Sette bambini su dieci a Gaza hanno visto con i propri occhi un cadavere dilaniato. Quattro su dieci sono stati bersaglio diretto di colpi d'arma da fuoco. Uno su sette è stato tirato fuori vivo dalle macerie di un edificio bombardato. Non sono stime giornalistiche né testimonianze isolate: sono i risultati di uno studio scientifico condotto nel maggio 2025 su 933 bambini gazawi tra i 3 e i 12 anni, pubblicato a gennaio 2026 dalla rivista internazionale Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health. Per la prima volta la sofferenza psichica dell'infanzia di Gaza esce dal registro della testimonianza e entra in quello, più severo e più difficile da liquidare, dei dati.

A firmare la ricerca sono quattordici autori: dodici della facoltà di Medicina della Islamic University of Gaza, guidati dal neurologo Belal Aldabbour, una ricercatrice del Gaza Community Mental Health Program e Latefa Ali Dardas, della facoltà di Infermieristica dell'University of Jordan di Amman. Lo studio - "Trauma and mental health burden of Gaza's displaced children during war" - è stato condotto in trentuno rifugi e tendopoli distribuiti in tre dei cinque governatorati della Striscia: Gaza, la regione centrale e Khan Younis.

Le aree settentrionali e Rafah sono rimaste fuori campione perché, nel maggio 2025, l'82% del territorio di Gaza si trovava sotto ordini di evacuazione israeliani e le operazioni di terra ne rendevano impraticabile l'accesso: un dettaglio metodologico che è già, di per sé, una fotografia della guerra.

Un campione, tre strumenti

I ricercatori hanno intervistato in arabo, tramite il dialetto gazawi per favorire la fiducia dei rispondenti, i caregiver di 933 bambini equamente divisi tra maschi e femmine, età media 7,6 anni. Hanno utilizzato tre strumenti clinici validati a livello internazionale: il Child and Adolescent Trauma Screen (CATS) per i sintomi da stress post-traumatico, lo Strengths and Difficulties Questionnaire (SDQ) per il funzionamento psicosociale, e il Primary Care PTSD Screen per misurare il trauma dei genitori stessi.

I risultati restituiscono un quadro di esposizione traumatica che, scrivono gli autori, "supera quella riscontrata nella maggior parte degli altri contesti bellici contemporanei". Il 95,3% dei bambini ha visto la propria casa distrutta, in tutto o in parte: nei campi profughi siriani il dato oscillava tra il 40 e il 60%. Il 98,4% ha sofferto la fame, contro il 30-50% registrato tra i minori coinvolti nei conflitti in Iraq e Libano. In media, ogni bambino del campione ha subito 6,7 sfollamenti forzati fino al periodo dello studio: tra i minori siriani lo sfollamento era avvenuto, in genere, una o due volte. Il 10,3% ha perso il padre, il 2,4% la madre, quasi il 30% un familiare stretto.

Applicando i punteggi soglia del CATS, il 57,8% dei bambini presenta una probabile diagnosi da stress post-traumatico; con l'algoritmo diagnostico più rigoroso del DSM-5, la quota scende al 15,6%. Il primo dato resta comunque nettamente superiore alla prevalenza del 36% stimata da una meta-analisi del 2021 sui bambini palestinesi esposti a violenza politica prima di questa guerra. Sul fronte del funzionamento psicosociale, il 46,3% del campione rientra nella fascia "anormale" del punteggio totale di difficoltà SDQ: il 55,6% mostra problemi nelle relazioni con i coetanei, il 45,9% deficit nel comportamento pro-sociale, il 41,7% problemi di condotta, questi ultimi concentrati soprattutto tra i maschi.

Le fasi di un collasso

Per comprendere questi numeri occorre ricostruire la sequenza che li ha prodotti. L'occupazione israeliana dei territori palestinesi - Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza - risale al 1967. Dal 2007, dopo la presa di potere di Hamas nella Striscia, Israele ha imposto un blocco terrestre, aereo e marittimo tuttora in vigore, che ha eroso l'economia locale e reso la popolazione dipendente dagli aiuti umanitari. Il 7 ottobre 2023 l'attacco di Hamas nel sud di Israele ha aperto la fase più devastante del conflitto: bombardamenti intensivi, assedio, distruzione sistematica delle infrastrutture sanitarie - secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, tutti i 36 ospedali della Striscia hanno subito danni, e a novembre 2023 l'unico ospedale psichiatrico di Gaza è stato raso al suolo.

Organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International hanno accusato Israele di atti riconducibili al crimine di genocidio, mentre la Corte internazionale di giustizia dell'Aja ha aperto un procedimento sul rispetto della Convenzione contro il genocidio nella condotta della guerra: un contenzioso giuridico e politico tuttora aperto, che il governo israeliano respinge, rivendicando il diritto all'autodifesa dopo il 7 ottobre.

Sul terreno, i dati restano comunque univoci: secondo le stime raccolte da UNICEF, tra ottobre 2023 e i primi mesi del 2026 sono stati uccisi oltre 71mila palestinesi, un terzo dei quali bambini, e la Striscia registra oggi il più alto numero di amputazioni pediatriche della storia recente dei conflitti armati.

A un cessate il fuoco parziale, seguito da una tregua di sei settimane a inizio 2025, è succeduta una nuova escalation: tra marzo e maggio 2025 le forze israeliane hanno ripreso le operazioni di terra, provocando circa 600mila nuovi sfollamenti, oltre 200mila soltanto nella seconda metà di maggio. È in questo esatto momento - mentre gran parte della popolazione veniva nuovamente spinta verso tende e ripari di fortuna, con accesso limitatissimo ad acqua, elettricità e servizi igienici - che i ricercatori hanno raccolto i loro dati. Il campione, cioè, non fotografa il picco della devastazione del 2023-2024, ma la sua persistenza cronica un anno e mezzo dopo, quando l'attenzione internazionale aveva già iniziato a spostarsi altrove.

FILE PHOTO: Palestinian children wait to receive food cooked by a charity kitchen amid shortages of food supplies, as the ongoing conflict between Israel and the Palestinian Islamist group Hamas continues, in Rafah, in the southern Gaza Strip, February 5, 2024. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa/File Photo
FILE PHOTO: Palestinian children wait to receive food cooked by a charity kitchen amid shortages of food supplies, as the ongoing conflict between Israel and the Palestinian Islamist group Hamas continues, in Rafah, in the southern Gaza Strip, February 5, 2024. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa/File Photo
FILE PHOTO: Palestinian children wait to receive food cooked by a charity kitchen amid shortages of food supplies, as the ongoing conflict between Israel and the Palestinian Islamist group Hamas continues, in Rafah, in the southern Gaza Strip, February 5, 2024. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa/File Photo (REUTERS)

Il trauma che si eredita

Il dato forse più inquietante riguarda gli adulti. Il 78,1% dei caregiver coinvolti nello studio è risultato positivo allo screening per un probabile disturbo da stress post-traumatico: l'80% tra i padri, il 90,3% tra i nonni. Nell'analisi statistica, la gravità dei sintomi post-traumatici dei genitori è risultata tra i predittori più forti del PTSD infantile, insieme all'esposizione cumulativa ai traumi e al numero di difficoltà psicosociali rilevate dallo SDQ. Anche l'assenza della madre come caregiver principale e la condizione di genitori non conviventi aumentano significativamente il rischio.

È il meccanismo che in letteratura viene definito trasmissione intergenerazionale del trauma: genitori sopraffatti dal proprio dolore perdono, almeno in parte, la capacità di fare da filtro protettivo per i figli, che restano esposti sia alla violenza diretta sia al deterioramento del clima affettivo domestico. Gli stessi autori dello studio avvertono che, senza interventi mirati, il ciclo rischia di riprodursi: i bambini di oggi diventeranno genitori segnati da un trauma non elaborato, in un contesto - quello di Gaza - dove gli specialisti di salute mentale erano già rarissimi prima della guerra (meno di uno psichiatra ogni 100mila abitanti) e dove il collasso delle strutture sanitarie ha reso quasi inaccessibile qualunque presa in carico strutturata.

Cosa resta, oltre le percentuali

Gli stessi ricercatori riconoscono i limiti del loro lavoro: uno studio trasversale, basato su questionari compilati dai caregiver e non dai bambini stessi, non può certificare la persistenza dei sintomi nel tempo né la loro reale intensità clinica. Ma proprio questo, secondo gli autori, rende le cifre pubblicate una soglia minima, non un tetto massimo. Il divario tra il 57,8% misurato con i punteggi soglia e il 15,6% dell'algoritmo diagnostico più stringente racconta la difficoltà di applicare griglie cliniche nate altrove a un'esperienza infantile che, in molti casi, sfugge persino alle categorie della psichiatria.

Ciò che i numeri non catturano - la paura di dormire al buio, il non fidarsi più degli adulti, l'aver smesso di giocare - resta comunque scritto tra le righe delle tabelle statistiche: nel 45,9% dei bambini con un comportamento pro-sociale ormai compromesso, nel 41,7% con problemi di condotta, nel dato, quasi mai commentato, secondo cui la fascia più colpita da problemi relazionali con i coetanei sfiora il 56%. Sono numeri che non riguardano soltanto il presente della Striscia, ma la sua prossima generazione: quella che dovrà, un giorno, provare a ricostruirla.