«Sammy, guarda che se chiedi a Gesù di farti guarire, lui può farlo». Glielo diceva ogni tanto sua madre, Laura, quando era molto piccolo. Era il modo istintivo, quasi disperato, con cui un genitore prova ad aggrapparsi a qualcosa quando vede il proprio figlio fare i conti con una malattia che non può combattere. E lui, serissimo, la guardava e rispondeva: «No, mamma. Perché se Gesù mi ha fatto così, vuol dire che mi vuole così. Probabilmente ha un progetto per me». Aveva circa cinque anni. Troppo pochi per pronunciare parole del genere, soprattutto se nessuno gliele aveva mai insegnate. A casa Basso c’è sempre stato spazio per la fede: i sacramenti, il catechismo, la Messa ogni domenica, le feste comandate. «Siamo sempre stati credenti, ma non bigotti», ci tiene a precisare Laura.

Sammy Basso, scomparso nel 2024 a 28 anni, è stato il volto più noto al mondo della progeria, la rarissima malattia genetica che provoca un invecchiamento precoce.

Ricercatore, divulgatore, fondatore dell’Associazione Italiana Progeria, con due lauree – in Scienze naturali e in Biologia molecolare – collaborava con centri di ricerca internazionali e portava avanti personalmente diversi progetti legati allo studio della malattia. Progetti che oggi portano avanti i suoi genitori e i suoi amici le cui voci, in diverse lettere, sono state raccolte nel libro Sammy – Una vita da abbracciare (San Paolo) che Laura e Amerigo hanno scritto insieme alla giornalista di Famiglia Cristiana Chiara Pelizzoni e che vede la prefazione di Jovanotti (qui il testo integrale).

La copertina del libro

Un figlio, prima di tutto

Ma lontano dai convegni e dalle platee di tutto il mondo, tra le mura di casa Sammy era prima di tutto un figlio. Ed è lì che il suo rapporto con Dio ha iniziato a rivelarsi in maniera sorprendente. Ciò che aveva colpito i suoi genitori, Laura e Amerigo, non era soltanto quella risposta data da bambino. Era il fatto che, crescendo, Sammy continuasse a stupirli con il suo modo di vivere la fede. «Era una cosa sua», raccontano. «Non sappiamo da dove gli venisse». Un giorno, in parrocchia arrivò il vescovo per la benedizione delle famiglie che avevano in casa una persona malata, e c’erano anche loro. «Al ritorno ci chiese: “Ma perché mi avete portato lì?”. Noi gli dicemmo: “Sai, la benedizione fa sempre bene, non si sa mai…”. La sua risposta fu: “A me non serve”». Parole che, pronunciate da un adulto, sarebbero sembrate presuntuose, ma che dette da un bambino lasciavano semplicemente sconcertati. Sammy faceva tutto quello che di solito fanno i bambini di famiglie cattoliche: il catechismo, i campi estivi, i giovanissimi... Eppure, la sua fede andava ben oltre quello che aveva imparato: era qualcosa che sembrava nascergli da dentro.

La crisi e la scelta

Una dimensione molto personale che, però, a un certo punto si incrina. All’età di 11 anni viene proposto a Sammy di partecipare a un clinical trial: la sperimentazione di un farmaco mai testato prima su pazienti con progeria. È ancora un bambino, ma nella sua mente prende forma un pensiero che spiazza tutti: «Aveva paura che quel farmaco potesse andare contro la volontà di Dio», raccontano i suoi genitori. «Ci diceva: “Gesù mi ha fatto così. E se io, prendendo questo farmaco, vado contro il suo volere?”». È l’inizio di una crisi profonda. Per oltre un anno Sammy studia incessantemente, trascorre giorno e notte sui libri. Non si limita a farsi domande: cerca le risposte. Approfondisce le religioni più importanti, legge il Corano, si avvicina molto all’ebraismo, studia il buddhismo. Parla con sacerdoti, ma anche con gli studiosi che da anni lo seguono. Fino a quando arriva a una conclusione che per lui diventa chiarissima: «Il Signore si serve delle mani dei ricercatori». È in quel momento che Sammy decide consapevolmente di essere cristiano cattolico. Non per tradizione familiare, ma per scelta. A 12 anni inizia il percorso di sperimentazione scientifica che gli permetterà di superare di molto l’aspettativa di vita media per chi è affetto da progeria.

Carlo Conti con Sammy Basso ospite al Festival di Sanremo del 2015
Carlo Conti con Sammy Basso ospite al Festival di Sanremo del 2015

Carlo Conti con Sammy Basso ospite al Festival di Sanremo del 2015

(ANSA)

Insieme a Dio

Da quel momento, per Sammy non ci sono più dubbi. Ciò che aveva sempre sentito dentro di sé entra con naturalezza nella vita di tutti i giorni: ogni mattina imposta una sveglia sul telefono che gli ricorda di leggere il Vangelo del giorno e di ascoltare le riflessioni di papa Francesco attraverso un’app. È un appuntamento che non salta mai. Quando esce di casa, invece, nel borsello porta sempre con sé una piccola Bibbia e lo Zohar, uno dei testi fondamentali della mistica ebraica: «Traeva da uno e dall’altro. Si sentiva molto vicino anche all’ebraismo», raccontano Laura e Amerigo, «diceva che le radici partono da lì».

Anche la Messa era un’esperienza per Sammy: «Noi seguivamo il rito», ammette la madre. «Lui, invece, lo viveva. Lo vedevi chiaramente: in certi momenti era come se non fosse più lì con noi, sembrava essere altrove».

Tra le figure che più sentiva vicine c’era san Francesco. Tutto nasce durante un campo estivo parrocchiale, in cui il tema era proprio il santo di Assisi. Alla fine del campeggio a tutti i ragazzi viene regalato il Tau francescano e Sammy, da quel giorno, non se lo toglierà più dal collo. Del Poverello amava la semplicità, il rapporto con il Creato, il rispetto per ogni forma di vita. «Una mosca non l’avrebbe mai uccisa», ricordano i genitori. «La prendeva con delicatezza e la portava fuori, in giardino». E quella vicinanza diventa ancora più forte qualche anno dopo, quando un suo amico cinquantenne gli confida: «Sento che Assisi mi chiama… Però sento che tu devi venire con me». Sammy non esita un attimo: «Partiamo». E partono davvero.

Imparare a guardare

«La prima cosa che mi ha insegnato Sammy», racconta Laura, «è stato a guardare le persone in modo diverso, senza fermarmi all’apparenza». Vederlo vivere la fede così profondamente fa nascere anche in loro tante domande: «Con una malattia così invalidante, nonostante tutto quello che ha passato, aveva una fede enorme. E noi ci chiedevamo spesso: ma come si fa?». Dopo la sua morte, quella domanda si ripresenta con forza. Laura non nasconde di aver attraversato un periodo difficile: «Ero molto arrabbiata con Dio, lo ammetto». Poi, però, qualcosa cambia. «Dopo quello che Sammy ha lasciato scritto, dopo quello che ci ha insegnato, non ho più potuto esserlo». Oggi quel dialogo con Dio è diverso: «Parlo con Lui come parlavo con Sammy. Anche alzando la voce. Mi sfogo, litigo. Ma ci parlo sempre».

L’eredità più semplice

Rileggendo le parole del “testamento” di Sammy, Laura e Amerigo si accorgono che, in fondo, in quelle righe aveva già spiegato tutto. Scriveva di aver affrontato la morte da cristiano, non perché fosse pronto a morire, ma perché si era preparato a farlo. Sperava di essere riuscito ad accoglierla secondo l’insegnamento di san Francesco: come una sorella. E chiedeva ai suoi cari una cosa sorprendentemente semplice: non smettere di vivere. Piangere, sì. Ma anche uscire, stare insieme e ridere. Lo stesso modo in cui, fin da piccolo, Sammy aveva vissuto.