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venerdì 27 maggio 2022
 
 

Assuntina Morresi: «un problema di distruibuzione del carico di lavoro».

01/07/2014  Non sono i numeri che hanno spinto la Regione Lazio a varare il provvedimento contro l'obiezione di coscienza. Forse una motivazione ideologica.

Chiediamo ad Assuntina Morresi, Membro del Comitato Nazionale di Bioetica, un parere tecnico su questa vicenda.

«Su quali numeri è stato varato questo decreto? Questa è la mia domanda perché ad oggi disponiamo ufficialmente solo dei dati della Relazione del Ministro della Salute “sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194/78)” pubblicata a settembre dello scorso anno che riguarda le strutture pubbliche e non i consultori”», commenta. «Il monitoraggio dettagliato su entrambi, richiesto per la prima volta, e riguardante l’applicazione delle legge 194 proprio in merito all’obiezione di coscienza, è stato invece per ora solo anticipato al Consiglio d’Europa ma i risultati saranno resi noti nella prossima relazione al Parlamento».

Quali sono, allora, gli elementi che emergono dalla prima relazione? «Se certe decisioni andrebbero prese proprio in base ai numeri - risponde Morresi - allora voglio sottolineare che, per quanto riguarda la regione Lazio, il monitoraggio parla di 4 aborti a settimana a carico di ciascun non obiettore, considerando nell’arco annuale un totale di 44 settimane lavorative. Questo significa che non può essere stata una criticità numerica ciò che ha mosso il governatore a varare il provvedimento. Ipotizzo, semmai un problema di distribuzione ospedale per ospedale ma, in questo caso, si poteva applicare lo strumento della mobilità del personale».

Nella Relazione del Ministro della Salute si legge, infatti, che «una stima della variazione negli anni degli interventi di IVG a carico dei ginecologi non obiettori mostra che dal 1983 al 2011 le IVG eseguite mediamente ogni anno da ciascun non obiettore si sono dimezzate, passando da un valore di 145.6 IVG nel 1983 (pari a 3.3 IVG a settimana, ipotizzando 44 settimane lavorative annuali, valore utilizzato come standard nei progetti di ricerca europei) a 73.9 IVG nel 2011 (pari a 1.7 IVG a settimana, sempre in 44 settimane lavorative in un anno). Il numero globale dei ginecologi che non esercita il diritto all’obiezione di coscienza sembra quindi congruo al numero complessivo degli interventi di IVG”.
Ed, inoltre, “eventuali difficoltà nell’accesso ai servizi, quindi, sarebbero da ricondursi a una distribuzione non adeguata degli operatori fra le strutture sanitarie all’interno di ciascuna regione. A tale proposito si ricorda che l‟art. 9 della legge 194/78 dispone che “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’art.7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5,7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.

Una motivazione ideologica, dunque? «I dati non ci sono. Aspettiamo quelli che riguardano i consultori e in base a quelli ci misureremo con la Regione», conclude Morresi.

 
 
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