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testo e foto di Roberto Di Diodato e Mary Poliafico
Fier, 100 chilometri a sud di Tirana, è la città più vicina a due siti archeologici e religiosi che ancora oggi narrano, a vividi colori, la storia dell’Albania: Ardenica e Apollonia. Una storia che nemmeno i lunghi anni di oscuro regime comunista, che aveva proclamato l’ateismo di Stato, hanno potuto abbuiare.Il silenzio sacro del monastero di Ardenica
A 15 chilometri a nord di Fier, in cima ad un’altura che si eleva isolata sulla pianura tra il verde di un bosco, resiste Ardènica, un antico Monastero Ortodosso fondato nel 1282 in prossimità della via Egnazia: una lunga e importante strada romana che, verso est raggiungeva Costantinopoli e ad ovest toccava idealmente le coste dell’Italia meridionale per congiungersi con la via Appia. Il luogo sacro è una cittadella asserragliata dentro una possente cinta muraria. Una scalinata un po’ sconnessa conduce davanti a un robusto portone di legno. Spalancato, lascia apparire un campanile bianco e gli archi in fuga di una basilica di pietra. E subito si entra in un silenzio claustrale. Rotto solo dai sorrisi di cespugli di fiori.
Tra affreschi e incenso: lo splendore della chiesa
Oggi la chiesa del Monastero, dedicata a Santa Maria, è affollata di fedeli, tutti in atteggiamento raccolto. Le donne con il velo sulla testa. Un Pope sta celebrando il battesimo di un neonato in una piccola aula situata oltre la navata centrale.
Solo quando la gente lascia la chiesa, si possono finalmente ammirare gli affreschi che ricoprono le pareti e le immagini dorate della splendida iconostasi, realizzata nel 1744 dal famoso artista Kostandin Shpataraku. Le pitture murali, opera di due fratelli pittori, Kostandin e Athanas Zografi, valenti interpreti dell’arte post-bizantina albanese, rappresentano scene dell‘Antico e del Nuovo Testamento, tra cui la lotta dell’Arcangelo Michele contro il Dragone dell’Apocalisse e la “Dormizione” di Maria. I due fratelli hanno anche decorato il nartece della chiesa di Santa Maria con un potente affresco del Giudizio Universale: gli angeli stanno riavvolgendo tutta la volta celeste, luna sole stelle, come fosse un tappeto che non serve più, perché il tempo dell’uomo e dell’universo è finito. Ora c’è solo l’eternità di Dio.
Tutta la chiesa odora di incenso e di antichità. I colori dei fratelli Zografi hanno perso un po’ della loro brillantezza sotto l’usura dei secoli, gli insulti dell’uomo e i fumi delle candele. Meravigliosi i riflessi argentei e dorati delle lucerne. Unico e irripetibile il pulpito ovale, merlettato come un pizzo lavorato a uncinetto.
Skanderbeg e la memoria patriottica
Si pensa che Ardènica abbia avuto inizio attorno al nucleo più antico della Cappella della Santa Trinità, le cui origini risalgono al X secolo. Più volte restaurata, la chiesetta è ancora oggi un piccolo ma importante monumento della storia politica dell’Albania. Tra le sue pareti nel 1451 si celebrò il solenne matrimonio tra l’eroe nazionale Gjergj Kastrioti, detto Skënderbeu, e Andronika Arianiti-Comneniata, figlia del principe Gjergj Arianiti Comneni. Per la sua strenua e vittoriosa opposizione alla minaccia dell’impero turco-ottomano, il famoso patriota e condottiero albanese fu insignito del titolo di “Defensor Fidei” dal papa di Roma, Callisto III.
Una volta il complesso del Monastero di Ardènica ferveva di operosità. Una numerosa comunità di monaci viveva al riparo delle sue mura dividendo il tempo tra lavoro, studio e preghiera. Era stato sede del Seminario per la formazione dei pope ortodossi, luogo di conservazione e d’insegnamento della lingua albanese, sede di una grande biblioteca ricca di trentamila volumi (andata distrutta nel 1932) ed anche pinacoteca di preziosità del rinascimento settecentesco della piccola nazione balcanica. Un’accurata opera di restauro ha permesso di mantenere nella loro forma originale la maggior parte degli edifici e degli strumenti a servizio della vita comunitaria quotidiana, come le celle, le cucine, le sale di ricevimento, le stalle, il forno, il frantoio e il mulino. Il viaggiatore che l’8 settembre si trovasse a passare per questo luogo sacro troverebbe in corso la festa della Natività della Vergine Maria, alla quale è dedicata la chiesa principale.
Nei giorni di cieli tersi, dall’alto della collina, lo sguardo scopre l’azzurro della laguna di Karavasta che si apre sull’Adriatico tra strisce di sabbia, campi coltivati, canali e pinetine. Paradiso di biodiversità, abitato da un padrone sussiegoso e raro, il pellicano riccio. Tesoro naturalistico incastonato tra le meraviglie dell’Albania, è una preziosa area protetta, dove sostano gli uccelli migratori prima di riprendere il viaggio verso l’Africa.
Solo due monaci oggi fanno sopravvivere con la loro discreta presenza il monastero di Ardènica. Un custode di poche parole ma di grande gentilezza, consapevole del proprio ruolo, apre e chiude il portone d’ingresso su questo abisso di bellezza e di spiritualità.
Apollonia, l’antica città di Apollo e di Augusto
A una manciata di chilometri a sud di Fier, ad altrettanti dal mare Adriatico, colonia prima greca e poi urbs romana, Apollonia era nell’antichità una splendida città fondata attorno al 620 a.C. dagli abitanti di Corinto su un territorio collinare vista mare, alla foce del fiume Aoos, oggi Vjosë. Un grandioso porto, che poteva dare riparo fino a un centinaio di navi, le conferiva una condizione economica eccezionalmente florida e una notevole rilevanza politica, resa certa dalla prerogativa di battere moneta. La città, grazie anche alla sua posizione di ponte tra Atene e Roma, ben presto divenne il centro culturale di una rinomata scuola di retorica e di arti liberali. Giulio Cesare inviò ad Apollonia il giovane Augusto, suo figlio adottivo e futuro imperatore, a studiare sotto la guida di Apollodoro di Pergamo e di altri maestri di filosofia, forse anche per tenerlo lontano dai pericolosi giochi di potere e dal clima poco “salubre” che si respirava in quegli anni nell’Urbe.
Per diversi secoli Apollonia, città “sacra” ad Apollo, dio del sole, della poesia e della musica, aveva dovuto faticare per scrollarsi di dosso le sue origini illiriche e tenere ai margini la presenza di popolazioni ancora incivili. Lo scrittore Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, ha lasciato scritto: “Apollonia… distante quattro miglia dal mare… nei suoi confini abitano Atmanti e Bellioni, popoli barbari…”; tra i monumenti cittadini egli ricorda soltanto il “celebre Ninfeo”, sorgente e fontana pubblica dedicata alle Ninfe, divinità delle acque e della natura.
Ma la ricerca archeologica ha portato alla luce una vasta città greco-romana, che non ha nulla da invidiare alle classiche architetture di tanti altri centri urbani che portano lo stesso nome, sparsi per tutta l’area del Mediterraneo. In una delle sue Filippiche, Marco Tullio Cicerone lascia una lapidaria definizione di Apollonia: “magna urbs et gravis”, città grande e importante.
L'altopiano brilal di prati verdi
Apollonia è un vero parco archeologico con evidenti tracce di templi, di ville, di abitazioni private, di monumenti pubblici, di porticati, di piazze e di terme. Alcune vestigia vanno scoperte con l’aiuto di una guida. Altre strappano l’applauso.
L’altopiano collinare su cui si adagiava brilla oggi di prati verdi. Una natura silenziosa, pacificata con il proprio passato, è ombreggiata qua e là da alberi e da piante di ulivi. È viva la sensazione di entrare in un recinto sacro agli dèi, che sembrano aggirarsi ancora tra queste balze. La facciata del Bouleuterion, sede del parlamento cittadino, sorretto da sei colonne come fosse un tempio romano, è il resto archeologico che accoglie il visitatore, simbolo della bellezza senza tramonto di Apollonia. È conosciuto anche come monumento agli Agonothetes, cioè i due fratelli che si fecero promotori della costruzione, citati in un’iscrizione sull’architrave. È un’icona dell’Albania di oggi. Non distante, i resti conservati dell’Odeon, un piccolo teatro di epoca ellenistica utilizzato per rappresentazioni canore, esecuzioni musicali, recite di poesie ed altri eventi culturali o politici; ampliato dai Romani, giunse a contenere fino a 7.000 spettatori.
Apollonia era difesa da una cerchia di mura lunga 4 chilometri, che circondava un’area di ben 137 ettari. Durante il picco della sua ricchezza, contava oltre 50.000 abitanti. Crebbe prosperosa, fino a quando un devastante terremoto nel 324 d.C. non distrusse la quasi totalità degli edifici, compreso il porto e deviando il corso del fiume Aoos. Da lì in avanti, pian piano presero il via il declino e l’abbandono per la città “magna et gravis” vista da Cicerone.
Gran parte del patrimonio artistico della metropoli illirica è stato salvato e conservato nel magnifico Museo, che è collocato dentro il perimetro e tra le mura di un Monastero bizantino, quasi a metterlo sotto la protezione della Vergine Maria, alla quale è dedicata la vicina chiesa conventuale edificata nel sec. XIII. È sbalorditivo l’effetto visivo che produce tutto il complesso architettonico attraverso la fusione della tecnica costruttiva antica con quella bizantina. Qui la storia si è fatta pietra.
Durante gli anni di anarchia che seguirono al crollo del regime comunista, la collezione museale fu saccheggiata e il sito archeologico depredato da tombaroli scellerati, che vendettero molti “pezzi pregiati” a collezionisti e a mercanti senza scrupoli. Oggi il Museo è costituito da tre elementi: le sei sale della collezione archeologica, contenenti reperti dalla preistoria alla tarda epoca romana; il portico statuario, che ospita grandi sculture in marmo; e il refettorio, che contiene affreschi in situ, resti archeologici e un colorato mosaico pavimentale i cui motivi figurativi sono presi dalla mitologia e dall’ambiente marino.




