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«Non dimenticate i cristiani del Medio Oriente». L’appello di Louis Raphael Sako, patriarca caldeo di Baghdad, è, insieme, una richiesta di «preghiere e di aiuto concreto. Bisogna fare qualcosa per i nostri cristiani che sono qui. Stanno andando via dal Paese. Non abbiamo e non vogliamo armi, non abbiamo milizie, vorremmo solo vivere in pace, ma siamo un obbiettivo molto facile, non abbiamo protezione». Il patriarca, che aveva già dato le dimissioni al compimento dei 75 anni con papa Francesco, «che però mi aveva chiesto di rimanere altri due anni», le ha rinnovate in questi giorni. «Nessuno mi ha fatto pressione, non ci sono retroscena», spiega Sako, «era solo arrivato il momento di un successore». La rinuncia per età del patriarca arriva in uno dei momenti drammatici della storia dell’Iraq. «Siamo sull’orlo dell’abisso in tutto il Medio Oriente. In Libano la situazione è terribile, con centinaia di migliaia di sfollati per le strade, con un inverno ancora molto freddo, ma anche da noi c’è quasi una guerra mondiale».
Nel salutare la sua diocesi, dopo averla guidata per 13 anni, il patriarca ha chiarito che ora vuole dedicarsi «con tranquillità alla preghiera, alla scrittura e al servizio semplice». Non sono stati facili questi anni, con l’avanzata dell’Isis, la presa di Mosul, la distruzione di città e villaggi. «Ho guidato la Chiesa Caldea in circostanze estremamente difficili e tra grandi sfide», ha voluto mettere nero su bianco in una lettera indirizzata ai fedeli. «Ho preservato l'unità delle sue istituzioni e non ho risparmiato alcuno sforzo nel difenderla e nel difendere i diritti degli iracheni e dei cristiani, assumendo posizioni e mantenendo una presenza sia dentro che fuori dal Paese». Ringrazia la famiglia e «coloro con cui ho vissuto come sacerdote a Mosul, come vescovo a Kirkuk e come patriarca a Baghdad» e Dio «per la grazia dell'amore che mi ha donato, concedendomi affetto agli occhi di molti e benedicendomi con momenti belli».
Sul suo successore dice: «Spero che la guida della Chiesa Caldea sia affidata a un patriarca che possieda una solida cultura teologica, coraggio e saggezza. A qualcuno che creda nel rinnovamento, nell'apertura e nel dialogo, e che abbia anche senso dell'umorismo.
Lo rispetterò e non interferirò mai nel suo lavoro. Sono certo che Dio si prenderà cura della sua Chiesa». Nel lasciare l’incarico il patriarca accenna anche al suo testamento scritto già quando era giovane sacerdote e più volte rimaneggiato. «Possiedo circa quaranta milioni di dinari iracheni», scrive, pari a circa cinquemila euro, «provenienti dai miei stipendi durante 52 anni di servizio sacerdotale, oltre a un'altra somma che rappresenta la mia parte dalla vendita della casa di famiglia a Mosul. Non possiedo una casa né un'auto, ma la mia vera ricchezza è il mio servizio devoto e i 45 libri e numerosi articoli che ho pubblicato».






