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martedì 22 agosto 2017
 
Accoglienza
 

Il riscatto del Binario 21, da via di morte a rifugio per i migranti

30/07/2015  Mentre molti Paesi europei chiudono le frontiere e innalzano muri, Sant’Egidio ha deciso si accogliere gli immigrati che sognano di andare nel Nord Euorpa nei sotterranei del binario 21 della Stazione Centrale di Milano, da dove partivano i treni carichi di ebrei diretti ad Auschwitz. Ad aiutare i profughi si alternano volontari cristiani, ebrei e islamici

A Milano, dalla piccola porta grigia del Memoriale della Shoah passa in questi giorni una rivincita della storia. Qui ci sono le rotaie sotterranee e nascoste, corrispondenti al binario 21 della Stazione Centrale, da cui partirono i treni merci carichi di centinaia di ebrei destinati alle camere a gas.

Si salvarono in pochissimi, tra cui Liliana Segre, partita tredicenne nel 1944 per Auschwitz e poi tornata senza famiglia. Nel 1997, insieme alla Comunità di Sant’Egidio e alla Comunità ebraica, fu lei a ritrovare quel luogo della vergogna, oggi visitato da migliaia di persone. Ma da giugno, ogni sera 35 “visitatori” particolari varcano l’ingresso del Memoriale: ragazzini eritrei che scappano dalla dittatura, famiglie siriane, libici in fuga dalla guerra. L’idea è venuta a Sant’Egidio negli stessi giorni in cui Francia e Germania chiudevano le frontiere e i profughi si accampavano in Stazione a Milano. Nei sotterranei del binario 21 ora possono mangiare, lavarsi, dormire qualche notte in attesa di ripartire verso il Nord Europa, dove tutti progettano di andare.

Roberto Jarach, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah, dice: «Il Memoriale è dedicato ad accogliere le diversità, in opposizione a qualunque forma di discriminazione: accogliere queste persone è una dimostrazione concreta dell’aiuto che possiamo dare a chi si trova a vivere situazioni di un’incertezza e di un’angoscia che fatichiamo soltanto ad immaginare. La stessa angoscia, settanta anni fa, ha ferito anche il nostro paese, e questo luogo in particolare». Sono quasi mille i profughi accolti dall’inizio di questa avventura, che ha unito una curiosa mescolanza di uomini e donne di tradizioni religiose diverse. La cena viene preparata a turno dagli anglicani con la reverenda Vickie Simms, da alcune parrocchie milanesi e dagli ebrei Lubavitch della cucina solidale Betavon. Altri volontari cristiani, ebrei e islamici si alternano per aiutare i profughi, mentre la notte dorme con loro Adil, marocchino e musulmano. A coordinare tutti la Comunità di Sant’Egidio, che ne spiega il senso: «C’è un’aspirazione profonda che unisce le differenti tradizioni religiose: la cura dei poveri che bussano alla nostra città».

Grazie alla solidarietà di tanti, l’accoglienza non ha alcun costo per le istituzioni pubbliche. C’è chi dona il proprio tempo, chi porta i biscotti per la colazione, chi regala un bagnoschiuma o offre il proprio cellulare per chiamare la propria famiglia. Filimon, quattordicenne sbarcato cinque giorni prima a Taranto, bacia il telefono mentre avvisa la madre in Eritrea che è ancora vivo nonostante il Mediterraneo.

La solidarietà di oggi è la rivincita verso il silenzio complice degli anni della Shoah. Quando è stato progettato il Memoriale, Liliana Segre ha voluto che la parola “indifferenza” fosse scritta a caratteri cubitali all’ingresso. L’indifferenza dei milanesi di allora di fronte a quanto accadeva «sotto i loro occhi», ma anche quella della Svizzera, dove nel 1943 suo padre organizzò la fuga aiutato da alcuni amici di famiglia. Pagarono i contrabbandieri e passarono la frontiera, ma lì trovarono un poliziotto elvetico che sentenziò: «Non potete entrare…la barca è piena».
«Mi buttai ai suoi piedi – ricorda spesso Liliana – supplicandolo tra i singhiozzi di non rimandarci in Italia». Non ci fu nulla da fare, furono portati al carcere di San Vittore e poi ad Auschwitz.

Nelle sere inoltrate del Memoriale, quando la maggior parte degli ospiti si è addormentata, Adil chiede se qualcuno è ancora sveglio e vuole raccontare la sua storia. Lui le trascrive a mano, in arabo. Sono brani commoventi della “Terza guerra mondiale a pezzi” di cui ha parlato Papa Francesco, ma anche sogni di giovani, come gli eritrei che non si rassegnano a vivere ingabbiati in un regime che a sedici anni ti obbliga al servizio militare a vita, che vuol dire entrare nell’esercito da ragazzini, finire a lavorare gratis nelle miniere di Stato e uscirne da vecchi.

Mohammed
, 15 anni, diretto in Svezia, dice che quando la sua barca è naufragata si è salvato solo perché sapeva nuotare. Invece un suo caro amico, compagno di viaggio, non ce l’ha fatta. Aiman è un padre palestinese cresciuto nel campo profughi di Yarmouk a Damasco, dove i soldati del presidente Bashar al-Assad combattono con i gruppi terroristici. «Entrambi – dice – hanno iniziato a reclutare i maschi con la forza, minacciando di sparare alla madre o alla figlia se non si uniscono a loro; lo fanno per davvero, oltre a rubare i soldi e i beni dei cittadini, rapire i bambini e uccidere chiunque si opponga». Quando suo fratello è stato ammazzato, Aiman ha deciso di scappare con la famiglia. Moglie e figli ora si trovano in Svezia, ma lui è stato rimandato in Italia dal paese scandinavo. Il suo problema sta nei polpastrelli, il nemico si chiama Accordo di Dublino: un profugo può fare domanda d’asilo soltanto nel primo paese europeo in cui mette piede. Per rispettare il trattato, l’Italia dovrebbe prendere le impronte digitali a tutti i migranti sbarcati sulle nostre coste. Non sempre avviene, ma al padre siriano è andata male: respinto dalla Svezia, ha provato una seconda volta a raggiungere la Danimarca, nuovamente rimandato in Italia.

«Non mi arrendo – è convinto Aiman – uno dei prossimi giorni riparto, mi manca troppo la mia famiglia». Il sudanese Addouma, 21 anni, ha pagato 2500 dollari un trafficante per arrivare da Alessandria d’Egitto sulle coste italiane. «Prima di salire sulla barca, ci hanno picchiato come bestiame e insultato. La metà delle persone è scappata per la paura, perché la maggior parte di noi non aveva mai visto il mare. Passati sette giorni in acqua, ci hanno spostato su un’altra barca più grande dove c’erano già altre persone; dopo tre giorni abbiamo perso tutto il cibo e l’acqua dolce, mentre iniziavamo a imbarcare acqua. Una donna è morta per la sete, l’ho toccata ed era caldissima per la febbre. Il corpo è rimasto con noi per quattro giorni mentre andavamo alla deriva, finché una nave della Marina italiana ci ha salvato».

Al termine del suo racconto, Addouma ci tiene a ringraziare i volontari delle diverse fedi che lo hanno accolto al Memoriale. Dice: «Forse ci vedremo ancora o forse no, ma una cosa sola rimarrà nel mio cuore per sempre: il ricordo del vostro aiuto. Spero che Dio vi dia la forza e il coraggio di continuare. Grazie». Nel frattempo, il quindicenne Mohammed ha postato su Facebook una bandiera della Svezia per annunciare al mondo che lui ce l’ha fatta.

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