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lunedì 20 maggio 2024
 
convegno
 

Chiesa, istituzioni, educazione, cultura, le "armate" della legalità contro la mafia

30/08/2022  Polsi, il paese della Calabria un tempo sede degli incontri della 'ndrangheta, diventa simbolo di riscatto con una giornata di approfondimento sulla criminalità organizzata. Gli interventi di padre Stefano Cecchin, Nando Dalla Chiesa, l'ex presidente della commissione antimafia Rosy Bindi, il fondatore di Libera don Luigi Ciotti e Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria.

Chiesa, istituzioni, scuola, educazione, cultura. È necessaria una collaborazione di tutte queste componenti per sconfiggere la mafia e introdurre una vera cultura della legalità. Questo in sostanza il messaggio forte e chiaro emerso dalla giornata di incontri dedicati alla legalità nel santuario della Madonna della Montagna a Polsi, posto simbolico della Calabria, dove un tempo avvenivano summit della ‘ndrangheta, e oggi invece è luogo di riscatto civile. Qui a Polsi Famiglia Cristiana ha voluto ricordare i suoi novant'anni con uno degli eventi organizzati in tutta Italia per questa ricorrenza.

Tra i relatori, padre Stefano Cecchin presidente della Pontificia Academia Mariana Internationalis (Pami), ha ricordato l'impegno in seno alla stessa del Dipartimento “Liberare Maria dalle mafie”, al quale collaborano diverse forze e soggetti proprio per depurare ogni forma di devozione mariana da possibili influenze mafiose e dagli “inchini” delle statue, nelle processioni, davanti alle dimore dei boss. Polsi è stata un po’ vittima di questa influenza rapace della criminalità che cerca legittimazione e per chi arriva al santuario caro allo scrittore Corrado Alvaro, balza subito agli occhi il busto commemorativo di don Giuseppe Giovinazzo, per 15 anni collaboratore instancabile di questo luogo mariano, «caduto vittima innocente» sulla strada per Polsi il 1° giugno 1989. È stato monsignor Francesco Oliva, l’attuale vescovo di Locri-Gerace, a voler posizionare questo monumento, prima sul retro, in un punto così in vista, con un gesto concreto che dice più di tante parole. Una decisione forte è stata anche affidare il ruolo di rettore a don Tonino Saraco, che già in passato aveva avuto minacce e intimidazioni da parte della n’drangheta, Padre Cecchin ha sottolineato come vada «riportata la vera figura di Maria nella sua giusta dimensione, Maria non è la donna sottomessa che obbedisce silenziosa e accetta la morte del figlio passivamente, ma è la donna che ha coraggio di dire il suo sì al momento dell'Annunciazione e anche il coraggio di rincuorare gli apostoli nell'attesa della Risurrezione, quando erano nascosti per paura e temevano il peggio. Maria è donna di coraggio, di speranza e di giustizia».

Interessante anche l'intervento di Nando Dalla Chiesa, il figlio del generale assassinato il 3 settembre 1982, assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo, Dalla Chiesa, oltre a ricordare i quarant'anni dell'eccidio del padre e il suo impegno contro il terrorismo e la mafia ha sottolineato la necessità di «insistere ancora sul concetto di educazione, posto che in molte università sono tanto seguiti i corsi relativi alla storia della criminalità, alla sociologia del fenomeno mafioso ma sono invece poco affollati quelli dedicati all'educazione alla legalità, quasi fosse una sorta di impegno moralistico, etico, non invece formativo come lo intendeva il Prefetto di Palermo o altri grandi protagonisti della lotta alla criminalità come Paolo Borsellino che sottolineò la via della cultura e del dialogo per abbattere «i muri di omertà», sostrato naturale della criminalità.

Molto incisivo anche l'intervento del procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, che ha sottolineato un’evoluzione all'interno del fenomeno mafioso, vale a dire il distacco dai simbolismi mafiosi apparenti (e quindi dalle influenze mafiose classiche), come quelli nel campo devozionale.

«I centri decisionali della mafia, i vertici per così dire»,  ha sottolineato Lombardo, hanno lasciato il simbolismo pseudo religioso alla base e sono diventati come invisibili, legati anche a dei centri di poteri nascosti, ma non per questo meno pericolosi». Anzi, ha concluso, senza mezzi termini il magistrato, «siamo di fronte al rischio di una vera e propria globalizzazione mafiosa». Per arginare questo pericolo, ha aggiunto, occorre una sana comunicazione: «Noi magistrati non possiamo facilmente liberarci dei tecnicismi, occorre che ci sia chi spieghi le sentenze e ciò che c’è dietro con termini accessibili a tutti».

Alle sue parole si è riagganciata Rosy Bindi ribadendo «l’importanza della formazione e della comunicazione nel combattere le mafie. Occorre che se ne parli nelle scuole senza essere accusati di fare politica». La Bindi ha anche segnalato «un positivo cambiamento nell’atteggiamento della chiesa calabrese, più netta nella presa di posizione contro la n’drangheta». L’ex presidente della Commissione antimafia ha ricordato il recente documento della Conferenza episcopale calabrese di vera e propria mobilitazione contro l’illegalità «tanto da prevedere una formazione specifica sul fenomeno anche nei seminari», elogiando in particolare le scelte del vescovo Oliva e del nuovo rettore di Polsi: «Quando venni qui», ha detto in collegamento online per via di una brutta lombosciatalgia che le ha impedito il viaggio, «circa una decina d’anni fa, si respirava ancora un clima di ambiguità e omertà. Oggi le cose sono cambiate e questa giornata ne è un chiaro esempio. Sono d’accordo con Lombardo se non si percepisce la pervasività della mafia oltre le singole realtà territoriali si fa il gioco della criminalità, dei colletti bianchi e delle tante categorie che sono poco visibili, ma organiche».

Anche la Bindi come Lombardo crede sia giusto sottolineare quell’unicità della n’drangheta, emersa storicamente dopo il summit dei boss a Montalto nel 1969, un unicità che oggi ha portato a nuove tecniche di pervasione.

Appassionante, fiume l’intervento di don Luigi Ciotti che è partito dalle parole di papa Francesco, quelle del Messaggio per la giornata della Comunicazione («ascoltare con l’orecchio del cuore»), ma anche quelle dell’udienza con la Pami e la Dia che ha compiuto 30 anni di attività: «davanti a certe situazioni di non chiara opposizione anche in seno alla chiesa, bisogna studiarne le cause e qualche volte dare spazio a una sana vergogna». Ciotti rimarca la distinzione tra la legalità «impegno di tutti» e la giustizia, che è l’obiettivo cui bisogna tendere. «La chiesa non può restare fuori dalla ricerca della giustizia, non solo quella dei tribunali, ma anche quella sociale e ambientale. Non c’è democrazia e giustizia senza eguaglianza, senza pieno riconoscimento della stessa dignità per tutti». Per il sacerdote, da anni impegnato in prima linea con Libera nella lotta alla mafia, occorre «morire a una certa cultura fatta di silenzi o mancato coraggio, per rigenerarsi e se non lo si fa si rischia la degenerazione. Non ci vogliono parole, ma fatti concreti come quelli del vescovo Oliva. E attenti all’abuso della parola antimafia, tante volte è solo una copertura».

Chi scrive, come condirettore di Famiglia Cristiana, ha spiegato che di concerto con il direttore Stefano Stimamiglio si è pensato di rendere gli incontri legati al novantesimo anno della rivista un’occasione rivolta al futuro e quindi propositiva per aggregare idee nei vari territori e proprio in questo solco va la giornata di Polsi. Papa Francesco ha invitato Famiglia Cristiana a non essere «autoreferenziale e guardare avanti» e tutti gli operatori della comunicazione a «consumare le scarpe» andando in giro per ascoltare le difficoltà dai diretti interessati. In Calabria l’omertà pesa ancora sulla stampa e casi del passato come quello della grave censura subita nel 2014 dall’Ora della Calabria ne sono un esempio eclatante.

Al termine del dibattito, che è stato moderato da Annachiara Valle, nostra giornalista e autrice di vari volumi sulla lotta alla criminalità, e aperto dal saluto del rettore del santuario, il vescovo Oliva ha ringraziato la nostra testata per questa giornata e invitato a proseguire la sinergia anche per il futuro. Lo stesso Oliva ha recitato la preghiera alla Madonna per la liberazione delle mafie scritta da don Francesco Dell’Orco davanti al castagno che è stato piantato dove prima c’era quello cavo, famoso per gli “accorduni” mafiosi che vi venivano stretti. È caduto da solo, come un segno. Ora crescerà lì questa nuova pianta: «Simbolo della cura», ha detto Oliva, «che ciascuno di noi deve dedicare a quanto ci sta attorno, simbolo di una rinascita più forte di tutto». 

Multimedia
A Polsi il convegno sulla legalità per i 90 anni di Famiglia Cristiana
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