Quel che è accaduto a Minneapolis, a pochi isolati dal punto in cui cinque anni fa il cittadino afroamericano George Floyd venne soffocato sotto il ginocchio di un poliziotto brutale, non è una fatalità. È un segnale. È la fotografia di un’America che ha smesso di interrogarsi e ha ricominciato a protestare la sua rabbia o a sparare. Questa volta a morire è una donna bianca, trentasette anni, Renee Nicole Good, colpita a bruciapelo durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement, la polizia federale dell’immigrazione dispiegata a caccia di immigrati per volontà di Donald Trump come fosse una milizia d’occupazione.
Le immagini circolate sui social sono brutali nella loro semplicità: un suv fermo, agenti che intimano di scendere, una portiera afferrata, un’auto che fa retromarcia, poi avanza. Davanti al cofano un uomo armato che non arretra, non riflette, non valuta. Spara. Due colpi, forse di più. La donna, madre di tre figli, morirà poco dopo in ospedale, colpita alla testa. Così funziona il nuovo ordine americano. Benvenuti nel Far West a stelle e strisce, versione Maga.
L’episodio si inserisce nel clima di manifestazioni di tre giorni contro Donald Trump e la sua politica anti immigrati, che la Casa Bianca vuole reprimere con pugno di ferro.
Tanto è vero che la fanatica ministra della Sicurezza Interna Kristi Noem (quella che ha sparato al suo cane e che si è fatta ritrarre con faccia truce, cappellino maga e boccoli nel carcere di El Salvador davanti a una gabbia piena di immigrati venezuelani deportati dagli Stati Uniti) dipinge la madre di tre figli come una terrorista e Trump come una «agitatrice sociale». Il presidente ha poi accusato la «sinistra radicale» di minacciare e prendere di mira quotidianamente quella milizia, che per lui sta solo cercando di fare il suo lavoro: rendere l’America sicura. E’ la solita vecchia solfa del potere autoritario: si invoca la sicurezza interna o esterna, per giustificare azioni repressive e campagne di deportazioni di massa contro gli immigrati colpevoli di immigrare e per andare a prendere un dittatore in nome della lotta al narcotraffico (ma la vera ragione è il petrolio), quando la lotta al narcotraffico la si dovrebbe fare con la cooperazione delle forze di polizia e non rapendo i dittatori.

epa12637280 Protesters take to the streets during a protest held in response to the fatal shooting of Renee Nicole Good by an Immigration and Customs Enforcement (ICE) agent in Minneapolis; in New York, New York, USA, 08 January 2026. An ICE agent shot and killed Renee Nicole Good in her car as officers were conducting immigration operations in South Minneapolis on 07 January 2026. EPA/Olga Fedorova (EPA)

Ora però si intravvedono alcuni argini alla politica estera di Trump, come le accuse da parte di Macron di “aggressività coloniale”. Finora c’è solo il presidente francese a ricordare che non deve passare il messaggio che quando uno Stato ha interesse a espandersi sul territorio di un altro Stato può farlo (altrimenti buttiamo via tutto quello che abbiamo costruito dalla Seconda guerra mondiale in poi). Dall’Unione europea qualche vagito, dall’Italia, al solito, ci si arrabatta.
Sul fronte interno Minneapolis è uno dei terreni di scontro di Trump perché il suo sindaco, il democratico Jacob Frey è un suo acerrimo nemico, così come lo è il governatore Tim Walz, ex candidato alla vicepresidenza con Kamala Harris. Ma per Trump gli avversari politici si combattono con tutti mezzi, anche inviando milizie poliziesche. Quando un uomo armato ha ucciso una deputata democratica dello stato del Minnesota e suo marito l'anno scorso, non ha chiamato Walz, che ha descritto come “fuori di testa”. Walz, da parte sua, ha criticato gli agenti dell’immigrazione l’anno scorso definendoli “la Gestapo moderna di Donald Trump”.
L'ondata di rabbia dei democratici che governano il Minnesota è destinata a crescere ulteriormente. Una miccia anche fuori da questo Stato: il deputato democratico dell'Illinois Robin Kelly ha annunciato l'intenzione di mettere sotto accusa il Segretario per la Sicurezza Interna Kristi Noem in seguito alla sparatoria. Non è certo il punto di svolta degli oppositori della politica brutale e dell’abuso di potere di Trump, ma possiamo forse considerarlo un inizio. Migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Chicago, New York, Detroit, San Francisco e in altre città del Paese. Non è la svolta, non è la caduta del regime Maga. Ma è una crepa. L’America che protesta in nome della democrazia, quella vera, esiste ancora. Ma deve fare in fretta. Perché dall’altra parte non aspettano più. Sparano.