Chiude l’udienza generale ricordando il sacrificio di padre Pierre El Rahi, il sacerdote libanese ucciso dagli attacchi israeliani mentre cercava di soccorrere dei suoi parrocchiani. Papa Leone sottolinea che il suo cognome, in arabo significa «pastore» e che proprio come un pastore il sacerdote si è speso per la sua comunità fino all’ultimo respiro. Poi, benedicendo il popolo libanese e assicurando vicinanza e preghiera soprattutto oggi che si celebrano i funerali del parroco maronita, invita a non disperdere il suo sacrificio.

«Il suo sangue sparso», insiste il Papa, <sia seme di pace», aggiunge. E anche durante la catechesi, come ogni mercoledì dedicata ai documenti conciliari, Leone si sofferma su quel vincolo d’amore che unisce il popolo di Dio. Lo spiega ricordando il capitolo due della Lumen Gentium e sottolineando che la Chiesa è costituita dall’unico popolo di Dio tenuto insieme da vincoli d’amore e di fede in Cristo.

Soffermandosi proprio sul tema “La Chiesa popolo di Dio”, ricorda che «Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare». Con la venuta di Cristo il popolo è quello del mondo intero. «Il Concilio», dice infatti Leone, «afferma che “tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi con Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo”. È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo. Esso è fatto ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede in Lui, dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita animati dallo Spirito del Risorto. Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo». Proprio per questo «prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio. Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità». La Chiesa, dunque, «non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti. Se vi appartengono i credenti in Cristo, il Concilio ci ricorda che “tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme i suoi figli, che si erano dispersi”». Anche chi ancora non ha ricevuto il Vangelo è orientato verso questo popolo e la Chiesa è chiamata a «diffondere il Vangelo ovunque e a tutti, perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo. Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera». Non ci sono distinzioni di sorta. «La Chiesa è una ma include tutti», insiste il Pontefice. E ricorda la descrizione che ne dà il grande teologo de Lubac: «Arca unica della Salvezza, deve accogliere nella sua vasta navata tutte le diversità umane. Unica sala del Banchetto, le vivande che distribuisce sono attinte da tutta la creazione. Veste senza cuciture di Cristo, essa è anche – ed è la stessa cosa – la veste di Giuseppe, dai molti colori».

Questo è un segno di speranza «soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre – sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli».