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giovedì 09 dicembre 2021
 
L'ALLARME DEI MISSIONARI
 

Covid, appello del Bangdesh; "Stiamo per diventare come l'India"

03/07/2021  Non nasconde la sua preoccupazione per la situazione del Covid nel Paese asiatico Claudio Modonutti, missionario saveriano e medico, 68 anni, friulano di origine. Dal 1 luglio scorso, un nuovo rigido lockdown è stato imposto dal governo in seguito ad aumento dei casi di coronavirus legati alla variante Delta definito «pericoloso ed allarmante».

«Siamo di fronte a un tornado che sta per investirci, ma non possiamo prepararci come in Europa. Se i numeri aumentano con il trend mostrato in quest’ultima settimana, a breve avremo i media internazionali che mostreranno dal Bangladesh le stesse immagini dell’India di qualche tempo fa». Non nasconde la sua preoccupazione per la situazione del Covid nel Paese asiatico Claudio Modonutti, missionario saveriano e medico, 68 anni, friulano di origine. Dal 2004 è impegnato nell’ospedale cattolico di Dinajpur, nel nord del Bangladesh: una struttura fondata e gestita dai missionari del PIME, con circa 100 posti letto. Dal 1 luglio scorso, un nuovo rigido lockdown è stato imposto dal governo in seguito ad aumento dei casi di coronavirus legati alla variante Delta definito «pericoloso ed allarmante». Di conseguenza, uffici pubblici e privati sono stati chiusi, attivi sono rimasti solo i trasporti per motivi sanitari. «Vietato uscire di casa tranne che in casi di emergenza», ha spiegato il portavoce del ministro della Salute. La decisione della severa quarantena è stata presa dopo che il 24 giugno sono stati registrati più di 6.000 nuovi casi e il giorno successivo ben 108 decessi: dati allarmanti (il secondo picco più alto dall’inizio della pandemia), che hanno costretto le autorità a imporre misure pesantemente restrittive. Stando alle stime della Johns Hopkins University, sino a fine giugno 2021, il Bangladesh - che conta circa 170 milioni di abitanti (terzo Paese musulmano al mondo per popolazione, dopo Indonesia e Pakistan) - ha registrato finora 878.804 casi, con 13.976 decessi. A preoccupare particolarmente è il fatto che i casi di coronavirus stanno aumentando a ritmi molto elevati da metà maggio. La notizia del lockdown ha scatenato un esodo di massa da Dhaka di persone che, non potendo rimanere in città per lavorare, si sono diretti verso i villaggi di provenienza, spesso a centinaia di chilometri dalla capitale. In un Paese ad altissima densità di popolazione come il Bangladesh, questo ha provocato il caos. Un quotidiano locale ha descritto le scene cui si è assistito – masse di persone che si sono accalcate su traghetti e mezzi di fortuna (essendo bloccati i treni e gli autobus a lunga percorrenza) - con l’eloquente titolo «Madness, again» (“di nuovo follia”).

Il popolo ora si trova alle prese con un dilemma tipico dei Paesi più vulnerabili: da un lato il rischio di contagio dal virus, dall’altro il pericolo di restare senza lavoro e sprofondare ulteriormente nella povertà. Il capo dell’opposizione, dalle colonne di un quotidiano locale, nei giorni scorsi ha preso le distanze dai provvedimenti del governo, tuonando: «Hunger, lockdown don’t go together» (ossia: “la fame e il lockdown non stanno insieme”). A dire: non puoi tenere la gente chiusa in casa se non ha da mangiare e nessuno provvede ad essa. I dati, tuttavia, parlano chiaro: il virus, che a differenza della vicina India, sembrava fosse sotto controllo, è tornato a correre. È in rapido aumento il numero di posti letto occupati in ospedale: nell’arco del mese di giugno + 78% per i posti letto generici, con un picco pari al 111,56% in più per i posti letto di terapia intensiva. Modonutti prova a fare un quadro della situazione: «All’inizio erano stati previsti numeri catastrofici visto la grande contagiosità del virus e l’alta densità della popolazione. Non è andata così: abbiamo avuto relativamente pochi casi e pochissimi morti. Il tessuto prevalentemente rurale del Paese ha retto abbastanza bene e la vita continuava come se il virus non esistesse, a parte la chiusura delle scuole».

Continua il medico missionario: «Improvvisamente, nei mesi scorsi, in India i numeri sono schizzati alle stelle. In Bangladesh il tasso di contagio, invece, si è alzato un po', ma poi è tornato a calare. Sembrava che, come ci era andata bene alla prima ondata, stesse andando altrettanto bene anche stavolta. Ma con la porosità dei confini tra i due Paesi tale disparità di situazioni sembrava a più d’uno inverosimile. Ora, purtroppo, da una decina di giorni i numeri stanno aumentando, sia i nuovi infettati sia i decessi. E le cifre ufficiali sono senz’altro in difetto». Quanto alla risposta dello Stato, le strutture governative riescono ad effettuare un numero di tamponi giornaliero che non raggiunge quota 50.000 nell’intero Paese. Commenta Modonutti: «Siamo in un paese in via di sviluppo, che sta progredendo rapidamente, ma infrastrutture inevitabilmente lasciano a desiderare. La salute pubblica non riesce a rispondere adeguatamente alle necessità del Paese. Le strutture dedicate alla cura dei malati di Covid sono ormai vicini al livello massimo di capienza». Un esempio concreto di quel che potrebbe accadere? «Per quanto ne so io, qui in Bangladesh esiste una sola ditta che produce e fornisce l’ossigeno medicale e industriale, nei pressi di Dhaka». Aggiunge: «Nel nostro ospedale a Dinajpur disponiamo di 14 cilindri per l’ossigeno da circa 15 kg l’uno; quando vuoti, li dobbiamo riempire in grande centro a 90 km di distanza, che serve tutto il Nordovest del paese. Siccome la distribuzione centralizzata dell’ossigeno è presente solo negli ospedali più grandi, è facile immaginare cosa succederà se i numeri aumentano: i privati cittadini dovranno preoccuparsi di procurarsi l’ossigeno (come succedeva in India), perché le strutture demandate saranno sature e non in grado di ammettere nuovi pazienti. Ci saranno anche qui eroi che si batteranno per i loro pazienti, ma - temo! - frenati da strutture e mezzi inadeguati». Il ministro della Salute ha annunciato l’imminente via allo studio per la produzione di un vaccino in loco, dopo che le forniture dall’India sono state drasticamente ridotte. Ma, se tutto andrà bene, la distribuzione non avverrà prima di due anni. Amara la conclusione del medico saveriano: «Ho l’impressione che la gente ancora non si renda conto di che cosa può arrivargli addosso. Che il Signore ce la mandi buona».

 
 
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