A Torino bastava dire “don Mecu”. E non serviva aggiungere altro. Quella formula breve: “don” (cioè prete) e “Mecu” (cioè Domenico in dialetto piemontese) racchiude e sintetizza il senso di una vita intera, spesa accanto agli ultimi, a cominciare dai giovani detenuti. È mancato, all’età di 77 anni, don Domenico Ricca, sacerdote salesiano che ha camminato sulle orme di don Bosco, prendendosi cura di quei ragazzi e ragazze che spesso la società vede come uno scarto, ma che invece per lui erano amici preziosi e speciali. Li conosceva uno a uno per nome, sapeva i loro sogni, le sofferenze, le fatiche, le cadute e le possibilità di rialzarsi. Per oltre quarant’anni don Ricca è stato il cappellano del carcere minorile Ferrante Aporti, proprio quell’istituto di pena che anche don Bosco aveva frequentato (seppur in tempi molto diversi, quando ancora si chiamava “la Generala”). E, da autentico salesiano, don Ricca ha saputo trasformare anche quel luogo di pena in un luogo di incontro e, per molti, di riscatto. Non a caso, il libro-intervista dedicato alla sua esperienza, scritto con la giornalista Marina Lomunno, si intitola “Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti” (2015, Elledici). Tutti i proventi del libro sono stati donati a ragazzi detenuti, sotto forma di borse di studio.

Nato a Mellea di Fossano (Cuneo) nel 1946, don Mecu è stato ordinato sacerdote nel 1975. Il suo ministero al fianco delle persone più vulnerabili lo ha portato, nel tempo, a ricoprire diversi incarichi: è stato tra i fondatori della cooperativa sociale Valdocco, dei Salesiani per il Sociale, dell’associazione “Amici di don Bosco onlus” che si occupa di adozioni a distanza, consulente in molti tavoli per il Ministero della Giustizia, delegato per le Acli di Torino e di altre realtà del terzo settore. Ma è senz’altro all’esperienza del carcere minorile (del quale fu nominato cappellano nel 1979) che il suo nome resta indissolubilmente legato.

Negli anni, Famiglia Cristiana lo ha incontrato più volte. L’avevamo cercato, tra l’altro, dopo la visita a Torino di papa Francesco, nel 2015, quando il Santo Padre aveva espressamente chiesto di avere al suo tavolo, durante il pranzo, alcuni ragazzi detenuti. E ovviamente don Ricca si era mobilitato perché tutto ciò diventasse possibile. Alle nostre prime domande, «Oh, senta, non mi chieda storie, che io di storie non ne racconto», aveva risposto, col tono un po’ burbero, ma sempre paterno. Era il suo modo di proteggere quelle vite fragili, di non tradire un patto d’amicizia che per tutta la sua vita è stato essenziale. Poi, però, qualcosa ci aveva raccontato. Con un mezzo sorriso, ci aveva riferito il primo commento dei ragazzi, al rientro in istituto, dopo il pasto col Pontefice: «Mecu, che pranzo! Da leccarsi le dita!». Ma don Mecu sapeva anche leggere tra le pieghe del non detto e cogliere la profondità sotto la superficie. Ricordava di come, anche a distanza di tempo, i giovani detenuti avessero una luce negli occhi, quando ricordavano il pranzo col Papa, perché «si erano sentiti importanti, considerati, presi sul serio».

Era uomo concretissimo don Mecu, fedele alla tradizione contadina che l’aveva nutrito e a quel modo, tutto piemontese, di stare coi piedi per terra, senza lasciarsi andare a voli pindarici o considerazioni troppo astratte. La sua era la spiritualità semplice della strada, del cortile. Non amava essere al centro. E misurava ogni parola. Quando era in mezzo ai suoi ragazzi, però, sapeva esprimere un’empatia che vinceva le differenze d’età, di religione, di provenienza: da decenni il Ferrante Aporti è abitato, in gran parte, da giovani stranieri, prevalentemente di origini magrebine, est-europee o di etnia rom. Mecu andava oltre ogni attributo esteriore, compresi i vissuti e le ragioni che avevano condotto i giovani in quel luogo di pena. Per lui erano innanzi tutto ragazzi. Ragazzi, punto e basta. Anche se non amava raccontarle, don Ricca custodiva nel cuore tante storie dolorose, a volte terribili. Era stato anche il tutore di Erika, la ragazza che nel 2001, insieme all’allora fidanzato Omar, commise il delitto di Novi Ligure. Ed era certo che, anche oltre il male più estremo e incancellabile, esistesse, per tutti, la possibilità di rinascere. Sosteneva, come don Bosco, che in ogni essere umano c’è una porta d’accesso al bene.   

Tante persone, a Torino e non solo, ricordano don Mecu in queste ore di silenzio. «Perdere una persona come lui è doloroso, lascia un grande vuoto in tutta la comunità e in chi ha avuto la possibilità di incontrarlo, ma lascia anche un grande esempio» scrive Stefano Lo Russo, sindaco della città sabauda. I funerali verranno celebrati nella basilica di Maria Ausiliatrice, la chiesa voluta da don Bosco, cuore spirituale del mondo salesiano.