La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere ha approvato nei giorni scorsi all’unanimità la relazione sulla violenza economica. Un passo importante, a detta della deputata di Azione, Elena Bonetti «per dare una definizione chiara, anche a livello normativo, di una forma della violenza maschile contro le donne per troppo tempo non riconosciuta, ma che ha effetti drammatici. Il nostro Paese, negli ultimi anni, ha introdotto strumenti importanti di aiuto alle vittime, come il reddito di libertà e il microcredito di libertà. Serve però insistere per rendere le donne pienamente autonome economicamente. La proposta che fa parte della pdl a mia prima firma, il LeaderShe Act (AC 1818), di prevedere l’obbligo che lo stipendio di una donna venga erogato su un conto corrente a lei intestato va in questa direzione, come evidenziato dalla relazione. Grazie a tutte le colleghe e i colleghi della commissione e in particolare alla Presidente Martina Semenzato per l’importante lavoro che abbiamo svolto».

Con Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna, capiamo in che modo la definizione normativa di violenza economica possa cambiare concretamente la tutela delle donne e l’azione delle istituzioni. «La definizione di violenza economica è importante prima di tutto perché si riconosce una fattispecie di reato che ha anche effetto di consapevolezza sulla società tutta dalle persone che si occupano di altro alle persone che ricoprono ruoli nelle professioni antiviolenza: magistratura, avvocatura, forze dell’ordine, servizi sociali e sanitari. Inoltre, viene riconosciuto anche il mancato mantenimento come forma di violenza economica che noi, esperte attiviste dei centri antiviolenza, proponemmo già negli anni 90 di riconoscere: questa violazione di una indicazione della magistratura in fase di affidamento come grave violazione perché riguarda una percentuale altissima di uomini che, a seguito di separazione, non si attiene a quanto prescritto dal Tribunale senza avere nessuna conseguenza. C’è sempre da fare un’azione culturale che possa accompagnare la maturazione di una nuova consapevolezza e su questo bisognerebbe investire, investimenti mancanti in Italia che impediscono una evoluzione che in altri Paesi si sta realizzando».

Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna

Gli strumenti come il reddito e il microcredito di libertà sono sufficienti a garantire una reale autonomia economica, oppure servono interventi strutturali più ampi?
«Il reddito di libertà è una azione che noi utilizziamo molto a sostegno delle donne che stanno in un percorso di fuoriuscita dalla violenza ed è sicuramente utile; certo dobbiamo dire che prova a supplire a discriminazioni importanti contro le donne tutte e quindi, poi, per chi sta vivendo una situazione complessa come la fuoriuscita dalla violenza le difficoltà si sommano e diventano davvero importanti. La disoccupazione femminile in Italia sta degenerando sempre più e questo come sappiamo significa impoverimento delle bambine e dei bambini e di tutto il Paese. Servono politiche sistemiche, le misure ad personam dovrebbero essere un ponte per tamponare la loro realizzazione e non l’unico strumento possibile. Le donne subiscono una enorme discriminazione economica in Italia da parte istituzionale e poi nelle relazioni intime ed è questo connubio a impattare tragicamente sulle donne. Dobbiamo pensare che le donne in Italia si laureano prima e meglio degli uomini, ma poi il gender gap (tra dirigenti è del 30%) l’assenza di welfare ed asili nido, luoghi per persone con disabilità ed anziani e il lavoro di cura quasi completamente sulle spalle delle donne fa sì che – anche dopo aver fatto di tutto per essere qualificate sul lavoro – l’impatto delle discriminazioni strutturali ti espella facendoti pensare di essere tu il problema e così invece di realizzare empowerment delle donne le svalorizziamo ed espelliamo dal mondo del lavoro. Una situazione tragica che ci porta a un distacco enorme con tutte le altre economie d’Europa. Come ci dice il World Economic Forum, infatti, l’Italia è ultima in Europa per autonomia economica delle donne assieme solo a Bulgaria e Ungheria».

L’obbligo di accredito dello stipendio su un conto intestato alla donna può davvero prevenire situazioni di controllo e abuso economico, o rischia di avere limiti applicativi?
«L’obbligo di accredito sul conto personale della donna non neutralizza la possibilità di controllo e quindi di violenza economica, ma afferma un principio importante di autonomia della soggettività femminile in ambito economico e questo è davvero importante. Certo se le donne non lavorano sul conto non ci possono mettere i loro soldi guadagnati e, quindi, ritorniamo all’importanza madre dell’autonomia economica: il lavoro. L’indipendenza e l’autonomia delle donne si giocano sulla sua capacità economica, gli altri sono strumenti che si mettono in campo quando quella capacità sussiste nella realtà. Senza interventi di breve, medio e lungo periodo nulla cambierà. Abbiamo anche perso l’occasione del PNRR che sapevamo avrebbe trainato l’occupazione maschile perché digital e green sono ancora ad alto tasso maschile. Noi proponemmo con forza ed unità misure di controbilanciamento con investimenti in infrastrutture e welfare, ma non solo non venimmo ascoltate: questo Governo ha ulteriormente abbassato il numero di posti in asilo nido creando un danno strutturale all’intero Paese e alle bimbe e bimbi che avrebbero potuto rafforzarsi in tante capacità sociali che oggi sappiamo essere strumento fondamentale per affermarsi nella crescita e non cadere in isolamento, depressione, dipendenze che oggi sono il grande problema delle nuove generazioni».

È possibile/accettabile che nel 2026 quella economica sia ancora una violenza sulle donne?
«Non è accettabile che le donne in Italia siano escluse dal mondo del lavoro con così tante discriminazioni attive: disoccupazione, inoccupazione, gender pay gap, lavoro di cura, assenza di infrastrutture pubbliche, violenza economica e violenza maschile nelle relazioni intime. Questo impoverisce le donne, rende più fragili le nuove generazioni e impoverisce l’intero Paese incapace di stare nei tempi della contemporaneità. Sono sicura che giovani generazioni e donne arriveranno a prendersi dal basso quello che i Governi, la politica e le istituzioni non sono in grado di pensare».