, giustificata con la sicurezza ma letta da subito, anche a Bruxelles, come qualcosa di diverso: un segnale politico, rivolto più all'elettorato di destra conteso da Meloni al nuovo partito di Roberto Vannacci che alla Spagna stessa.

Sabato successivo Roma alza ulteriormente il tiro: insieme alla Danimarca promuove una lettera ai vertici Ue, firmata da 22 leader quasi tutti conservatori, tra loro il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che chiede una risposta comune europea e critica apertamente le politiche migratorie spagnole. Non la firmano, significativamente, Francia e Portogallo: gli unici due Paesi che con la Spagna condividono un lungo confine di terra, e che la crisi la conoscono da vicino.

La presidente del consiglio, Giorgia Meloni
La presidente del consiglio, Giorgia Meloni

Il passo indietro di Roma

Ma la lettera arriva già in ritardo sui fatti. Quando martedì 4 agosto i ministri dell'Interno dei Ventisette si riuniscono a Bruxelles per fare il punto, l'emergenza a Ceuta si è già sgonfiata da giorni, e con essa l'argomento più forte di chi voleva usarla come clava contro Madrid. Il comunicato finale non contiene alcuna nuova misura di contrasto, come molti si aspettavano: solo parole di piena solidarietà alla Spagna. E lo stesso Matteo Piantedosi, che fino a poche ore prima era stato tra le voci più dure contro il governo Sánchez, cambia improvvisamente registro.

Pedro Sánchez Primo ministro della Spagna
Pedro Sánchez Primo ministro della Spagna

In un'intervista a La Verità dice che "va comunque espressa piena solidarietà alla Spagna" e che "l'Italia ha già detto di essere pronta a offrire il proprio supporto"; durante la riunione precisa che il ripristino dei controlli italiani non va inteso "in alcun modo" come una misura contro Madrid.

Un diplomatico europeo, rimasto anonimo, descrive a Politico le ventiquattr'ore di diplomazia successiva come una seduta di "terapia di coppia" tra i due governi. L'unica voce fuori dal coro concertato resta quella del commissario europeo agli Affari interni Magnus Brunner, che pur negando un nesso diretto con Ceuta definisce "non un buon segnale" il piano spagnolo di regolarizzazione di centinaia di migliaia di migranti e richiedenti asilo.

A migrant gestures as others swim through the waters close to the border barrier with Morocco to enter Spain's north Africa's Ceuta enclave on July 31, 2026. Thousands of migrants crossed overnight from Morocco into Ceuta enclave, a police source said, as Spanish Prime Minister was set to arrive to manage the latest migrant crisis on the border. In recent days, a total of around 40,000 migrants have crossed into the territory, population 80,000, the source added. (Photo by JORGE GUERRERO / AFP)
A migrant gestures as others swim through the waters close to the border barrier with Morocco to enter Spain's north Africa's Ceuta enclave on July 31, 2026. Thousands of migrants crossed overnight from Morocco into Ceuta enclave, a police source said, as Spanish Prime Minister was set to arrive to manage the latest migrant crisis on the border. In recent days, a total of around 40,000 migrants have crossed into the territory, population 80,000, the source added. (Photo by JORGE GUERRERO / AFP)
Un migrante fa un gesto mentre altri nuotano nelle acque vicino alla barriera di confine con il Marocco per entrare nell'enclave spagnola di Ceuta, nell'Africa settentrionale, il 31 luglio 2026. Migliaia di migranti hanno attraversato il confine durante la notte dal Marocco all'enclave di Ceuta, ha detto una fonte di polizia, mentre il Primo Ministro spagnolo si preparava ad arrivare per gestire l'ultima crisi migratoria al confine. Negli ultimi giorni, un totale di circa 40.000 migranti ha attraversato il territorio, che ha una popolazione di 80.000 abitanti, ha aggiunto la fonte. (Foto di JORGE GUERRERO / AFP) (AFP)

Il governo spagnolo, dal canto suo, non ha mai accolto le persone arrivate a Ceuta: le ha rimandate oltre confine con l'esercito, senza lasciare che presentassero domanda d'asilo, salvo poche centinaia di minorenni, e ha stretto un'intesa con Rabat per facilitarne il rientro. Il ruolo del Marocco nella genesi della crisi resta tutto da chiarire.

La Spagna risponde, colpo su colpo

Ma se a Bruxelles lo scontro si stempera, sul terreno l'escalation prosegue comunque, con una logica quasi meccanica: a un gesto unilaterale ne segue un altro, speculare. Venerdì 7 agosto sera anche la Spagna reintroduce i controlli sui passeggeri in arrivo dall'Italia, esattamente come Roma aveva fatto una settimana prima. Non condividendo i due Paesi una frontiera di terra, la misura riguarda gli aeroporti, e in misura minore i porti, dei due Paesi: da Madrid a Barcellona, Malaga, Siviglia, Bilbao, Alicante, Valencia, la polizia spagnola comincia a controllare identità e nazionalità dei passeggeri provenienti dall'Italia, chiedendo anche visto o permesso di soggiorno ai cittadini extracomunitari.

Il primo giorno, sabato 9 agosto, i controlli riguardano a campione tra il 5 e il 15 per cento dei passeggeri sui 250 voli arrivati dall'Italia: codici confusi da aeroporto ad aeroporto, lunghe attese sotto il sole d'agosto, turisti spaesati che non capiscono perché, in piena Unione Europea, qualcuno chieda loro il passaporto. Sul fronte italiano, dal canto suo, dal 31 luglio è la Guardia di Frontiera a fermare a campione chi sbarca dalla Spagna, richiedendo controlli più accurati solo ai passeggeri extra Ue.

È una misura destinata, nelle intenzioni dichiarate di entrambi i governi, a restare temporanea — Madrid l'ha fissata fino al 7 settembre, salvo proroghe legate all'evolversi della situazione — ma che intanto produce un fatto politico e simbolico enorme: due Paesi fondatori dello spirito europeo di libera circolazione che si trattano, almeno in parte, come se non facessero più parte dello stesso spazio Schengen. Non è passato inosservato a Bruxelles. Il commissario Brunner ha telefonato personalmente ai ministri dell'Interno di Roma e Madrid, Piantedosi e Fernando Grande-Marlaska, ricordando che «la fiducia tra gli Stati membri è la nostra risorsa più preziosa», e ha voluto rassicurare pubblicamente, su X, che «entrambi i governi hanno assicurato che i controlli alle frontiere interne sono temporanei». Sullo sfondo pesa un'altra incognita, forse più seria delle code negli aeroporti: i servizi segreti spagnoli considerano "credibile" l'allarme di un nuovo arrivo di massa a Ceuta proprio in coincidenza con il weekend di Ferragosto. Se dovesse materializzarsi, la tregua diplomatica raggiunta a fatica in questi giorni potrebbe saltare di nuovo, in poche ore, come già accaduto una volta.

Il fantasma di Dublino: quando i numeri raccontano un'altra storia

C'è però un secondo fronte, meno mediatico ma più strutturale, che la vicenda di Ceuta rischia di far passare in secondo piano, e che chiama in causa non la Spagna ma la Germania. Riguarda il cosiddetto regolamento di Dublino, la norma europea per cui un richiedente asilo che si sposta da un Paese all'altro dell'Unione dovrebbe essere rimandato allo Stato di primo ingresso, nella grande maggioranza dei casi Italia o Grecia. Già a gennaio del 2025 la tv pubblica tedesca Ard aveva acceso i riflettori su un dato imbarazzante: nel 2024 l'Italia aveva dato il consenso formale a riprendersi oltre diecimila "dublinanti" dalla Germania, ma nei fatti ne aveva effettivamente riaccolti soltanto tre. Non un errore statistico, ma la fotografia di un sistema che si inceppa quasi sempre tra il sì burocratico e il trasferimento reale.

Friedrich Merz, Cancelliere federale della Germania
Friedrich Merz, Cancelliere federale della Germania

I numeri ufficiali del Bamf, l'Ufficio federale tedesco per i migranti e i rifugiati, confermano la sistematicità del fenomeno anche a livello europeo, non solo italiano. Nel 2023 la Germania ha chiesto il trasferimento di 74.622 richiedenti asilo verso altri Paesi Ue; il consenso è arrivato in 55.728 casi, ma i trasferimenti effettivamente avvenuti sono stati appena 5.053, meno di uno su dieci. Nel 2024 lo schema si ripete quasi identico: 74.583 richieste, 44.431 consensi, ma solo 5.827 trasferimenti reali. Le procedure si arenano nei passaggi burocratici tra le amministrazioni, nei ricorsi, nei tempi tecnici che spesso fanno scadere il termine di sei mesi previsto dagli accordi, oltre il quale il trasferimento decade automaticamente. Non è un dettaglio da contabili: a Berlino ricordano ancora il caso dell'attentatore di Aschaffenburg, il ventottenne afghano che nel gennaio 2025 uccise a coltellate un uomo di 41 anni e un bambino di 2 anni. Avrebbe dovuto essere trasferito in Bulgaria, ma la lentezza delle notifiche tra le autorità fece scadere il termine dei sei mesi previsto da Dublino, e quel trasferimento — come i diecimila italiani — non avvenne mai.

A che punto siamo, tra Roma, Berlino e Madrid

Difficile, in questo agosto europeo, tenere separati i fili. Da una parte due governi, quello italiano e quello spagnolo, che si controllano a vicenda negli aeroporti in nome di una crisi migratoria, quella di Ceuta, già rientrata da giorni, e che restano sotto la minaccia di doverla rivivere a Ferragosto. Dall'altra un meccanismo europeo, quello di Dublino, che da anni funziona solo sulla carta e che proprio l'Italia, oggi tra i Paesi più rigidi nei controlli in entrata, ha di fatto disatteso quando a chiedere i trasferimenti era la Germania. È la stessa contraddizione, osservata da due angolazioni diverse: la fatica di un continente che pretende ordine alle frontiere esterne mentre non riesce a farsi rispettare le regole che si è dato al proprio interno.

In mezzo, come spesso accade, restano le persone: i minorenni respinti a Ceuta con l'eccezione concessa in extremis, i "dublinanti" che aspettano per mesi un trasferimento che quasi mai arriva, i turisti in coda sotto il sole negli aeroporti spagnoli senza sapere bene perché.

E resta, sullo sfondo, il richiamo che il presidente Sergio Mattarella ha voluto lasciare cadere proprio in questi giorni di tensione, invitando a una «gestione dei flussi migratori che obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone», perché, ha detto, «siamo invitati a riflettere sul prezzo umano pagato e ad agire affinché simili sciagure non abbiano a ripetersi».

Parole che suonano quasi fuori tempo, in una stagione in cui la politica migratoria europea si misura più in code agli imbarchi e comunicati di solidarietà di circostanza che in soluzioni condivise. La tregua tra Roma e Madrid regge, per ora, fino al 7 settembre. Ma la data che davvero tutti guardano, con più apprensione, è il 15 agosto.