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mercoledì 12 giugno 2024
 
la testimonianza
 

Di fronte all'orrore di quel 7 ottobre

16/11/2023  Tra i giornalisti chiamati dall’ambasciatore d’Israele Alon Bar ad assistere a una proiezione sulle crudeltà di Hamas che, in quel 7 ottobre, hanno mietuto 1300 vittime tra civili e militari, oltre ai feriti e ai 240 rapiti. Un cortometraggio di 43 minuti per capire tutta l'efferatezza di Hamas perpetrata quel giorno. Un documento che fa riflettere sull'insensatezza e la violenza cieca della guerra

L'ambasciatore israeliano in Italia Alon Bar.
L'ambasciatore israeliano in Italia Alon Bar.

Non si possono descrivere a parole l’orrore, l’efferatezza, la dignità e la vita delle persone calpestate, il cinismo violento che non risparmia neppure i bambini, o i cani “di famiglia”, senza l’ombra di un rimorso, di un barlume qualunque d’umanità. E il silenzio, attonito, è la reazione di tutti i colleghi, fra i quali chi scrive, chiamati dall’Ambasciatore d’Israele Alon Bar nella sua sede per assistere a una proiezione sulle crudeltà di Hamas che, in quello scorso 7 ottobre, hanno mietuto 1300 vittime tra civili e militari, oltre ai feriti e ai 240 rapiti. Un cortometraggio di 43 minuti, senza alcun sottofondo, se non le voci reali, che tuttavia risuonano surreali, da incubo, tratto dai video delle stesse persone uccise, da quelli postati sui social dai terroristi, esultanti per i loro macabri trionfi, e da alcune intercettazioni dei servizi di sicurezza israeliani. Tra queste la chiamata di un giovane ai genitori, dal cellulare di un uomo che ha appena ucciso, che si vanta col padre di aver ammazzato con le sue mani 10 israeliani. La madre piange, ma viene ripresa: «Tuo figlio è un eroe». Oppure, la comunicazione via radio di un altro terrorista, fiero di aver ucciso dei militari, che viene invitato a portarli nella piazza e a tagliarne la testa per poter giocare a pallone. Gettati i cadaveri in divisa nel punto d’arrivo, in tanti di Hamas ballano con le mani levate. Il grido “Allah akbar”, Allah è grande, accompagna ogni atto di crudeltà come un tormentone, come se un Dio creatore potesse compiacersi di questa distruzione mostruosa. E un altro coro ricorrente è «Siamo in Israele, siamo in Israele». Tutti segnali. accanto alla giovane età dei killer, di un’educazione all’odio così radicata da renderli in qualche modo inconsapevoli della loro stessa barbarie.

Toglie il respiro, poi vedere la carrellata di piccoli corpi martoriati, bruciati dagli ordigni esplosivi o bucati dai mitra, bambini dalla vita spezzata, il cui è volto è stato coperto dai pixel anche per non arrecare nuovo dolore ai loro congiunti superstiti. Si vedono corpi sull’asfalto, tirati via brutalmente dalle macchine, villette nei kibutz coi corridoi interamente coperti dal sangue, gente uccisa nelle sue attività quotidiane, mentre rassettava la cucina, oppure disegnava coi figli. C’è un padre che cerca disperatamente rifugio nella rimessa in giardino coi due figli, ma viene freddato davanti ai loro occhi e i bimbi urlano riportati in casa, mentre l’uomo di Hamas cerca in frigo qualcosa di fresco da bere.

L’orrore e la morte hanno bussato nella vita di queste persone all’improvviso senza un vero perché, cristallizzandone per sempre i gesti, come in un’eruzione vulcanica del male. I cadaveri vengono percossi, presi a calci, mutilati…Senza contare le immagini del Reim Music Festival, il rave su cui si sono accaniti gli uomini di Hamas, degne di un film del terrore.

Ciascuno dei giornalisti presenti (c’era anche Bruno Vespa) prima di assistere alla proiezione, ha dovuto consegnare il telefono e ogni altro strumento di registrazione. All’ingresso è stata chiesto di firmare un patto di riservatezza: «Potrete scrivere le vostre impressioni, ma non una descrizione troppo dettagliata. Questo è chiesto soprattutto per la necessità di preservare la privacy e la dignità delle vittime e delle loro famiglie».

Al termine l’ambasciatore spiega che l’intento di questa iniziativa «non è in alcun modo giustificare una vendetta o una ritorsione, ma semplicemente far conoscere la verità e far comprendere che dopo il 7 ottobre non si può tornare indietro, Hamas va debellato altrimenti orrori così si ripeteranno». Ovvio chiedergli conto delle tante vittime cadute a Gaza, anche lì tanti bambini, anziani e soggetti fragili tra i palestinesi in seguito all’azione militare israeliana. Bar non ha dubbi: «Hamas vuole colpire i civili, noi al contrario vogliamo evitarlo, sono loro che si fanno scudo con gli ospedali, le scuole, usano bambini e fragili con cinismo. Ha ragione il presidente Mattarella a dire che non c’è differenza tra le vite umane a qualunque popolo appartengano, ma sono anche importanti le intenzioni e la nostra non è mai stata quella di colpire gli innocenti». Bar chiarisce inoltre che non pensa affatto che gli ostaggi verranno restituiti, per questo crede poco in una trattativa che abbia questo scopo. Pensa Israele, se le armi dovessero tacere, a un controllo militare dell’area senza limiti? Risponde l’ambasciatore: «No, al contrario, per anni abbiamo cercato una convivenza pacifica, non vogliamo una militarizzazione senza fine e, una volta sconfitto il terrorismo, noi pensiamo che tutta la comunità internazionale, con il concorso d’Israele, debba operare perché la striscia di Gaza diventi una terra di prosperità e pace, allora quale sarà il suo destino amministrativo verrà deciso liberamente dal popolo».

Scettico sui risultati del recente incontro a Doha tra i rappresentanti della Cia, il capo politico di Hamas e il Quatar, a suo avviso «troppo vicino» alla falange armata che ha colpito il suo Paese, ammette di temere che la Russia possa agire per estendere il conflitto, cominciando dalla Siria. Il suo addetto militare, inoltre, segnala la difficoltà dell’esercito israeliano, di una guerra in cui si staglia il fattore nuovo dei tunnel dai quali Hamas architetta i suoi attacchi, avanzando di nascosto. E in più, aggiunge, i servizi di sicurezza israeliani, sanno che si sta pensando a rapire persone con un ruolo chiave nell’esercito.

La guerra d’Israele deve andare avanti è il messaggio di fondo, ma resta il fatto che rischia di aggiungere odio all’odio, male al male, perché, davvero, come ribadisce papa Francesco, «la guerra è sempre una sconfitta per tutti».

 

 
 
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