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venerdì 01 luglio 2022
 
il commento
 

Ma Biden non può strumentalizzare le parole di Wojtyla

27/03/2022  Le armi non sono mai una soluzione. La frase "aprite le porte a Cristo", citata dal presidente degli Stati Uniti come pretesto per andare in guerra ha ben altro significato

Non possiamo tacere di fronte a una strumentalizzazione così grossolana delle parole di san Giovanni Paolo II come quella perpetrata dal presidente degli USA, Joe Biden, nel suo discorso a Varsavia. Insieme all’insulto destinato al nemico, la citazione è stata innestata in un messaggio fortemente guerrafondaio, tanto che la Casa Bianca è dovuta intervenire per attutirne il senso. Ma cosa ha veramente detto Giovanni Paolo nell’inaugurare il suo pontificato il 22 aprile 1978? Di cosa invitava a non aver paura? «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!».

Spalancare le porte a Cristo significa aprire il cuore alla pace, perché Egli è il “principe della pace” (Is 9,6). E il messaggio del Papa si percepisce come inequivocabilmente per la pace e contro ogni conflitto armato se, come qualche commentatore più attento ha fatto, si ritorna al suo grido contro la guerra, urlato nell’imminenza del conflitto iracheno nelle parole pronunziate a braccio durante l’Angelus del 16 marzo 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda guerra mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità. E quindi preghiera e penitenza!».

La tradizione continua negli accorati appelli di papa Francesco in queste terribili giornate di guerra. Anch’egli si è espresso a braccio, quando ha detto di vergognarsi di nazioni che intendono incrementare le spese militari (udienza al Centro Italiano Femminile del 24 marzo). E, se quelle parole si leggono alla luce della Fratelli tutti n. 258, si comprende che non si è trattato di un semplice sfogo emotivo, ma di una precisa scelta oserei dire teologica e politica: «Di fatto, negli ultimi decenni tutte le guerre hanno preteso di avere una “giustificazione”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla della possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare, con il presupposto di dimostrare che vi siano alcune “rigorose condizioni di legittimità morale”. Tuttavia, si cade facilmente in una interpretazione troppo larga di questo possibile diritto. Così si vogliono giustificare indebitamente anche attacchi “preventivi” o azioni belliche che difficilmente non trascinano “mali e disordini più gravi del male da eliminare”. La questione è che, a partire dallo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche, e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie, si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti. In verità, “mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene”. Dunque, non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!».

I sostenitori della guerra di “difesa” pongono di fatto alcuni paletti onde tentare di limitarne il ricorso, in particolare, oltre alla necessità di difendersi dall’oppressore, si fa ricorso alla proporzionalità tra offesa e difesa che dovrebbe guidare quanti si difendono con le armi. Sarebbe l’“occhio per occhio, dente per dente” la cosiddetta legge del taglione di veterotestamentaria memoria, tendente alla proporzione tra offesa e difesa onde evitare l’incremento incontrollato della violenza, ma essa viene superata da Gesù di Nazareth (Mt 5,38-42). Infatti, nulla ci garantisce contro un’escalation di violenza i cui esiti sono sempre imprevedibili e devastanti. La lezione del secondo conflitto mondiale non può essere disattesa: non ci si è solo difesi dalla dittatura orrenda del nazifascismo, ma si sono anche fatte esplodere bombe atomiche che hanno fatto strage di civili innocenti per non dire dei danni irreparabili alla salute delle persone e del pianeta. Ecco perché, come ripete in questi giorni il Papa e come ha scritto nell’enciclica, le armi non sono mai una soluzione. Il credente nel principe della pace gli apre, anzi spalanca, le porte anche denunciando un uso strumentale di frasi che hanno ben altro significato, come quella di Giovanni Paolo II.

 
 
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