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mercoledì 18 maggio 2022
 
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Congo, la droga devastante che trasforma i giovani in zombie

12/11/2021  Circola uno stupefacente a basso prezzo chiamata Bombé che provoca conseguenze spaventose. I ragazzi congolesi chiamati a confrontarsi con una realtà piena di ostacoli. Mentre la censura imbavaglia la musica che denuncia e fa riflettere (di Roberto Ponti)

Due scenari si intersecano nel caldo tropicale di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo. Il primo sembra quello di un film di “zombi”, dove le persone si addormentano in piedi, piangono senza motivo o ridono per niente... Nella metropoli di 13 milioni di abitanti, la maggioranza delle famiglie è povera e la gioventù rimane senza speranza e senza appoggi, nonostante intelligenza e talento. Lo strano fenomeno degli “zombi” è dovuto ad una droga fatta in casa, chiamata “bombé”, di cui i media internazionali si sono occupati diffusamente. Bombé significa pesante, di spessore; e in effetti questo stupefacente, che si compra con pochi soldi, rende i suoi utilizzatori molto pesanti, al punto che non riescono più a muoversi, qualunque cosa accada attorno a loro. Il fatto più sconvolgente è che questa sostanza è preparata con i residui dei tubi di scappamento catalitici dei veicoli, mescolati con il diazepam, una compressa contro l'insonnia, e altri prodotti tossici. Una volta assunta, inizia uno stato di incoscienza. Dopo un po' d'euforia, l'andatura di chi ne fa uso cambia, fino al blocco totale del suo corpo e ad un particolare e profondo dormire in piedi. Il volto poi cambia d'aspetto: a volte piange, a volte ride. I giovani consumatori di questo composto adottano un comportamento avulso, non si contengono più, si sporcano, non hanno più voglia di mangiare, dormono quasi tutto il giorno, ovunque si trovino. Bombé va a ruba grazie al suo prezzo accessibile e agli effetti impressionanti. Se si elencano i fenomeni negativi a cui è esposta la popolazione più giovane di Kinshasa, si può capire come si è arrivati a questa situazione. All'elenco si devono aggiungere i matrimoni forzati, la violenza sessuale e psicologica, il rumore notturno, il consumo eccessivo di alcool, la corruzione a sfondo sessuale all'università, le rapine a mano armata... Dati i rischi, le autorità congolesi hanno adottato misure per interromperne la produzione e la vendita. Un buon numero di persone è stato fermato sia per la produzione, sia per la vendita o per il consumo. Per i produttori e venditori sono stati avviati procedimenti legali, mentre i consumatori ridotti spesso in critiche condizioni di salute sono portati in un centro di riabilitazione lontano da Kinshasa, nella provincia del Kasai.

L'altro scenario di questi giorni nasce dalla musica, componente essenziale della vita africana. Il gruppo MPR (Musica popolare per la rivoluzione) ha pubblicato una canzone dal titolo in lingala Nini tosali te, "Cosa non abbiamo fatto?"  Il videoclip è passato velocemente da un telefono all'altro e sul canale YouTube è ormai superato il milione di visualizzazioni. La domanda nel titolo diventa chiara nella storia presentata dal video e nel testo che mostra una famiglia, i sogni di un bambino, gli ostacoli della vita quotidiana e fa l'elenco dei sacrifici che i giovani e i genitori compiono per gli studi, i digiuni, le preghiere, la lotta e la perseveranza nel darsi obiettivi... Un organismo del Ministero della Giustizia congolese ha censurato questa canzone, insieme ad altre del rapper Bob Elvis con un soggetto simile, impedendone la trasmissione in radio e televisione. Ma sui social l'attenzione suscitata dei contenuti continua a generare ascolti e presa di coscienza di una situazione complessa per le giovani generazioni, che difficilmente trovano risposte nelle autorità politiche e amministrative. La musica continua ad essere un mezzo importante per fare comunicazione e creare opinione pubblica in Congo. E questo fa problema al potere politico che non accetta di essere preso di mira. La commissione per la censura accusa i cantanti di non aver sottoposto i brani prima della loro trasmissione e parla di una questione di procedura. Un rimpallo di responsabilità che non aiuta né il crescere della coscietizzazione sui veri problemi sociali che il rafforzamento della democrazia, a sessantun anni dall'indipendenza.

 
 
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