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sabato 03 dicembre 2022
 
Legge di bilancio e politiche per la famiglia
 

Continuità negli interventi e aggiustamento dell'assegno unico, due segnali positivi

22/11/2022  Assegno universale, assunzioni al femminile, opzione donna per andare in pensione. Due buoni provvedimenti, pur all’interno di una manovra stretta tra molti vincoli interni ed esterni. La riflessione di Francesco Belletti

La proposta di Legge di Bilancio appena approvata in Consiglio dei Ministri si fa ovviamente carico delle priorità e delle urgenze dell’intero sistema Paese, e ricercare lo spazio esplicito dedicato in essa alla famiglia deve ovviamente fare i conti con alcuni limiti strutturali, sui quali il Governo aveva scarsa possibilità di manovra (e quindi limitata responsabilità,  di fatto).

 

Due soprattutto meritano attenzione: prima di tutto, lo scarso tempo per la preparazione, inevitabile visti i tempi tecnici dalle elezioni politiche, tenutesi per la prima volta in autunno, scadenza molto ravvicinata rispetto ai tempi vincolanti delle leggi di bilancio, che devono essere approvate necessariamente entro il 31 dicembre, per non entrare in “esercizio provvisorio”. In secondo luogo la congiuntura economica, riassumibile nell’emergenza-energetica “caro bollette”, che ha costretto a concentrare su questi interventi la maggior parte delle risorse (anche in debito). Peraltro, anche queste misure (così come gli interventi sulle politiche del lavoro o sullo stesso reddito di cittadinanza, così controverso) sono in qualche modo interventi per e sulle famiglie, che certamente oggi hanno come priorità “arrivare a fine mese”.

 

In ogni caso, oltre a questi sostegni “generalisti” (ad esempio la cancellazione dell’IVA sui prodotti per l’igiene femminile), si ritrova anche qualche intervento più mirato per la famiglia, che conviene qui ricordare e brevemente commentare.

 

IN PRIMO LUOGO si interviene con un intervento di rinforzo dell’assegno unico, introducendo un incremento del 50% dell’assegno, per tutti nel primo anno di vita del figlio, per i primi tre anni per le famiglie numerose. Insieme all’abbassamento dell’IVA al 5% per i prodotti dell’infanzia e ad un mese in più di congedo per le madri all’80% (anziché al 30’%), l’intervento dovrebbe impegnare 1,5 miliardi di Euro. È positiva prima di tutto la continuità con cui questo Governo rafforza un intervento strutturale, pur se introdotto dal Governo  precedente. Si interrompe così quella “discontinuità partitica” per cui ogni cambio di Governo implicava la cancellazione di quanto fatto dal Governo precedente: una “tela di Penelope” che è esattamente l’opposto di quello che serve alle famiglie, cioè misure di lungo periodo, stabili nel tempo, di cui ci si può fidare. Bene anche che si sia aumentato l’impegno di spesa per l’assegno unico, altro elemento che era emerso come punto critico già nei pochi mesi di implementazione finora attuati. Per troppe famiglie l’assegno unico aveva cambiato poco o niente, e proprio molte famiglie numerose si erano ritrovare a ricevere “meno di prima”, con l’assegno unico.

 

IN SECONDO LUOGO meritano attenzione altri due interventi: in ambito di politiche del lavoro, la possibile decontribuzione fino a 6.000 Euro per l’assunzione a tempo indeterminato di donne e di giovani sotto i 35 anni (insieme ad altre categorie). Certamente sono due condizioni familiari oggi penalizzate, e sostenerle è quindi una misura anche di politica familiare. Analoga riflessione, rispetto agli interventi sulle pensioni, per aver riconosciuto anche l’aver avuto figli tra i requisiti per poter accedere ad “Opzione donna”. Infatti la maternità spesso ha generato – e purtroppo tuttora genera - penalizzazioni su reddito e continuità lavorativa e previdenziale per troppe lavoratrici madri, e riconoscerlo è prima di tutto una questione di equità, più che un scelta “politica” di sostegno alla maternità – scelta che sarebbe peraltro virtuosa e sempre più urgente, in tempi di inverno demografico e crisi della natalità.

 

Andrebbe comunque sempre ricordato – IN TERZO LUOGO – che fare manovre in deficit, aumentando quindi il debito pubblico (come in ampia parte è per questa Legge di Bilancio), significa in ultima analisi rimandare il pagamento di quanto spendiamo per i bisogni di oggi alle nuove generazioni, aumentando quello zainetto pieno di sassi che già oggi i nostri figli hanno sulle spalle. Oggi il debito pubblico italiano si situa attorno al 150% del PIL annuale; quale famiglia o impresa potrebbe sopravvivere, con un indebitamento pari a una volta e mezzo il proprio reddito annuale? Questo allarme non è solo una richiesta di tecnocrati senza cuore: è piuttosto la necessità di pensare al benessere delle future generazioni. È chiaro che alcuni momenti storici possono esigere la scelta di una spesa pubblica in debito (come per la pandemia, o per la crisi energetica che stiamo in effetti attraversando). Tuttavia una classe politica responsabile (non solo il presente Governo, quindi – ma chi governa prima di tutti) deve saper pensare il futuro, e gestire con equilibrio il difficile confronto tra bisogni dell’oggi e impatto sul domani, non limitandosi a scaricare sul futuro eventuali sacrifici.

In breve: dal punto di vista delle politiche familiari qualche segnale positivo c’è, pur all’interno di una manovra stretta tra molti vincoli interni ed esterni: ma realisticamente si tratta solo di un inizio, e solo il tempo potrà confermare se la famiglia ha davvero conquistato il posto che merita nell’Agenda del paese e del Governo.

 

* direttore Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia)

 
 
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