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martedì 22 ottobre 2019
 
Un' "Aquila Randagia"
 

Addio a don Barbareschi, uomo libero

05/10/2018  Il sacerdote ambrosiano è morto a 96 anni. «Il primo atto di fede che l’uomo deve fare è nella sua libertà, nella sua capacità di diventare persona libera. Altrimenti anche la religione sarebbe superstizione», diceva ai ragazzi. Era l'ultima degli "aquile randagie", gli scout clandestini nati durante il regime fascista.

«La distinzione fra atei e credenti è una distinzione culturale, la vera distinzione, che trovo nella Bibbia, è quella tra uomo schiavo e uomo libero. Io ho desiderato diventare libero». Partigiano, scout diventato prete e Giusto fra le nazioni. Don Giovanni Barbareschi (nella foto uno scatto del 2015 di Emanuela Gambazza), morto la sera del 4 ottobre, era tutto questo e ancor di più. Un uomo libero, come lui stesso amava definirsi. Aveva 96 anni e già da alcuni mesi era ricoverato all’Istituto Palazzolo di Milano. Le forze lo stavano lasciando e lui, lucido e presente, si preparava al grande passaggio. Lo faceva serenamente, consapevole di aver vissuto fino in fondo e, soprattutto, fiducioso dell’amore di quel Dio con cui – indomito – si era confrontato per tutta la vita.

Ultima Aquila randagia, il gruppo che durante il fascismo portò avanti clandestinamente lo scautismo, don Barbareschi è stato un testimone unico per la Chiesa e la società. «Aveva a cuore la libertà, non una libertà individualista bensì modellata dal Vangelo. Sapeva bene che la libertà svincolata dall’amore finisce per essere condizionata dall’interesse, dal guadagno, dall’abitudine: per lui invece andava a braccetto con il vero Amore, quello che ci insegna il Vangelo», dice padre Davide Brasca, assistente ecclesiastico generale Agesci. «L’uomo sa che deve ribellarsi quando c’è qualcosa di più grande di lui, che viene da Dio: è stato un ribelle per amore».

Bambino sotto il regime fascista, fu in famiglia che don Giovanni s’innamorò della libertà. «Quella Messa non vale niente perché siete andati obbligati», gli disse il padre la volta in cui gli raccontò di aver partecipato a una celebrazione da balilla. A 21 anni, il 9 settembre 1943, entrò nella resistenza con le brigate Fiamme Verdi. Assieme a Teresio Olivelli, Carlo Bianchi, David Maria Turoldo, Mario Apollonio e Dino Del Bo fu tra i fondatori de Il Ribelle, il giornale clandestino dei partigiani cattolici. «Il primo atto di fede che l’uomo deve fare è nella sua libertà, nella sua capacità di diventare persona libera. Altrimenti anche la religione sarebbe superstizione», diceva ai ragazzi che incontrava nelle sue testimonianze.

Le Aquile Randagie riunite in Val Codera
Le Aquile Randagie riunite in Val Codera

Sorrideva e spesso si fermava in silenzio, durante questi incontri. Parlava con fermezza e modestia, e tutti lo stavano ad ascoltare trasportati dal racconto, dalla voce profonda e dalla sua ironia. «Siate liberi», uno dei suoi moniti più frequenti. Mai avanzato però a mo’ di ordine, semmai come l’invito a una vita piena. «La libertà è strettamente legata al pagare di persona e all’umiltà», osserva ancora padre Brasca. La parabola esistenziale di Barbareschi e il suo modo di essere lo confermano in pieno.

Per don Giovanni l’impegno con le Aquile Randagie cominciò nel 1943 e subito si prestò a produrre documenti falsi e ad architettare la fuga in Svizzera di ricercati, renitenti alla leva, ebrei. Tra i salvati da don Giovanni, Indro Montanelli, che lo definì il «buon Caronte».
Il 10 agosto 1944, quando i corpi di 15 partigiani giacevano in piazzale Loreto a Milano, si prese la briga di sollecitare il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster perché andasse a benedire le salme. E il cardinale inviò lui, ancora diacono. «Mi sono inginocchiato davanti a loro, e quando mi sono alzato mi sono accorto che la folla in piazza aveva fatto lo stesso. La vita umana, di chiunque, è preziosa», diceva. Tant’è che poi farà la stessa cosa nel 1945, sempre in piazza Loreto, davanti a Mussolini esposto a testa in giù.

Il giorno della sua prima Messa, il 15 agosto 1944, venne arrestato dalle SS mentre stava per condurre in Svizzera alcuni fuggitivi. A San Vittore resistette 28 giorni alle torture (prezioso fu per lui l’aiuto di suor Enrichetta Alfieri, l’“angelo dei detenuti”) offrendo anche le prime assoluzioni da sacerdote.
Liberato grazie al cardinale Schuster, rientrò nella resistenza come cappellano delle Fiamme Verdi. Nuovamente arrestato, riuscì a fuggire dal campo di concentramento di Bolzano. Ancora, dopo il 25 aprile su indicazione di Schuster si adoperò per evitare rappresaglie e violenze contro i vinti.

Nel dopoguerra fu assistente diocesano della Fuci, tra i fondatori della Fondazione Giuseppe Lazzati e insegnante di religione al liceo Manzoni di Milano, che lui stesso aveva frequentato. Fra i suoi amici più cari, don Carlo Gnocchi, cui stette vicino nei mesi precedenti la morte e di cui fu curatore testamentario, e il cardinale Carlo Maria Martini. «Vorrei avere la sua profondità di dialogo», diceva di lui. Fra loro c’era un rapporto di grande stima e affetto, e Barbareschi collaborò all’organizzazione della Cattedra dei non credenti. A suggellare la sua figura come “prete ambrosiano” fu proprio Martini che nel 2012 arrivò a definirlo «patriarca della diocesi».

Medaglia d'argento della Resistenza, Ambrogino d’oro (massima onorificenza civica del Comune di Milano) nel 2011, dal 2014 Giusto fra le nazioni. Per chi ha conosciuto don Giovanni oggi è il giorno del dolore ma anche, e soprattutto, della riconoscenza. «Grande sacerdote, amorevole e coraggioso, un valoroso partigiano», «Porteremo sempre dentro di noi il suo ricordo e il suo esempio», sono i ricordi condivisi sul web. Su tutti, il più frequente è il saluto scout: «Buona Strada». Semplice, fraterno e diretto, proprio come Barbareschi.

Sabato 6 e domenica 7 ottobre la camera ardente sarà aperta al pubblico dalle 10 alle 18 in via Statuto 4 a Milano. I funerali si terranno lunedì 8 ottobre alle ore 11 alla chiesa San Pio V, via Lattanzio 60, sempre a Milano.

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