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Centotrenta giovani alpini hanno ricevuto sabato il cappello con la penna, simbolo del Corpo di soldati di montagna più famoso e amato, al termine di una cerimonia solenne nella rinnovata piazza del Duomo all’Aquila. Dopo undici settimane di corso alla Scuola Militare Alpina di Aosta, con marce, ascensioni, corsi di sci o alpinismo e addestramento al combattimento in montagna, la 43^ compagnia del battaglione Aosta si è trasferita nel capoluogo abruzzese per l’ultimo imprinting prima di diventare Alpini al 100%. Una settimana trascorsa sugli Appennini, con l’ascensione sul Gran Sasso (2912 metri di altitudine) e il cammino di San Gabriele, una marcia di 21 km verso l’omonimo santuario che le penne nere abruzzesi percorrevano prima di partire per i fronti delle guerre mondiali, e la visita sui luoghi che gli Alpini hanno aiutato a risorgere dopo la devastazione del sisma del 2009. Addestramento più valori, dunque, per formare le nuove leve delle Truppe Alpine dell’Esercito, che da qualche anno hanno messo l’accento sul senso di appartenenza, vero punto di forza del Corpo, insieme all’Associazione Nazionale Alpini, forte di 320 mila soci e custode della storia e della tradizione della specialità, nata nel 1872 per proteggere i confini d’Italia (il motto delle origini è “Di qui non si passa!”).


L’idea era quella di affidare la difesa delle Alpi a giovani coscritti nati e cresciuti nelle valli, conoscitori del terreno e abituati alle fatiche della montagna. Una consuetudine durata fino agli anni 2000, col passaggio all’esercito di professione e la sospensione della leva che sembrava mettere in crisi irreversibile un modello che era stato un fenomeno non solo militare ma anche sociale, che da generazioni vedeva gli Alpini essere espressione della comunità montana di provenienza e godere perciò della considerazione della propria gente (e non solo). Gli Alpini di oggi provengono da tutte le regioni italiane: tra i centotrenta del corso “Solarolo III” (il nome di una battaglia della Grande Guerra in cui l’Aosta meritò la medaglia d’oro al valore) il gruppo maggiore è quello dei piemontesi, seguiti dai siciliani e dai lombardi. Molti gli abruzzesi e i veneti, con rappresentanze non trascurabili di campani, pugliesi e laziali, e a seguire friulani, liguri, emiliani, marchigiani, sardi, alto-atesini e molisani. Il dato che colpisce di più è che la stragrande maggioranza di loro ha espresso la volontà di entrare nelle Truppe Alpine, indipendentemente dalla provenienza geografica. Merito della popolarità del Corpo, del fascino della montagna e delle sue sfide, dell’immagine di versatilità dei reggimenti, in prima linea per la sicurezza in Italia e all’estero, e anche della promozione ufficiale dei reclutamenti, cui si aggiunge l’opera di sensibilizzazione che l’Associazione Nazionale Alpini esplica attraverso le sue sezioni, presenti in tutta Italia. Suggestiva la cerimonia finale, con i centotrenta aspiranti alpini (ventidue le donne) allineati di fronte ad altrettanti Veci, i quali - al segnale della Fanfara – all’unisono pongono con affetto il copricapo di feltro grigioverde sulla testa dei giovani, di fronte alle autorità e soprattutto davanti ai familiari e agli amici venuti da tutta Italia. Qualcuno (e qualcuna) il cappello lo riceve dal papà, già alpino anche lui (un giorno vedremo una madre). La grande famiglia degli Alpini si allarga, per nascita e per vocazione.




