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Non conosciamo il volto Marah, non abbiamo una foto che ricolleghi a un’identità individuale la ragazza di vent’anni, morta il 16 agosto, a Pisa, arrivata da Gaza e trovata dai medici italiani con un «quadro clinico molto complesso e compromesso e con uno stato di profondo deperimento organico». Il suo caso ora è al centro di una controversia, secondo fonti israeliane sarebbe stata affetta da una leucemia che però al momento in Italia non è risultata confermata. «Marah era arrivata nel reparto di Ematologia alle 2.40 del 14 agosto con un’ipotesi diagnostica di leucemia — ha spiegato la primaria, professoressa Sara Galimberti al Corriere Fiorentino— Ma i primi due test che abbiamo fatto in tempo a fare hanno dato esito negativo. Dopodiché presentava proteine basse e un quadro di deperimento che io non posso stabilire se fosse dovuto alla malnutrizione o a una malattia che non abbiamo potuto scoprire. Perché poi lei ha avuto questo arresto, non c’è stato niente da fare per salvarla, e la mamma, sia per ragioni religiose, sia perché il suo strazio era troppo, ci ha chiesto di non fare l’autopsia»
Forse l’assenza di una foto non ci aiuterà: ai numeri tendiamo ad assuefarci, un volto ci resta. Se la storia di Marah, morta in Italia nel 2025, in Italia per un criterio di prossimità, però avesse attirato la nostra attenzione sul dramma dei civili di Gaza a sufficienza, potremmo forse sperare che non sia morta invano, potrebbero beneficiarne di maggiore attenzione i tanti bambini, 11 solo nelle ultime ore, che ogni giorno muoiono di fame a Gaza. Il mondo potrebbe mobilitarsi per la causa di chi rimane. Save the children, appena pochi giorni fa, denunciava oltre 100 bambini morti di fame a Gaza: «Poiché il Ministero della Salute», spiegavano gli operatori, «è in grado di fornire solo i dati relativi a ciò che resta delle strutture sanitarie di Gaza, sappiamo che queste cifre sono solo la punta dell'iceberg: chissà quante altre giovani vite sono state inutilmente distrutte. Mentre questi numeri continuano a salire, non dobbiamo perdere di vista il fatto che non si tratta solo di numeri, ma di giovani vite piene di potenziale. Altrove, questi bambini avrebbero potuto crescere sani, con un tetto sopra la testa, una famiglia che si prendesse cura di loro, un'istruzione e delle opportunità per il futuro. Ma a Gaza, quasi due anni di guerra e il blocco degli aiuti umanitari hanno condannato i bambini a morte, sofferenze e a un futuro devastato, tutto ciò sarebbe stato evitabile. Per i bambini, condizioni come la malnutrizione possono causare problemi permanenti come ritardi nella crescita e indebolimento del sistema immunitario. Gli effetti della malnutrizione possono estendersi per generazioni, con ripercussioni sui più piccoli che rendono più difficile l'apprendimento e lo sviluppo, creando un ciclo di povertà per l'intera popolazione».
Intanto, mentre ogni giorno arrivano notizie di persone uccise dai raid mentre prendono aiuti, nella striscia aumenta la pressione per sfollare forzatamente i palestinesi nelle zone di concentramento nel sud della Striscia mentre a Tel Aviv migliaia di manifestanti sono in piazza per chiedere la fine della guerra e il ritorno degli ostaggi. Una giornata per salvare vite è il titolo dato alla manifestazione organizzata dal Forum delle famiglie, che contesta la decisione del governo Netanyahu di espandere l'offensiva a Gaza, anziché raggiungere un accordo per liberare i 50 ostaggi rimasti, 20 dei quali ritenuti ancora vivi. Con proteste e azioni sono in 400 località di tutto il Paese.
Mentre il Governo israeliano li accusa di voler dividere e indebolire Israele. «Queste sono le stesse persone che hanno indebolito Israele prima del 7 ottobre e stanno cercando di farlo di nuovo oggi», ha detto il ministro della Sicurezza israeliano Itamar Ben Gvir attaccando i manifestanti che oggi chiedono la fine della guerra e il rilascio degli ostaggi. "Questo sciopero rafforza Hamas e ritarda il ritorno dei rapiti. Naturalmente, in seguito daranno la colpa al governo israeliano. Ecco cosa significa una cinica linea politica sulle spalle dei rapiti», ha aggiunto l'esponente dell'ultradestra citato dai media israeliani. Della stessa idea la ministra dei Trasporti Miri Regev, esponente del Likud, partito del premier Benyamin Netanyahu: «La guerra si vince uniti, e oggi vediamo la stessa manciata di persone che ha deciso di dividerci e trasformare la solidarietà con gli ostaggi in una campagna politica, danneggiando strade e infrastrutture».
Ancora una volta cadono nel vuoto le parole di papa Leone che a Ferragosto, come fa dal primo minuto, chiedeva: «Non rassegniamoci alla logica delle armi».




