Il bilancio militare dell'Italia supera i 33,9 miliardi di euro nel 2026, con un'accelerazione degli investimenti in armamenti che tocca quota 13,1 miliardi. Ma la trasparenza arretra, mentre i costi dei programmi lievitano e il controllo parlamentare si indebolisce.
Secondo l'Annuario MilEx 2026 – il rapporto annuale dell'Osservatorio sulle spese militari italiane – il nostro Paese sta vivendo una fase di riarmo senza precedenti nella storia repubblicana. La spesa militare diretta stimata per il 2026 raggiunge i 33,9 miliardi di euro, segnando un incremento del 2,8% rispetto al 2025 e di oltre il 45% rispetto a un decennio fa.
Il dato più rilevante, sottolinea Francesco Vignarca, cofondatore dell’Osservatorio, riguarda l'acquisto di nuovi sistemi d'arma: per la prima volta i fondi destinati al procurement, cioè al processo strategico attraverso il quale un'azienda o un ente pubblico acquista i beni e i servizi necessari per la propria attività, superano i 13 miliardi in un singolo anno (13.167 milioni), con una crescita di circa il 60% rispetto al 2022. La componente investimento rappresenta ormai stabilmente oltre il 38% della spesa militare complessiva, collocando l'Italia ai vertici della Nato per quota di bilancio destinata alle acquisizioni.

Un elemento di opacità strutturale è rappresentato dal fatto che oltre 3 miliardi di questi fondi transitano sul bilancio del MIMIT (Ministero del Made in Italy, ex Ministero dello Sviluppo Economico) e non su quello della Difesa. Chi guarda solo il bilancio del Ministero della Difesa sottostima quindi sistematicamente di circa un quarto lo sforzo nazionale di riarmo.
 

In poco più di tre anni di XIX Legislatura, il Parlamento ha autorizzato 78 programmi di riarmo con stanziamenti pluriennali per 36,4 miliardi di euro. Tra i programmi più significativi ci sono 272 nuovi carri armati Panther per 8,2 miliardi, 66 obici RCH-155 per 2,3 miliardi, 21 batterie HIMARS per 1,8 miliardi, Fregate FREMM EVO e nuovi sottomarini U-212NFS, GCAP-Tempest, il caccia di sesta generazione i cui costi sono più che quadruplicati: da 2 a 18,6 miliardi per la sola fase progettuale

I programmi di acquisto, sottolinea Vignarca, vengono approvati con una logica incrementale delle tranche: non viene mai fatta una richiesta complessiva che possa essere controllata nella sua interezza. Si finanzia la prima tranche, poi quando arriva la seconda si gioca sul fatto che «ormai si è iniziato e non si può più tornare indietro». Questo meccanismo – come nel caso degli F-35, passati da 131 a 90 e ora a 115 velivoli con un impegno di acquisizione che supera ampiamente i 20 miliardi – fa perdere al decisore politico il quadro completo, mentre il costo complessivo del sistema d'arma si trascina per decenni.

Un altro fenomeno preoccupante è che si stanzia più di quanto si riesca a spendere: nel 2025 il settore investimento ha registrato un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi, mentre il debito commerciale della Difesa è quadruplicato, passando da 97 a 361 milioni. «La corsa agli armamenti procede più in fretta della capacità del sistema di assorbirla», ha commentato Vignarca.
Uno degli elementi più preoccupanti emersi dall'analisi riguarda la distanza tra le previsioni approvate dal Parlamento e la spesa effettiva. Gli stanziamenti definitivi superano sistematicamente le previsioni con una forbice di aumento tra il 9 e il 16%. In pratica, ciò che i parlamentari vanno ad approvare tra ottobre e dicembre è sempre una sottostima di quello che poi effettivamente viene speso dalla Difesa, con uno scarto annuale tra i 2,7 e i 4,2 miliardi in più ogni anno. «Vuol dire che le decisioni del Parlamento sovrano si prendono su numeri che non sono realistici», ha sottolineato Vignarca.
In sostanza viviamo in un Paese «dove l'agenda del legislatore non è dettata dal Parlamento, ma viene dettata dal complesso industriale-militare».

Dall'analisi dei 78 programmi approvati nella XIX Legislatura emerge che circa il 40-45% delle decisioni è stato indirizzato all'acquisto di sistemi d'arma da aziende non italiane. In particolare, le aziende tedesche rappresentano il 28% degli ordini totali, mentre quelle statunitensi l'11%. In precedenza, quando si spendeva meno, si comprava più in Italia; ora che si spende di più, si acquista anche più all'estero.
Proprio nel momento di massima espansione dei volumi, inoltre la trasparenza arretra: il DPP 2025 ha eliminato i costi complessivi dei programmi e le missioni vengono aggregate per aree geografiche. La serie storica ricostruita da MilEx rischia di essere l'ultima compilabile su fonti esclusivamente ufficiali.
Un aspetto spesso trascurato nel dibattito sul riarmo riguarda le condizioni del personale militare. Condizioni che hanno portato in piazza, per la prima volta il 18 luglio, le rappresentanze dei militari che lamentano le condizioni di vita lavorativa. «Un militare che abita fuori casa», è stato ricordato, «percepisce un'indennità di 516 euro, il vecchio milione di lire, che non è stata mai aggiornata».

Infine l'Osservatorio formula una serie di proposte per rafforzare il controllo democratico: Innanzitutto la tempestività e completezza del DPP: termini perentori di trasmissione e definizione per legge dei contenuti informativi minimi. Poi il superamento della frammentazione contabile: un allegato obbligatorio alla Legge di Bilancio che consolidi tutte le voci di spesa militare. E ancora il parere parlamentare realmente vincolante sugli acquisti d'arma, con istruttoria tecnica indipendente e un'autorità indipendente di controllo del procurement sul modello del GAO statunitense. Una disciplina sulle cosiddette «porte girevoli» tra persone che hanno avuto compiti istituzionali e responsabilità nell’industria militare e una legge sul lobbying con registro obbligatorio.