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Non ci indurre o non ci abbandonare? Perché cambia il testo del Pater

21/11/2018  Chi di noi, prima o poi, non ha avuto qualche perplessità di fronte alla domanda del Padre Nostro: «Non ci indurre in tentazione»? La storia della traduzione della preghiera e i motivi del cambiamento spiegati bene dal Teologo

Chi di noi, prima o poi, non ha avuto qualche perplessità di fronte alla domanda del Padre Nostro: «Non ci indurre in tentazione»? Chi nella catechesi o nella predicazione non è mai dovuto intervenire, non senza difficoltà, per spiegare il significato di tale richiesta rivolta a Dio? Il problema sta nel verbo “indurre”. Si tratta di una fedelissima e letterale traduzione dell’originario verbo greco (la lingua nella quale ci sono pervenuti i Vangeli): eis-fero = “porto dentro”. In latino: in-duco, da cui l’italiano “indurre”. Non sappiamo quale verbo, ebraico o aramaico, abbia usato Gesù in una di quelle due lingue, dal vocabolario assai limitato, dove i singoli termini hanno un ampio spettro di significati. Resta il fatto che quel verbo giunto fino a noi ha creato difficoltà fin dai primi secoli.

Infatti, lo scrittore Tertulliano (155- 230 circa) si sente in dovere di spiegare il senso di tale domanda: «Non ci indurre in tentazione significa non permettere che siamo condotti alla tentazione da colui che tenta in tutti i modi» (La preghiera, cap. VIII). Tertulliano ha certamente presente la lettera di Giacomo: «Nessuno quando è tentato dica “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno è piuttosto tentato dalle proprie passioni che lo attraggono e lo seducono» (1, 13-14). È vero che la Bibbia ci presenta Dio che talvolta mette alla prova il suo popolo e i suoi eletti, come è evidente anche nel Libro di Giobbe. Non dimentichiamo, tuttavia, che è la vita stessa, nella sua globalità, la grande prova della nostra fedeltà, ponendoci ogni giorno di fronte a scelte piccole e grandi.

Con l’introduzione delle lingue vive nel culto cristiano e con il crescente desiderio, giustamente critico, di avere e dare le ragioni della nostra fede e della nostra speranza, si è manifestata sempre più l’esigenza pastorale di esplicitare per il popolo di Dio il senso di quel verbo che i fedeli pronunciano con tanta fede, ma non senza un certo disagio. Infatti, nel nostro ambito linguistico, il verbo “indurre” equivale oggi per noi a “istigare, spingere”. Pertanto i vescovi italiani, come già altri episcopati nazionali, fin dal 2008, con la nuova traduzione ufficiale della Bibbia, hanno deciso di esplicitare la supplica del Padre Nostro con «non abbandonarci alla tentazione», cioè non lasciarci mancare la tua luce e la tua forza.

È l’esplicitazione già suggerita da sant’Ilario di Poitiers (310 circa-367): «Non abbandonarci (in latino non derelinquas) nella tentazione che non siamo in grado di sopportare» (Commento al Salmo 18, PL IX, 510). La nuova traduzione andrà in vigore solo con la pubblicazione del Messale romano. Adottarla autonomamente nella liturgia rischia di creare confusione nella recita comune e non sarebbe un segno di quella comunione dei cuori e delle voci che la liturgia è chiamata a esprimere.

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