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mercoledì 17 luglio 2019
 
Ong e migranti
 

Nei media gli “angeli del mare” hanno perso le ali

08/06/2017  Fino a un certo momento i soccorritori delle Ong venivano presentati quasi come degli eroi. Poi, improvvisamente, si cambia registro. Così, mentre una parte del mondo politico getta fango, giornali e Tv… Ecco il Rapporto “Navigare a vista”

Cosa è cambiato nel racconto delle operazioni di ricerca e di soccorso in mare, le cosiddette Sar? Quando e in che modo gli “angeli del mare” hanno perso le ali trasformandosi in “taxi del mare”? Le risposte sono contenute nel rapporto “Navigare a vista”, presentato nei giorni scorsi dal Cospe, l’Associazione Carta di Roma e l’Osservatorio di Pavia.

 

Al 25 maggio, nel solo 2017, i morti sulla rotta tra l’Africa del Nord e l’Italia sono stati 1.442; per l’Unhcr 1 persona su 35 che ha fatto quel viaggio è deceduta. Da gennaio ad aprile, secondo la Guardia Costiera, le navi militari hanno soccorso il 18.080 persone (49,62%), i privati 18.344 (50,36%; 15,64% navi mercantili e 34,72% ong). Insomma, senza l’azione delle associazioni che soccorrono i migranti nel Mediterraneo (Proactiva open arms, Medici senza frontiere, Sos Méditerranée, Moas, Save the children, Jugend Rettet, Sea watch, Sea eye e Life boat), i morti sarebbero stati molti di più. Eppure, negli ultimi mesi, il dibattito politico, mediatico e pubblico si è concentrato sul loro ruolo, con accuse pesanti di connivenza con i trafficanti.

 

“Navigare a vista” è il risultato di un lavoro di monitoraggio su 6 quotidiani nazionali, i 7 principali notiziari televisivi, i programmi tv di informazione, oltre a un paragone tra le comunicazioni via Twitter delle Ong e delle forze militari. Duplice l’obiettivo: analizzare le strategie di comunicazione degli attori civili e militari, così come le tendenze relative al racconto delle operazioni di ricerca e soccorso sui media.

Prima del marzo 2017, a differenza della gestione dell’accoglienza e dell’asilo politico che vengono associati alla paura e allo scontro politico, quella delle operazioni in mare è una narrazione che (inizialmente) procede controcorrente, con ampia copertura mediatica (13% nei quotidiani, 18% nei telegiornali). Incornicia i volti e le storie delle persone che arrivano sulle coste italiane nel quadro della solidarietà, con una potenza espressiva di umanizzare il fenomeno delle migrazioni. I soccorritori, sia militari sia civili, vengono intervistati (le Ong impegnate in mare hanno voce nel 13% dei servizi televisivi) e mostrati nello svolgimento dei propri compiti professionali e spesso valorizzati come esseri umani. Ne emerge un ritratto di individui impegnati in azioni di soccorso, gli “angeli del mare”, dove trionfa la “banalità del bene”, che rende straordinariamente normale l’eroismo dei soccorritori.

 

Poi, all’improvviso questa cornice cambia. Nei primi mesi del 2017, il racconto, lo sguardo e la percezione nei confronti delle operazioni SAR si modificano in modo sostanziale. Spiegano gli estensori del rapporto: «Vi è una sovrabbondanza comunicativa: dalle dichiarazioni di vari soggetti e rilanciate dai media sui legami (presunti) tra Ong e trafficanti alle accuse di fare business, dagli accordi di controllo con la Libia alle indagini delle procure di Catania e Trapani. Un elemento emerge su tutti: il sospetto, che avvolge tutta la sfera del soccorso in mare. L’unica dimensione delle migrazioni, fino a pochi mesi prima estranea alla negatività, diventa foriera di sentimenti di sfiducia e di intolleranza nei confronti di salvati e salvatori, di migranti e operatori umanitari del soccorso».

 

Gli angeli perdono le ali e cambia il quadro interpretativo della realtà: è la post-verità, la tendenza a far prevalere gli appelli emotivi sulla realtà dei fatti, non a caso parola dell’anno nel 2016 per l’Oxford Dictionary e sintesi di come i media italiani raccontano l’immigrazione per l’Associazione Carta di Roma.

 

Si iniziano a sentire anche gli effetti del cambio di comunicazione via twitter degli operator SAR. Quella delle Ong rimane costante per tutto il 2016 anche nei mesi in cui non operano nel Mediterraneo, mentre da maggio dell’anno scorso cala sensibilmente quella dell’Eunavfor Med e della Marina militare, soprattutto nel periodo di maggiori arrivi. Le prime parlano più spesso di “persone” (42% dei tweet), le seconde di “migranti” (77%). Spiega il rapporto: «Il racconto è empatico nel 53% dei tweet delle ong, nel 6% in quelli dei militari (11% la Guardia Costiere, 0% la Marina militare). Il soccorso è centrale per i militari (72%), per le Ong il soccorso stesso, ma insieme al post salvataggio, alla partenza delle navi dai porti e alla denuncia nei confronti delle politiche migratorie». Discorso analogo per le foto: metà dei tweet contiene una o più foto, le Ong privilegiano la rappresentazione dei migranti come individui, le organizzazioni militari quella dei migranti come gruppo (indistinto).

 

Intanto, mentre si getta fango sulle organizzazioni non governative, vi è un progressivo spostamento della narrazione mediatica, e di conseguenza della percezione degli italiani, dalla dimensione umanitaria a quella securitaria. Alla cornice sfavorevole del sospetto si associa un racconto incentrato sui controlli alle frontiere, sulle politiche per disincentivare le partenze, sugli accordi tra gli stati per bloccare i profughi.

 

In sintesi, dal soccorso di persone in mare al controllo dei flussi, dall’accoglienza alla Fortezza Europa. Come si legge in “Navigare a vista”, «chi promuove una delegittimazione dei soggetti SAR, promuove le politiche dei respingimenti». La polemica montata sulle Ong – è l’accusa lanciata dal rapporto – prepara dunque il terreno a un clima politico e culturale che non solo auspica «che le politiche di accoglienza in Italia subiscano una battuta di arresto», ma addirittura che «possano intraprendere un percorso opposto, la militarizzazione del Mediterraneo e la chiusura delle frontiere».

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