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Credere

Chi è Gualtiero Bassetti, il cardinale che fu angelo del fango

24/05/2017  Nel 1966, novello prete, salvò vite umane durante l’alluvione di Firenze. Credere l'ha incontrato nel marzo 2016, da arcivescovo di Perugia, quando Francesco gli ha chiesto i commenti per la Via crucis al Colosseo. Un ritratto del nuovo Presidente della Cei

Un'immagine del Lungarno durante l'alluvione di Firenze nel 1966 (foto Ansa)
Un'immagine del Lungarno durante l'alluvione di Firenze nel 1966 (foto Ansa)

Dopo oltre una settimana di pioggia, all’alba di quel 4 novembre 1966, gli abitanti di Firenze scoprirono che la loro città non era più la stessa. L’Arno se l’era mangiata. Di quei giorni tragici resta una foto con un giovane sacerdote, don Gualtiero, in piedi in una chiesa distrutta, che osserva i danni. È una testimonianza storica. Perché quel prete e i ragazzi della parrocchia, scrive ora il comune di Firenze, «hanno agito da veri eroi». Rischiando la vita riuscirono a evitare che 70 fusti di carburo esplodessero come bombe nel quartiere di San Salvi. Quel giovane parroco, che di cognome fa Bassetti, è diventato il cardinale di Perugia.

Gualtiero Bassetti durante l'alluvione di Firenze

Partiamo dai fatti di 50 anni fa. È vero che la proposero per una medaglia al valor civile?

«No, dissero solo: “Meriteresti una medaglia”, però devo dire che dopo l’alluvione erano tanti quelli che la meritavano. E ripensandoci mi si accappona la pelle».

Perché?

«Sono cose che si fanno nell’incoscienza della giovinezza».

Cosa ricorda?

«Avevo 24 anni, ero con 5 o 6 ragazzi, e sentimmo l’odore forte del gas acetilene che si produce quando l’acqua incontra il carburo. Abbiamo immaginato che ci fossero dei fusti che ne erano pieni e capimmo che potevano esplodere. Decidemmo di toglierli. Così, con una mazza di ferro aprimmo la serranda di un magazzino (e ripensandoci bastava una scintilla per saltare in aria), li prendemmo facendo una catena tra di noi e io che ero l’ultimo li gettavo nella corrente, in una discesa, contro un muro che stava a 100 metri e a contatto col quale esplodevano facendo una fiammata alta 70 metri. Una cosa apocalittica. Ma ricordo anche altro».

Ce lo racconta?

«Mentre l’acqua saliva, uno dei miei ragazzi indicò un appartamento che si trovava al piano terra e disse: “Lì c’è nonna Rosa”, e noi subito corremmo. Trovammo una vecchietta seduta su un tavolo che diceva il rosario. “Nonna Rosa, bisogna andar via!”, e lei: “Lasciatemi qui”. “Guardi che l’acqua cresce!”. “Fatemi morire, son vecchia”. Allora abbiamo fatto il “seggiolino del Papa”».

Cos’è?

Il cardinale sorride. Poi stende le braccia e copre con la mano sinistra il pugno destro. «Eravamo forti, sa? Così riuscimmo a prenderla, ma lei si divincolava e non voleva lasciare la casa. Uno dei ragazzi disse: “Nonna Rosa, non mi fate arrabbiare perché vi do un cazzotto in testa”, e a quel punto lei accettò. Ricordo che rispose teneramente: “No, non ti arrabbiare”, e come Dio ha voluto salvammo anche questa vecchietta. Certo, ripensandoci mi vien paura a ritroso, non tanto per la mia vita, ma avevo dei ragazzi con me, minorenni. Quando sei preso dall’istinto di salvare qualcuno, di fare un’opera buona, non pensi al pericolo».

Ma di quel giovane don Gualtiero, è un po’ orgoglioso?

«Vorrei essere come ero allora».

Perché?

«Con più coraggio, con più forza, più iniziativa. Ma la vita è così, magari si diventa un po’ più saggi. Forse mi manca quella sana fantasia giovanile che spinge a prendere iniziative, a volte un po’ azzardate. Ma si tratta di far sì che la prudenza diventi una forma di energia e di incoraggiare nei giovani lo sprigionarsi delle migliori capacità di bene».

Ha poi rivisto quei giovani che erano con lei?

«Sì due anni fa, ci siamo ritrovati a cena. Io 72 anni, loro 65, 66. Mi pareva ancora di essere il curato con i miei ragazzi. Magari qualcuno pareva più vecchio di me, ma erano i miei ragazzi. Quella parrocchia fu il mio primo amore, quando me la tolsero per mandarmi a fare un servizio al seminario, mi sentii morire».

La vocazione, la pregheira e la responsabilità da vescovo

  

Perché è diventato sacerdote?

«È un’idea che ho avuto fin da bambino. I miei non erano molto convinti e anche io sono partito per il seminario di Firenze senza aver chiara ancora la meta. La vocazione si è affinata nel tempo, nella preghiera e nello studio. Allora ho capito che senso dare alla mia vita. Osservare i miei parroci nelle povere contrade dell’Appennino tosco-emiliano mi aveva sempre dato un grande esempio di fede e di abnegazione. Stavano tutti i giorni tra la gente, disponibili ad ascoltare e aiutare chiunque. Erano tempi duri: il dopoguerra, la grande povertà generale. Il benessere, che noi diamo per scontato, è arrivato molto tempo dopo; e questo mi consente di riflettere sulle cosiddette “nuove povertà”, morali e materiali, e su quanto l’epoca attuale confermi la mia vocazione e il desiderio di essere di aiuto come quei poveri parroci di allora».

La sua famiglia com’era?

«Semplice. Papà Arrigo era bracciante, mamma Flora accudiva me e gli altri due figli, Licia e Raffaele. Ho lasciato la mia casa all’età di 14 anni e non vi ho fatto più ritorno, se non per brevi periodi di vacanza».

Quali preoccupazioni ha un vescovo?

«Tante. Spesso più di quelle che la gente possa pensare. Perché a un vescovo arrivano tante questioni, molte delle quali private, che egli deve saper affrontare e possibilmente risolvere. La più grande è quella di saper guidare bene le persone che gli sono affidate. Una comunità diocesana è complessa, fatta di molte componenti, anche amministrative; la pastorale è senz’altro la più importante, quella che dà senso e identità alla missione di un vescovo. Per questa, ma anche per tutto il resto, ci vuole tanta pazienza e un po’ di coraggio».

Nei momenti difficili ha una preghiera alla quale si aggrappa?

«Momenti di scoraggiamento non mancano per nessuno. La mia preghiera, oltre al breviario, è il rosario, ma ultimamente anche una a santa Teresa di Lisieux che mi è stata donata da papa Francesco».
Che ora le ha chiesto di scrivere le meditazioni per la Via crucis. Quale messaggio vuole comunicare?
«Ho cercato di offrire degli spunti per far comprendere quanto ogni sofferenza umana si rispecchi nella sofferenza di Gesù. Nella Via crucis del Signore ci sono e ci siamo tutti: i poveri di oggi, gli sfruttati, gli esiliati, i bambini e gli innocenti che scappano dalla guerra, le famiglie che soffrono per le divisioni e le difficoltà economiche. Gesù, nel suo estremo atto di amore per l’uomo, ha raccolto su di sé il dolore dell’intera umanità, nessuno escluso. Per trovare un senso alla sofferenza, ognuno di noi deve guardare a quella croce: solo dinanzi ad essa il dolore umano trova senso. La via della croce è anche il percorso del suo superamento, la via della risurrezione e della vita. Ma non possiamo soltanto dirlo a parole: dobbiamo con i fatti continuare a incarnare la parola del Signore e accompagnarci gli uni gli altri lungo un percorso che ci accomuna tutti».

La biografia in breve

Gualtiero Bassetti è stato inaspettatamente nominato cardinale da papa Francesco nel 2014. Come fece in seguito nel 2015 con gli arcivescovi di Ancona Edoardo Menichelli e di Agrigento Francesco Montenegro, il Papa argentino ha elevato alla porpora dei prelati “con l’odore delle pecore” e non in base alla tradizionale importanza delle loro diocesi. Bassetti nel 2013 ha iniziato la visita pastorale incontrando per prime le realtà del lavoro, degli immigrati, della sanità, dell’università. Più volte si è speso per difendere l’occupazione nelle crisi di importanti aziende nel territorio della sua diocesi. Nel 2016 il Papa lo ha scelto per scrivere i commenti alla Via crucis del Venerdì santo al Colosseo. Il 25 maggio 2017 è stato nominato Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

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