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Riforma
 

«Martini sarebbe contento del cammino avviato da Bergoglio»

26/10/2014  Presentato a Milano il libro "Chi salva una vita salva il mondo intero" del giornalista Stefano Stimamiglio in cui racconta la vita di padre Georg Sporschill, amico e confidente del cardinale Martini: «Oggi», ha detto il gesuita, «sarebbe contento per il cammino che, con capacità di sorpresa, la Chiesa ha avviato con papa Francesco»

L’ultima intervista di Carlo Maria Martini, nota come il suo “testamento” e pubblicata dal Corriere della Sera il giorno dopo la morte, è conosciuta per la frase: «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote?”. “Anzi, disse “200 se non 300”», precisa padre Georg Sporschill, il confratello gesuita che la raccolse e che lo intervistò anche nelle famose Conversazioni notturne a Gerusalemme.
«Ricordo – dice padre Georg – la lucidità, ma anche il disappunto e il dolore, con cui pronunciò quelle parole. Oggi non so se le ripeterebbe, ma sicuramente sarebbe contento per il cammino che, con capacità di sorpresa, la Chiesa ha avviato. Francesco ha esaudito il desiderio di Martini sul letto di morte».
Il riferimento è al recente Sinodo straordinario sulla famiglia: «Il primo successo è il metodo e il coraggio di affrontare certi temi in modo trasparente. Il Papa ha detto che non serve il giudizio sulle famiglie in difficoltà, ma l’accompagnamento concreto. Ecco, questa era la forma dell’azione pastorale di Martini, uno stile che dà credibilità».

L’occasione per ricordare il cardinale è la presentazione nella parrocchia milanese di San Giovanni in Laterano del libro Chi salva una vitasalva il mondo intero di don Stefano Stimamiglio, giornalista paolino del settimanale Credere, che racconta la vita di Sporschill. Alla presentazione, il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli intervista questo religioso austriaco di cui Martini fu così amico.
Si conobbero nel 1982 a Vienna, ma si frequentarono soprattutto negli anni della permanenza del cardinale a Gerusalemme (2002-2008) e in successivi incontri a Gallarate. L’ultimo l’8 agosto 2012, quando venne raccolto il “testamento”, ventitré giorni prima della morte.
C’è un tratto che unisce i due amici anche a un altro gesuita, Bergoglio, ed è fondamentalmente un sogno: «Quello di una Chiesa povera e vicina ai poveri. Anzi, povera perché vicina ai poveri. E quello di una Chiesa coraggiosa, che non teme di entrare nelle tante miserie spirituali degli uomini di ogni tempo, le famose periferie esistenziali».

Quest’amicizia spirituale con chi soffre è stata vissuta dai tre confratelli in modi diversi, ma li ha profondamente uniti. Padre Sporschill, dal canto suo, l’ha vissuta nella Romania che usciva dal regime di Ceausescu nel 1991, «cercando di far qualcosa» con i 20mila ragazzi che abitavano nei tombini delle fogne di Bucarest e combattevano la fame sniffando vernice e colla. Ci era andato per sei mesi e si è fermato vent’anni. Ora invece è accanto agli 800mila rom stanziali della Transilvania, sempre in Romania, che vivono in condizioni di estrema povertà in catapecchie di legno.

«Martini – racconta Padre Georg – fece la scelta di una Chiesa povera, in tutta la sua azione. Quando avviò la Cattedra dei non credenti, qualcuno pensò che fosse un modo per convertirli. Lui invece voleva essere istruito della loro prospettiva, una sana povertà evangelica dal punto di vista intellettuale. È lo stesso atteggiamento scelto dal Papa per il Sinodo, in cui è prevalsa l’umiltà di capire, sedendosi accanto a coloro che soffrono».

Il gesuita austriaco, infatti, vede in Francesco l’unione tra discernimento e misericordia, tra la dimensione intellettuale e quella della preghiera, che caratterizzava proprio Martini. Lo racconta anche don Stefano Stimamiglio, è la predilezione per il metodo induttivo: prima guardare la realtà, amarla, capirla, porle le domande giuste; a partire da lì cercare, criticamente, di applicare le regole generali. Non il contrario, non ricette fatte e finite da applicare alle situazioni concrete, a costo di forzare queste ultime. «Era uno dei tratti di Martini – dice Padre Georg – che affascinava i giovani. Diceva che la Chiesa non deve insegnare, ma ascoltare, ascoltare, ascoltare. Aggiungeva che avrebbe dovuto scusarsi perché troppo spesso, specie verso i ragazzi, aveva dato risposte a domande che non le erano state formulate, ad esempio sul tema della sessualità».

Incalzato dalle domande del direttore del Corriere, Sporschill conferma di ritrovarsi nelle tesi che causarono a Martini anche taglienti giudizi. Molte di quelle idee furono espresse proprio in Conversazioni notturne a Gerusalemme. Per esempio le critiche all’Humanae Vitae di Paolo VI, conosciuta anche come “enciclica della pillola”, o l’apertura ai preti sposati. «In Romania – dice Padre Georg – i preti uniati, che fanno parte della Chiesa cattolica, possono sposarsi. Anche io credo che il celibato debba essere una scelta e non imposto». Ma poi aggiunge: «Credo che oggi il vero problema dei sacerdoti sia piuttosto scegliere di stare in mezzo alla gente, nell’ospedale da campo di cui parla Francesco». E alla domanda su chi è un buon cristiano, risponde: «Quando questa sera sono entrato in questa chiesa, ho visto il parroco baciare sulla testa un giovane. Ecco, questo è l’atteggiamento del buon cristiano».

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