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Il podio di Sanremo 2026: da sinistra, Sayf (terzo classificato), Sal Da Vinci (primo) and Ditonellapiaga (seconda)
Se c'è un dato che emerge con forza da Sanremo 2026, è il segnale culturale che arriva dal podio. Sal Da Vinci vince con Per sempre sì, e non è una vittoria qualsiasi. È la rivincita di un amore che non ha paura di pronunciare la parola "eterno" in un'epoca che vorrebbe tutto temporaneo, leggero, a bassa intensità emotiva. In una società dove i legami si consumano come beni di consumo, un brano che canta la promessa matrimoniale come scelta consapevole e gioiosa diventa un atto controcorrente di straordinaria potenza.
Leggo con altrettanto interesse ciò che la classifica "avrebbe potuto" essere e non è stata. Arisa, quarta con Magica favola, avrebbe meritato ben altra collocazione: forse il secondo posto, forse un ex aequo con lo stesso Da Vinci. Perché la sua non è una semplice canzone d'amore, ma la scoperta che l'amore abita dentro di sé come arcobaleno, come pace dopo il diluvio. "Non c'è più bianco né nero, ma l'arcobaleno più grande che c'è, c'è l'arcobaleno qui dentro di me": è il passaggio dall'eros come mancanza all'agape come pienezza, dalla dipendenza dall'altro alla scoperta che la fonte dell'amore è anche interiore. L'arcobaleno è il segno dell'alleanza, della pace dopo il diluvio. La progressione della sua canzone è rivelatrice: dai complimenti ("a trent'anni tutti mi dicevano che bella la tua voce") al bisogno di pace ("a quaranta voglio solamente ritrovare un po' di pace"), fino al desiderio di ritornare "tra le braccia di mia madre". La bambina che ritorna innocente è il frutto della riconciliazione con la propria storia.
E Raf, avrebbe allora potuto piazzarsi al terzo posto con "Ora e per sempre", canzone scritta con il figlio Samuele e dedicata alla moglie Gabriella dopo trent'anni di matrimonio. "E tu sei sempre la più bella, il tempo ti sta una meraviglia": versi che rovesciano la narrazione corrente, per cui il tempo sarebbe nemico dell'amore e il matrimonio la sua tomba. Qui il tempo non distrugge, scolpisce. Rende l'amato ancora più bello, perché aggiunge la bellezza della storia condivisa.
Un podio ideale — Da Vinci, Arisa, Raf — che racconta tre declinazioni dello stesso messaggio: l'amore che si fa promessa, l'amore che si scopre dentro di sé, l'amore che resiste al tempo. Tre voci che disegnano un cambio di paradigma culturale di cui sentivamo urgente bisogno.
Dall'amore liquido all'amore che resta. Per decenni — specialmente negli anni passati — Sanremo ha inneggiato all'amore liquido, precario, che non può durare perché la durata stessa sarebbe nemica della libertà. Canzoni che raccontavano l'innamoramento come fuoco fatuo, la relazione come esperimento provvisorio, la fedeltà come ingenuità superata.
Eppure, i segnali di un'inversione di tendenza erano già nell'aria. Nel 2018, Giovanni Caccamo portò al Festival "Eterno", un inno alla stabilità dei sentimenti che parlava della bellezza di investire in un rapporto che duri nel tempo, contrapponendosi alla precarietà dei legami moderni. Era un canto profetico, in controtendenza rispetto allo spirito dell'epoca. E non è un caso che lo stesso Caccamo sia tornato a Sanremo 2026 come autore di "Opera" per Patty Pravo: "Sulla terra siamo soli, solitari in compagnia". L'uomo non è bene che stia da solo, e la solitudine in compagnia — quella dei social, delle folle connesse ma separate — non può bastare. Dobbiamo convertirci all'amore universale che riempie di vita la gioia.
Leggo molto positivamente questa vittoria perché si inserisce in un movimento culturale più ampio che ha trovato espressione nel recente documento del Dicastero per la Dottrina della Fede "Una caro. Elogio della monogamia". Pubblicato nel novembre 2025, il documento non è un trattato astratto, ma un elogio della bellezza dell'amore che si dona pienamente a un'altra persona. Perché quanti donano sé stessi in modo totalizzante possono essere soltanto due, altrimenti sarebbe un dono parziale che non rispetta la dignità del partner.
"Per sempre sì" canta proprio questo: "So bene che è una grande incognita il futuro. Perché un amore, non è amore per la vita. Se non ha affrontato la più ripida salita". Il "per sempre" non è una misura cronologica, ma una qualità dell'amore che nasce dalla promessa fatta "davanti a Dio". In un'epoca di relazioni liquide, cantare il matrimonio e la fedeltà diventa un atto di ribellione profetica.
E c'è un passaggio del documento che sembra scritto per commentare "Magica favola": "L'amore vero non è possesso dell'altro, ma scoperta che l'altro abita in noi come dono". Quando Arisa canta "l'arcobaleno qui dentro di me", descrive questa interiorizzazione dell'amore, questa capacità di portare dentro di sé la relazione buona. Raf, dal canto suo, incarna l'elogio della durata: il tempo non consuma l'amore, lo matura, lo approfondisce. In questa prospettiva, allora si capisce il paradosso: la fragilità diventa feritoia di luce. Non è un difetto da nascondere, ma il luogo dove può nascere la forza più autentica, quella che non è potenza ma resilienza, capacità di trovare significato nella sofferenza. Le "crepe dell'anima" non sono tabù, ma porte verso una comprensione più matura di noi stessi.
L'amore che resta: promessa, perdita, trascendenza e felicità. Accanto alla fragilità, il tema dominante è l'amore tenace, che sfida il tempo e la morte. Sal Da Vinci canta la promessa con onestà disarmante: l'amore vero non ignora le difficoltà, le affronta. Sa che ci saranno salite ripide, eppure sceglie ugualmente di impegnarsi. Raf aggiunge che il tempo non distrugge, ma rende l'amato ancora più bello, perché aggiunge la bellezza della storia condivisa. Il frutto di qeuesto impegno è la felicità. E se “siamo fatti per amare” (diceva Nek tempi adddietro) allora la felicità frutto dell’amore è un diritto, non è una vetta da raggiungere, ma un diritto intrinseco alla nostra carne (Maria Antonietta & Colombre in La felicità e basta). In una società che ci vuole sempre insoddisfatti, la felicità diventa un atto di ribellione. Perché essere felici significa sottrarsi alla logica del consumo, affermare che ciò che siamo è già prezioso. C'è un paradosso: la felicità non vuole il dolore, eppure si impegna ad amare anche a costo del proprio dolore, pur di trascinare gli altri nella propria gioia.
Alla fine, Sanremo 2026 ci lascia un messaggio chiaro: l'amore vince. Non l'amore romantico e possessivo, ma l'amore che diventa energia cosmica universale. È l'amore in tutte le sue forme — solidarietà, amicizia, relazione di cura — l'unica forza capace di vincere ogni fragilità e aprire alla speranza di un cambiamento. Sanremo 2026 non ha chiuso gli occhi davanti al dolore del mondo. Ermal Meta in Stella stellina rilegge una filastrocca per raccontare una bambina palestinese: "Ho pensato anche di scappare da una terra che non ci vuole. Ma non so dove andare". Una ninna nanna spezzata dalla guerra. La frase "Non basta una preghiera per non pensarci più" non è svalutazione della preghiera, ma provocazione a non ridurla a gesto per sentirsi la coscienza a posto.
Dargen D'Amico in AI AI gioca tra ironia e inquietudine: in un mondo dove l'intelligenza artificiale può clonare volti e voci, "la pelle dà un effetto eccezionale": l'umano resiste, l'amore vince, la speranza resta.
Sayf in Tu mi piaci tanto sceglie una strada diversa: dietro al titolo naïf c'è una canzone di speranza per l'Italia, con quel "ho fatto una canzonetta, è un fiore su una camionetta" che è sintesi di riscatto e utopia gentile. "Tu mi piaci tanto, noi siamo tutti uguali, vogliamo solo amare".


Sayf con la madre Samia sul palco dell'Ariston al Festival di Sanremo
(ANSA)Per questo è importante che a Sanremo si cantino canzoni come "Per sempre sì", "Magica favola", "Ora e per sempre". Perché formano il desiderio delle nuove generazioni a un amore vero, profondo, duraturo. Perché mostrano che la fedeltà non è noia, ma avventura; che la promessa non è prigione, ma libertà; che il tempo non consuma l'amore, lo matura.
Perché, come ci hanno insegnato questi giorni di musica, anche quando il cielo pesa più del pavimento, può esserci una luce che si prepara nell'ombra. E chi ha il coraggio di guardare in alto — i romantici, ma anche i credenti — forse può intravederla. Non per fuggire dalla terra, ma per trovare la forza di abitarla con speranza.
Sanremo 2026 ci lascia in eredità questa speranza. Che l'amore vince. Che la fragilità è luogo di luce. Che la promessa è possibile. Che la felicità è un diritto. E che la musica, quando è vera, quando viene dal cuore e parla al cuore, può essere veicolo di grazia, anticipazione di quella gioia piena che tutti cerchiamo e che solo Dio può dare.




