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«Siamo lasciati sempre soli, ed è come se il problema di Taranto appartenesse solo a Taranto». L'arcivescovo Ciro Miniero ricorda che «occorre perseguire la via di uno sviluppo sostenibile e della cura del creato secondo le linee segnate dalla Laudato si'»..
Arcivescovo, la questione dell'ex Ilva appare sempre più ingarbugliata e la città è spaccata. Ma davvero Taranto deve scegliere fra salute e lavoro?
«La città non è spaccata, è esausta e disillusa. Esausta per una questione che si trascina da troppo tempo e di cui vive tutte le conseguenze negative. Nessuno dovrebbe scegliere tra salute e lavoro ma è quello che i tarantini sono stati costretti a fare e che fanno tutt’oggi sebbene con la consapevolezza della profonda ingiustizia che ciò rappresenta. La città è unita nella richiesta di risposte certe, risposte che debbono soddisfare la richiesta del rispetto dell’ambiente, della salute. È unita nella richiesta di un futuro economico emancipato da una produzione industriale obsoleta. Oggi la città teme il tracollo economico, gli operai temono di non poter far fronte al sostentamento delle loro famiglie; le imprese dell’indotto temono la definitiva chiusura. Teme il definitivo tramonto del processo di bonifica del territorio. Per anni i tarantini hanno sentito parlare di strategicità per l’Italia e l’Europa dell’acciaieria, hanno pagato un prezzo altissimo, questo è il momento di fare di Taranto “la città strategica”, simbolo di un rinnovato modello economico che metta al centro l’uomo e non il profitto».
Alcuni operai hanno fatto un gesto dimostrativo rifugiandosi nella concattedrale Gran Madre di Dio. La Chiesa come può stare accanto ai lavoratori e ai cittadini?
«Gli operai sono anche stati ricevuti anche dal Cardinale Zuppi, e questa è la testimonianza che la Chiesa è vicina. Ed io voglio ribadire la prossimità della Chiesa, la vicinanza. Nel mio messaggio di Natale volutamente ho detto che tale prossimità si vive essenzialmente nelle proprie comunità parrocchiali. Credo che al di là delle interpretazioni o di questa o di quella dichiarazione del vescovo o di qualunque altra istituzione, i fatti di una vicinanza dei sacerdoti, delle comunità, siano tangibili nell’esperienza ordinaria. Potessimo fornire soluzioni lo avremmo già fatto. Ma non sarebbe nemmeno il nostro compito. Noi dobbiamo continuare a lavorare per garantire la misura dell’umano, la dignità di ogni persona al di sopra di ogni tipo di interesse politico ed economico».
Da anni si parla di riconversione green della fabbrica. Secondo lei c'è una reale volontà di procedere in tal senso? O l'unica alternativa è la chiusura? E questo cosa significherebbe per la città?
«Apprezzo il modo con cui mi ha posto la domanda. Anche io me la pongo: lo vuole davvero chi oggi avrebbe il potere di farlo? Non sono un ingegnere, leggo di esperienze virtuose che si potrebbero replicare. Al Sud sembra però tutto più difficile, sembriamo scontare un’atavica tendenza al fallimento che non è dovuta alla Storia, ma agli uomini che della Storia non sono in grado di diventare attori positivi».





