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martedì 11 dicembre 2018
 
 

Parla come il Vangelo

29/12/2017  Il linguaggio di Francesco è comprensibile anche ai non iniziati, come quello usato da Gesù nelle parabole. Ambienti conservatori cattolici, invece, lo definiscono «un parroco di campagna», ignaro di teologia. L'intervento della biblista Rosanna Virgili, docente all'Università Lateranense, sul numero di gennaio di Vita Pastorale.

Da molte parti papa Francesco viene definito un“fenomeno della comunicazione”. E chi potrebbe non essere d’accordo? Le parole di Francesco risuonano nelle assemblee ecclesiali – come normalmente facevano anche quelle dei Papi precedenti – ma anche nelle piazze, nelle case e nelle famiglie, sui giornali,sui social (dove è seguito da milioni di followers), negli ambienti politici, economici, culturali, religiosi e laici.

Le sue parole vengono ascoltate, meditate, ripetute non solo dai governanti o dagli opinionisti,ma anche dai giovani e dagli adolescenti che lo stimano e lo hanno in grande simpatia; un mondo in gran parte lontano dalla Chiesa – specialmente a causa dei linguaggi che li separano –, diventato “vicino” con papa Francesco. L’immediatezza della sua parola, la plasticità degli esempi che porta, sono così prossimi all’esperienza di piccoli e grandi che presto si crea sintonia, stima, complicità.

Quasi superfluo ricordare la sua rivoluzione della comunicazione,iniziata  con quell’ordinario e sconvolgente “Buonasera”, e condotta ogni giorno con l’omelia in Santa Marta. Giorni fa, commentando il Vangelo, ha detto che lo scandalo più grande è quello di «un pastore attaccato ai soldi». Invece di fare una riflessione teologica blasonata di citazioni dotte, o di indicare le sfere morali dello scandalo – tradizionalmente inteso per lo più come sessuale –Francesco ha puntato il dito su quello che più ferisce la gente: l’incoerenza di chi dice di servire Dio, invece ama Mammona.

Un noto matematico italiano, proprio alludendo alla semplicità di discorsi come questo, ha definito papa Francesco: «un parroco di campagna», ignaro di teologia. Fosse stato solo lui, pazienza – trattandosi, peraltro, di un ateo fervente –; l’accusa di leggerezza teologica e di mancanza di un linguaggio appropriato, anche nei documenti magisteriali come l’Evangelii gaudium, è venuta, specialmente, da alcuni ambienti accademici e conservatori cattolici.

L’abbandono dei registri linguistici tradizionali del Magistero e il rifiuto di adottare i tipici canoni dottrinali e dogmatici, nei suoi insegnamenti, hanno spesso dato adito a critiche aperte verso la parola di Francesco. Rispetto all’Esortazione post-sinodale Amoris laetitia qualcuno ha ritenuto, addirittura, di dover correggere il Papa per la mancanza di una norma chiara e vincolante e il richiamo all’uso della coscienza nella valutazione dei casi di situazioni di famiglie “ferite” e giuridicamente definite “irregolari”. Di fronte a tutto ciò è doveroso riconoscere cosa ci sia dietro questa rivoluzione copernicana della parola del Pontefice.

Innanzitutto risulta chiara la scelta di adottare un linguaggio che possa creare un dialogo tra il Papa, i cristiani e la realtà – multiculturale – delle nostre società. Usando la sua conoscenza biblica, tenendo conto della storia della Chiesa e dei processi evangelici, Francesco ha capito come la realtà attuale sia, in molti elementi, un poliedro simile a quello dove si radicava la Chiesa delle origini. Come lì i confini delle nazioni erano stati demoliti dall’Impero romano, creando una babele di popoli bisognosa di comunicare, per poter costruire una nuova ecumène, così oggi la Chiesa si trova a vivere in un mondo s-confinato, complesso, costituito di tante lingue, religioni, culture e portatore, tuttavia, di una comune umanità.

Come interagire, dunque, da cristiani amanti della vita e della terra? Promuovendo un nuovo umanesimo, condividendo, cioè, la tensione e l’impegno per il bene globale, sia delle creature umane, sia del creato intero di cui son parte (vedi la Laudato si’). Francesco ha capito che per dare senso ed efficacia alla presenza della Chiesa nel mondo, occorra ripercorrere la via kèrigmatica: quella dell’annuncio della prima ora. Un annuncio di misericordia per tutti i lontani, gli esclusi, gli scartati (che sono la parte più numerosa di questo mondo!); un Vangelo di amore, di pace, di concordia universale, di denuncia dell’ipocrisia e dell’ingiustizia; un linguaggio comprensibile ai non iniziati, come quello usato da Gesù nelle parabole:un patrimonio spirituale che passa attraverso la vita di ogni giorno.

Il linguaggio di Francesco è inclusivo come quello del Vangelo: tutti possono attingervi una consolazione, assumervi un impegno e condividere una ricerca di senso. Esso affonda le sue radici nella Sapienza biblica che è la modalità della conoscenza del fedele ebreo. Intreccio e incrocio di saggezza umana e rivelazione divina, la Sapienza apre la strada a un vero progresso: quello della riforma perenne e dialogata, della capacità di trasformazioni fedeli e di demolizioni che permettono di edificare la speranza. Francesco ha capito che il linguaggio dogmatico tradizionale è divenuto, da tempo, una forma di orgogliosa afonìa da parte della teologia, verso la cultura della città globale, cristiani compresi. Quando un linguaggio non riesce più a comunicare, perde il suo statuto e deve, pertanto, essere riformato. Non nelle verità che veicola, ma nel modo di farlo, nel “codice” comunicativo da adottare.

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