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L'ultima intervista di Amedeo D'Aosta: «Così la Madonna di Loreto salvò prima papà e poi me»

01/06/2021  Il principe di Casa Savoia è morto all'ospedale di Arezzo, dove era ricoverato per un intervento chirurgico. Riproponiamo l'ultima intervista concessa a Luciano Regolo, condirettore del settimanale "Maria con te"

Aimone di Savoia Aosta, padre di Amedeo.
Aimone di Savoia Aosta, padre di Amedeo.

Per grazia ricevuta dal padre Aimone e dal figlio Amedeo di Savoia Aosta scampati ad incidenti aerei nel 1919 e nel 1984». I caratteri rossi in stampatello sul fondo dorato della targhetta fissata all’angolo sinistro in alto, sulla lapide marmorea, balzano subito agli occhi. E non solo per il  contrasto col candore della lastra in memoria del principe Aimone (1900-1948), duca d’Aosta e «ammiraglio di squadra pilota» d’epoca regia, posta qui, a Loreto, anni addietro. Sorprendono, in realtà, i due casi d’intervento prodigioso nella stessa famiglia. Una famiglia particolare: la dinastia che regnò in Italia sino al 1946. Il primo beneficiario, Aimone, da cui il figlio Amedeo ereditò la passione per il volo, era il secondogenito di Emanuele Filiberto di Savoia, quel “Duca Invitto” a capo dell’eroica III Armata della Grande Guerra, oggi sepolto con i suoi commilitoni a Redipuglia, ed Hélène d’Orlèans. Rampollo, quindi, del ramo sabaudo che discende da Amedeo d’Aosta (1845-90), re di Spagna dal 1871 al 1873 e fratello del secondo re d’Italia, Umberto I (1844-1900). Il fratello del miracolato Aimone era, invece, quell’Amedeo d’Aosta (1898-1942), viceré d’Etiopia passato alla storia, durante la Seconda Guerra mondiale, come “l’eroe dell’Amba Alagi”, zio dell’attuale e omonimo duca d’Aosta, che ha portato l’ex voto «per grazia ricevuta», a nome sua e del padre al santuario della Santa Casa.

«La lapide», ci spiega il principe Amedeo, «è la stessa dell’Aereosuperficie che dedicai a mio padre al Borro, la tenuta toscana in cui ho vissuto con la mia famiglia per tanti anni. Dopo l’incidente da cui mi salvai per un soffio, mi sembrava doveroso ringraziare, con questo gesto, la Madonna di Loreto. In realtà oltre a quelli di papà e mio, c’è stato un altro incidente aereo a lieto fine in Casa Savoia, nel 1972. La regina Maria Josè, la consuocera Iris Doria, l’hostess e i due piloti viaggiavano a bordo di un Agusta sorvolando St. Moritz. In fase di atterraggio, nella nebbia, fu evitato d’un soffio lo scontro con le montagne, ma la deviazione disperata fece precipitare l’aereo sul lago di Silvaplana che era ghiacciato. L’aereo si spaccò in due, perdendo fortunatamente la coda con i motori, che altrimenti avrebbero potuto incendiarsi. E i passeggeri proseguirono col troncone di testa, a grandi sobbalzi. La regina si ruppe una vertebra, restarono tutti feriti, ma incredibilmente salvi. Perciò, io credo che la Vergine di Loreto protegga in modo particolare la nostra famiglia». Tornando al primo dei disastri schivati, quello del duca Aimone, racconta Amedeo: «Mio padre, uscito nel 1916 dall’Accademia Navale di Livorno con il grado di guardiamarina, era diventato sottotenente di vascello l’anno successivo. Nel 1916 si era imbarcato sulle Dante Alighieri, Andrea Doria e Vincenzo Giordano Orsini. Impiegato come pilota dal marzo 1918, fu assegnato all’Isola di Sant’Andrea (Venezia)  nella 251ª Squadriglia di idrovolanti dotata di Macchi L.3, i monomotore a scafo centrale multiruolo, allora  in forza alla Regia Marina, negli ultimi mesi della prima guerra mondiale. Dal 14 giugno 1918 ne divenne comandante e fu decorato con la croce di guerra DFC (Distinguished Flying Cross) della Royal Air Force britannica, due medaglie d’argento al valor militare e due di bronzo. Prese parte a ben quaranta missioni di guerra, compresi bombardamenti notturni su basi nemiche, condotti sotto intenso fuoco  antiaereo.

Nel corso di un ammaraggio in soccorso di naufraghi, il suo apparecchio andò perduto ma lui e l’altro pilota furono salvati da una torpediniera amica. Terminato il confliitto, continuò l’attività aerea in Alto Adriatico. E fu così che una mattina partì per un volo operativo su un idrovolante pilotato dal tenente di vascello Orazio Pierozzi (1884-1919), un toscano simpatico con cui aveva fatto amicizia». Era il lunedì 17 marzo 1919, appena 4 mesi dopo la fine della guerra.Tornavano in volo a Trieste da Venezia, a bordo di un Macchi M.9. A circa mezzo miglio dalla destinazione finale, una raffica di bora capovolse l’idrovolante abbattendolo a un chilometro dalle dighe del porto triestino. Il piroscafo Tergeste, che navigava nelle  vicinanze, si precipitò a recuperare i due aviatori, ma Pierozzi morì il giorno dopo all’ospedale militare di Trieste. Gli fu conferita, postuma, una medaglia d’oro della Marina «per l’impegno nel proteggere il suo passeggero durante l’incidente». Anche Aimone fu decorato «per la prova di freddezza e disprezzo del pericolo» che diede in quella circostanza. In realtà, il duca rimase molto provato per la scomparsa di Pierozzi e sentì che la sua salvezza, al di là della generosità dell’amico pilota, era stata possibile solo grazie a un intervento celeste. Nel momento più tragico gli era venuto spontaneo rivolgersi, con sincera intensità, a Nostra Signora di Loreto, di cui come tutti i suoi compagni di squadriglia portava l’effigie al collo. La Vergine Lauretana, un anno dopo, sarebbe stata proclamata da Benedetto XV patrona dell’aeronautica militare, ma il legame degli aviatori con Lei fu immediato, fin dalle prime esperienze di volo, agli inizi degli anni Dieci.

Questo per via della tradizione del trasporto della casa di Maria, a opera di angeli da Nazareth all’antica Illiria (1291) e poi da lì all’antico territorio di Recanati (1294), che rendeva quanto mai suggestiva e, sotto certi aspetti, obbligata la scelta della Madonna di Loreto quale protettrice per chi si muove lungo le vie dell’aria. Poeti e pittori, d’altra parte, rievocavano la misteriosa traslazione della Santa Casa, già nei secoli XVII e XVIII, immaginando il volo della dimora nazarena come una sorta di moderna trasvolata. Basti pensare al Trasporto della Santa Casa di Loreto di Giovan Battista Rositi da Forlì risalente al 1501, o all’affresco e al relativo bozzetto realizzati da Giambattista Tiepolo nel 1743 per la volta della chiesa degli Scalzi di Venezia. Così, sin dal 1912, la Società Aviatori e Aeronauti con sede a Torino si era affidata alla protezione della Madonna di Loreto. Pochi anni dopo, verso il 1915, quella società, sotto la presidenza dell’onorevole Carlo Mountù, aveva fatto decorare la propria bandiera con l’effigie della Vergine Lauretana. E, sempre nel 1915, le mura della Santa Casa erano state dipinte all’interno delle carlinghe della XXV Squadriglia, segno d’esplicita devozione verso la Madonna della casa volante. Per questo il giovane principe sabaudo, allora appena diciannovenne, nell’estremo pericolo, si rivolse alla Vergine bruna. E fu ascoltato. Perché, dopo aver trascorso un lungo periodo a letto, si riprese perfettamente, senza aver riportato alcun danno irreparabile.
«Io appresi di tutto questo da ragazzo, da un medico della Marina militare, un radiologo di nome Salotti, che era tra quelli che ripescarono mio padre dopo che era rimasto in mare per almeno 4-5 ore, nuotando e mantenendosi a galla, nonostante le contusioni. Una vera grazia e da allora tutti in famiglia siamodevoti alla Madonna di Loreto. Mia madre (Irene, nata principessa di Grecia, ndr) me ne regalò la medaglia quando presi il brevetto da pilota, il 27 settembre 1969, giorno del mio ventiseiesimo complenno. Da allora l’ho sempre portata con me».

Un dono provvidenziale visto che la Protettrice degli Aviatori avrebbe dato un nuovo segno di benevolenza proprio nei suoi confronti. Era il 7 luglio 1984 e Amedeo, assieme all’amico Andrea Faggioli, comandante Alitalia e pilota di Jumbo, stava provando un aereo ultraleggero, un biposto Quick Silver. Faggioli pilotava, il principe gli stava accanto, quasi un déja vu di quanto accaduto 65 anni prima ad Aimone. Dovevano controllare la caratura del velivolo, in vista di un raduno areo che si sarebbe tenuto il giorno seguente alla pista del Borro. Il Quick Silver volava tra i dieci e i dodici metri dal suolo e urtò contro il terreno e poi contro i cavi dell’energia elettrica provocando un black-out totale nella zona del Borro e di San Giustino Valdarno. L’aereo si è semidistrutto, ma senza gravi conseguenze per il comandante dell’Alitalia e per il duca, soccorsi da un elicottero dei Vigili del fuoco. Amedeo riportò fratture alla gamba e al piede sinistro, nulla rispetto al pericolo corso. «In famiglia ci siamo sempre riferiti a quell’episodio chiamandolo sempre e soltanto l’Incidente, con la “I” maiuscola. La convalescenza durò più d’un anno, ma è un miracolo che non ci siamo rimasti secchi. Ho sempre pensato che mi abbia salvato la Madonna di Loreto, la cui medaglia avevo con me. Per questo, poi, appena mi ristabilii, volli andare al santuario a lasciare un segno di gratitudine, anche a nome di mio padre. Ho trasmesso ai miei figli la devozione per la Vergine Lauretana e quest’anno conto di tornare al santuario con mia moglie Silvia per il Giubileo indetto da papa Francesco in occasione del centenario della proclamazione della Madonna di Loreto protettrice degli aviatori».


 

 

 
 
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