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domenica 27 novembre 2022
 
Conferenza stampa
 

Il Papa ai giornalisti: non è immorale dare armi all'Ucraina

15/09/2022  Papa Francesco torna dal Kazakhstan e, rispondendo a una domanda dei giornalisti spiega che è un diritto difendersi. Poi parla del diaogo necessario anche con la Russia, della libertà religiosa in Cina, della politica italiana («si mantenga ad alto, non a basso livello»), dei prossimi viaggi

Dal nostro inviato

«Difendere il proprio Paese è un dovere, se non lo si fa non lo si ama». Papa Francesco risponde sulla legittima difesa e sulle armi in Ucraina, pur tenendo aperta la porta verso la Russia. «Si dialoga con tutti anche quando è difficile, quando c’è puzza», dice facendo il gesto di turarsi il naso.  Sul volo di ritorno dal Kazakhstan parla della libertà religiosa in Cina, del prossimo viaggio in Bahrein, dell’eutanasia e del Nicaragua. E sull’Italia chiamata al voto dice…. Le risposte integrali alle domande dei giornalisti al seguito

«Grazie per vostra compagnia e lavoro. Due giorni intensi grazie tante e anche vorrei salutare Stefania Falasca che oggi è il suo compleanno, quanti sono, 37? Non sapevo se 36 o 37. Poi dobbiamo fare spegnere candeline, fare arrivare la torta!»

Zanat Ahmetova, TV AGENCY KHABAR

Buon giorno, grazie per avere visitato il nostro Paese. Qual è il risultato della sua visita, cosa le ha ispirato?

«Non conoscevo nulla di questo Paese dell’Asia centrale, tranne la musica di Borodin. Il Kazakistan è stata una sorpresa, non me l’aspettavo così ed è stato una sorpresa trovare rappresentanti di queste nazioni. Sapevo che si è era sviluppato bene, con intelligenza, ma trovare dopo trent’anni anni dall’indipendenza uno sviluppo come questo in un Paese così grande non me lo aspettavo. Molto disciplinato, con un’architettura della città ben bilanciata, una città moderna. Questo mi ha colpito: la voglia di andare avanti non solo nell’industria e nello sviluppo economico ma anche nello sviluppo culturale. Poi il Congresso, una cosa molto importante, è già alla settima edizione. Vuol dire che è un Paese lungimirante e che fa dialogare quelli che di solito sono scartati perché in una concezione progressista del mondo, la prima cosa che si scarta sono i valori religiosi. Invece un paese che si affaccia al mondo con una proposta del genere è meraviglioso. Lei ne può essere orgogliosa».

Rudiga Kronthaler, ARD

Grazie per suo messaggio di pace. Il mio popolo, io sono tedesco, si capisce dall’accento, il  mio popolo è responsabile di milioni di morti 80 anni fa. Vorrei fare una domanda sulla pace. Noi a scuola impariamo a non usare mai le armi, mai la violenza, unica eccezione è l’autodifesa. Per lei in questo momento, bisogna dare le armi all’Ucraina?

«Questa è una decisone politica, che può essere morale, moralmente accettata se si fa con le condizioni di moralità. Sono tante poi ne possiamo parlare. Ma può essere immorale se si fa con l’intenzione di procurare più guerra, o di vendere le armi, o di scartare le armi che a me non servono più. La motivazione è quella che in gran parte qualifica la moralità di questo atto. Difendersi è non solo lecito, è un’espressione di amore alla patria, è atto di amore per la patria. Chi non difende qualcosa non ama. Chi difende ama. Bisogna avere un’altra cosa che io ho detto nei miei discorsi, che si dovrebbe riflettere di più sul concetto di guerra giusta. Tutti parlano di pace oggi. Da 70 anni le Nazioni Unite parlano di pace, fanno tanti sforzi di pace. In questo momento tante guerre sono in corsa, quelle che lei ha menzionato, l’ Ucraina, la Russia sono in guerra, anche Azerbaijan e Armenia sono in guerra, adesso si è fermata un po’…perché la Russia si è fatta avanti come garante, fa la pace qui e la guerra lì… poi c’è la Siria, 10 anni di guerra, cosa succede lì che non si ferma, quali interessi muovono queste cose, poi c’è il corno d’Africa, poi Mozambico, poi l’Eritrea, l’ Etiopia, poi Myanmar con questo popolo sofferente, che io amo tanto che il popolo Rohinja, che  gira come uno zingaro, stiamo in guerra mondiale. Io ho un ricordo personale di quando ero bambino, avevo 9 anni. E ricordo che si sentì suonare l’allarme di un giornale, il più grande di Buenos Aires, e quel tempo per festeggiare o per una brutta notizia suonava quello e si sentiva in tutta città. Ho chiesto mamma cosa succede? Eravamo in guerra, anno 45. Una vicina viene a casa a dirci che era suonato l’allarme, e piangeva: E’ finita la guerra. Io oggi vedo mamma e la vicina piangere di gioia per la fine della guerra. In un paese sud americano che era lontano, queste donne sapevano che la pace era più grande di tutte le guerre. E piangevano di gioia che era stata fatta la pace. Io mi domando se oggi siamo col cuore educato per piangere di gioia quando vediamo la pace. Tutto è cambiato. Se non fai guerra non sei utile. Poi la fabbrica delle armi, questo è un negoziato (affare) assassino, qualcuno mi diceva che capisce di statistiche che se si smettesse per un anno di fare armi si risolverebbe  tutta la fame nel mondo, non so se sia vero o no. Ma niente fame, educazione…non si può perché si devono fare le armi. A Genova ¾ anni fa è venuta una nave carica di armi, che doveva passare le armi a una nave più grande che andava in Africa, Asisa, vicina al Sud Sudan. Gli operai del porto non hanno voluto farlo. Gli è costato. Ma oggi hanno detto: no! Io non collaboro. È un aneddoto che fa sentire che c’è una coscienza di pace. Lei ha parlato della sua patria. Una delle cose che ho imparato da voi è la capacità di pentirsi e chiedere perdono per gli errori di guerra, ma anche non solo chiedere perdono ma pagare gli errori di guerra, questo dice bene di voi, esempio che si dovrebbe imitare. La guerra in sé stessa è un errore. E noi in questo momento stiamo respirando questa aria. Se non c’è errore sembra che non ci sia vita. Un po’ disordinato (la mia risposta) ma è quel che vorrei dire… ma il diritto alla difesa sì, ma usato quando è necessario».

Sylwia Wysocka, PAP

Santo Padre lei ha detto “non possiamo mai giustificare la violenza”, tutto quello che sta succedendo in Ucraina è pura violenza, morte e distruzione, anche in Russia, ma in Polonia abbiamo la guerra vicina alle nostre porte, 2 milioni di profughi. Vorrei chiedere secondo lei c’è la linea rossa, oltre la quale non si potrà dire siamo aperti al dialogo con Mosca, perché tanti hanno delle difficoltà a capire questa disponibilità con Mosca?

«Credo che è sempre più difficile capire il dialogo con gli Stati che hanno incominciato la guerra. E sembra che il primo passo sia stato, lì, da quella parte. È difficile, ma non dobbiamo scartarlo, dare l’opportunità di dialogo a tutti, a tutti. Perché sempre c’è la possibilità che nel dialogo si possano cambiare le cose, anche offrire un altro punto di vista, un altro punto di considerazione, ma io non escludo il dialogo con qualsiasi potenze che sia in guerra e che sia l’aggressore, a volte il dialogo si deva fare così (facendo il gesto di turarsi il naso n.d.r.).  Ma si deve fare. Puzza ma si deve fare, sempre un passo avanti e mano tesa, sempre. Perché al contrario chiudiamo l’unica porta ragionevole per la pace. A volte non accettano il dialogo. Peccato! Ma il dialogo va fatto sempre, almeno offerto, e questo fa bene a chi lo offre; fa respirare».

Loup Besmond de Senneville, La Croix

Grazie per questi giorni in Asia centrale, Si è parlato molto di valori ed etica, nel congresso, della perdita dell’occidente, del suo degrado morale… Cosa ne pensa? L’occidente è minacciato nella sua perdita dei valori? Penso al dibattito sull’eutanasia, il fine vita in Italia, Francia e Belgio

«È vero che l’Occidente, in genere, non è in questo momento al livello più alto di esemplarità. Non è un bambino di prima comunione, no davvero. L’Occidente ha preso strade sbagliate, pensiamo per esempio l’ingiustizia sociale che è tra noi, ci sono dei Paesi che sono sviluppati un po’ sulla giustizia sociale, ma io penso al mio continente, l’America Latina che è Occidente. Pensiamo anche al Mediterraneo, che è Occidente: oggi è il cimitero più grande, non dell’Europa, ma dell’umanità. Cosa ha perso l’Occidente per dimenticarsi di accogliere, quando invece ha bisogno di gente. Quando si pensa all’inverno demografico che noi abbiamo: c’è bisogno di gente: sia in Spagna - in Spagna soprattutto - anche in Italia ci sono paesi vuoti, soltanto venti vecchiette lì, e poi niente. Ma perché non fare una politica dell’Occidente dove gli immigrati siano inseriti con il principio che il migrante va accolto, accompagnato, promosso e integrato? Questo è molto importante, integrare, ma invece “no” si lasciano vuote le cose. È una mancanza nel capire i valori, quando l’Occidente ha vissuto questa esperienza, siamo Paesi che hanno migrato. Nel mio Paese - che credo siano 49 milioni in questo momento - abbiamo soltanto una percentuale di meno di un milione di aborigeni, e tutti gli altri sono di radice migrante. Tutti: spagnoli, italiani, tedeschi, slavi polacchi, dell’Asia Minore, libanesi, tutti… Si è mescolato il sangue lì e questa esperienza ci ha aiutato tanto. Poi per motivi politici la cosa non sta andando bene nei Paesi dell’America Latina, ma la migrazione credo che in questo momento va considerata sul serio perché ti fa alzare un po’ il valore intellettuale e cordiale dell’Occidente. Al contrario con questo inverno demografico, dove andiamo? L’Occidente è in decadenza su questo punto, scade un po’, ha perso… Pensiamo alla parte economica: si fa tanto bene, ma pensiamo allo spirito politico e mistico di Schuman, Adenauer, De Gasperi, quei grandi: dove sono oggi? Ci sono dei grandi, ma non riescono a portare avanti la società. L’Occidente ha bisogno di parlare, di rispettarsi e poi c’è il pericolo dei populismi. Cosa succede in uno stato socio-politico del genere? Nascono i messia: i messia dei populismi. Stiamo vedendo come nascono i populismi, credo che alcune volte ho menzionato quel libro di Ginzberg, Sindrome 1933: dice proprio come nasce un populismo in Germania dopo la caduta del governo Weimar. I populismi nascono così: quando c’è un livello metà senza forza, e uno promette il messia. Credo che non siamo noi occidentali al più alto livello per aiutare gli altri popoli, siamo un po’ in decadenza? Può darsi, sì, ma dobbiamo riprendere i valori, i valori d’Europa, i valori dei padri fondatori che hanno fondato l’Unione Europea, i grandi. Non so, un po’ confuso, ma credo che ho risposto».

L’Eutanasia?  «Uccidere non è umano, punto. Se tu uccidi con motivazioni, sì, alla fine ucciderai di più. Uccidere lasciamolo alle bestie».

 

Iacopo Scaramuzzi, La Repubblica

L’Europa deve imparare dagli altri continenti? L’Italia si avvicina al voto, ci sarà presto un nuovo governo, cosa dirà quando incontrerà il prossimo Presidente del consiglio, o la prossima Presidentessa del consiglio? Quali sono secondo lei le priorità per l’Italia, le sue preoccupazioni, gli errori da evitare?
«Io ho conosciuto due presidenti italiani di altissimo livello, Napolitano e l’attuale, grandi. Poi gli altri politici non li conosco e durante l’ultimo viaggio ho domandato a uno dei miei segretari quanti Governi ha avuto l’Italia in questo secolo, venti, non so spiegarlo. Non condanno né critico, non so spiegarlo semplicemente. Poi se i Governi si cambiano così ci sono tante domande da fare, perché oggi fare il politico è una strada difficile, un grande politico, un politico quello che i gioca per i valori della patria, i grandi valori, non si gioca per la poltrona. I Paesi, tra di loro l’Italia, deve cercare i grandi politici, che abbiano capacità di fare politica, che è un’arte, è un’occasione nobile la politica. Credo che uno dei Papi, non so se Pio XII o Paolo VI diceva che la politica è una delle forme più alte della carità. Dobbiamo aiutare i nostri politici a mantenere il livello dell’alta politica, non la politica di basso livello che non aiuta niente, e anzi tira giù lo Stato, si impoverisce. Oggi la politica in questi paesi d’Europa dovrebbe prendere in mano il problema dell’inverno demografico, il problema dello sviluppo industriale, dello sviluppo naturale, il problema dei migranti. La politica deve mettersi i problemi sul serio per andare avanti. Sto parlando della politica in genere, la politica in genere non capisco, quel dato dei 20 governi in 20 anni è un po’ strano ma… ognuno ha il suo modo di ballare il tango, si può ballare in un modo o in un altro, la politica si balla in uno o nell’altro.

L’Europa deve ricevere esperienze di altri parti, deve essere aperta, ogni continente deve essere aperto alle esperienze degli altri».

 

Elise Ann Harris, Crux

Grazie di stare con noi questa sera. Ieri al Congresso lei ha parlato dell’importanza della libertà religiosa, come sa lo stesso giorno è arrivato in città anche il presidente della Cina dove da tanto tempo ci sono grandi preoccupazioni su questo tema, soprattutto ora con il processo che sta andando avanti contro il cardinale Zen. Lei considera il processo contro di lui una violazione della libertà religiosa?

«Per capire la Cina ci vuole un secolo, e noi non viviamo un secolo. La mentalità cinese è una mentalità ricca e quando si ammala un po’, perde la ricchezza, è capace di fare degli sbagli. Per capire noi abbiamo scelto la via del dialogo, aperti al dialogo. C’è una commissione bilaterale vaticano-cinese che sta andando bene, lentamente, perché il ritmo cinese è lento, loro hanno un’eternità per andare avanti: è un popolo di una pazienza infinita. Dalle esperienze avute prima: pensiamo ai missionari italiani che sono andati lì e che sono stati rispettati come scienziati; pensiamo anche oggi, tanti sacerdoti o gente credente che è stata chiamata dall’università cinese perché questo dà valore alla cultura. Non è facile capire la mentalità cinese, ma va rispettata, io rispetto sempre. E qui in Vaticano c’è una commissione di dialogo che sta andando bene, la presiede il cardinale Parolin e lui in questo momento è l’uomo che più conosce della Cina e il dialogo cinese. È una cosa lenta, ma sempre si fanno passi avanti. Qualificare la Cina come antidemocratica io non me la sento, perché è un Paese così complesso… si è vero che ci sono cose che a noi sembrano non essere democratiche, quello è vero. Il cardinale Zen andrà a giudizio in questi giorni, credo. E lui dice quello che sente, e si vede che ci sono delle limitazioni lì. Più che qualificare, perché è difficile, e io non me la sento di qualificare, sono impressioni, cerco di appoggiare la via del dialogo. Poi nel dialogo si chiariscono tante cose e non solo della Chiesa, anche di altri settori per esempio l’estensione della Cina, i governatori delle province sono tutti diversi, ci sono culture diverse dentro la Cina, è un gigante, capire la Cina è una cosa gigante. Ma non bisogna perdere la pazienza, ci vuole eh, ci vuole tanto, ma dobbiamo andare con il dialogo, io cerco di astenermi di qualificarla… ma andiamo avanti».

Ha visto il presidente cinese Xi Jinping a Nur Sultan?

«Lui aveva la visita di Stato lì, ma io non l’ho visto»

 

Maria Angeles Conde Mir, ROME REPORTS

Nicaragua lei ha parlato il 21 agosto, ma potrebbe aggiungere qualcosa in più per il popolo cattolico del Nicaragua? L’abbiamo vista bene in questo viaggio, potrà riprendere il viaggio interrotto in Africa, ci sono altri viaggi?

«Le notizie sono chiare e tonde c’è dialogo si è parlato con il governo questo non vuol dire che si approvi tutto quello che fa il governo o che si disapprovi tutto, c’è dialogo e quando c’è dialogo vuol dire che c’è bisogno di risolvere problemi. E in questo momento ci sono dei problemi. Almeno io mi aspetto che le suore di madre Teresa tornino, perché queste donne sono brave, rivoluzionarie ma del Vangelo, non fanno la guerra a nessuno, speriamo che tornino. Anzi, tutti abbiamo bisogno di queste donne. Questo gesto che non si capisce speriamo che tornino. Ma continuare con il dialogo, mai mai fermare il dialogo, sono cose che non si capiscono. Mettere in frontiera un nunzio è una cosa grave diplomaticamente e il nunzio è un bravo ragazzo che adesso è stato nominato in un’altra parte. In queste cose è difficile capire. E non è l’unico caso, in America Latina ci sono cose del genere. Per i viaggi è difficoltoso perché il ginocchio non è guarito, ma questo prossimo lo farò (allo studio a novembre in Bahrein, ndr), e ho parlato l’altro giorno con Mons. Welby e abbiamo visto come possibilità febbraio per andare in Sud Sudan, e se vado in Sud Sudan vado in Congo: stiamo tentando perché dobbiamo andare tre insieme (con) il capo della Chiesa di Scozia e mons Welby. Abbiamo parlato via zoom l’altro giorno su queste cose».

 

Alexey Gotovskiy, EWTN

Per i cattolici che vivono in Kazakhstan, contesto a maggioranza musulmana, come si può svolgere l’evangelizzazione in questo contesto, e c’è qualcosa che l’ha ispirata vedendo i cattolici in Kazakhstan?

«Ispirata non so, sono rimasto felice oggi nella cattedrale vedere i cattolici così entusiasti, felici, gioiosi, questa è l’impressione dei cattolici kazaki. Poi la convivenza con i musulmani è una cosa alla quale si sta lavorando abbastanza e siamo avanti, non solo in Kazakhstan, pensiamo al nord Africa, c’è una bella convivenza, in Marocco per esempio, c’è un dialogo abbastanza buono. Mi fermo sull’incontro religioso: qualcuno criticava dicendo “fa crescere il relativismo”: niente relativismo, ognuno ha detto la sua, tutti rispettavano la postura dell’altro, ma se non c’è dialogo c’è o ignoranza o guerra: meglio vivere da fratelli, ed è una cosa comune, siamo umani tutti. Ma vediamo come umani, bene educati, “e tu che pensi?”, “e io che penso?”, mettiamoci d’accordo, conosciamoci. Tante volte queste guerre, tra virgolette, malintese di religione, viene per mancanza di conoscenza, e questo non è relativismo. Io non rinuncio alla mia fede se parlo con la fede di un altro. io (parlo della) mia fede perché la ascolta un altro, io ascolto quella di lui. Mi ha ammirato tanto in un paese così giovane, con tanti problemi, il clima, sia stato capace di fare sette edizioni di un incontro del genere, incontro mondiale, ebrei, cristiani, musulmani, religioni orientali, in un tavolo si vedeva che tutti parlavano e si ascoltavano con rispetto. Questo è una delle cose brave che ha fatto il tuo paese. Un paese così, un po’ all’angolo nel mondo, diciamo, fare una convocazione del genere. Poi la città è di una bellezza architettonica di prima categoria. E anche le preoccupazioni del governo, mi ha colpito tanto, il presidente del Senato, è lui che ha portato avanti questo incontro, ma poi ha trovato il tempo per farmi conoscere un cantante giovane, “lei deve conoscere questo ragazzo”, un uomo aperto alla cultura. Questo non me lo aspettavo, sono felice di conoscerlo».

 

Rudolf Gehrig EWTN

In Germania si registra una grave perdita di credenti, i giovani non sembrano più intenzionati di seguire la messa, lei è preoccupato per questa tendenza e cosa vuole fare?

«In parte è vero in parte è relativo. Parte e parte. È vero che lo spirito di secolarizzazione, relativismo mette in discussione queste cose. Quello che si deve fare è prima di tutto essere coerente con la propria fede. Se tu sei un vescovo o un prete e non sei coerente, i giovani hanno il rifiuto, “ciao”, e quando una Chiesa, qualsiasi sia, pensa più ai soldi, allo sviluppo, ai piani pastorali e non alla pastorale, questo non attira la gente. Quando io scrissi due anni fa quella lettera al popolo tedesco, ci sono stati dei pastori che l’hanno pubblicata ma persona per persona: quando il pastore è vicino alla gente, questo ha detto il popolo deve conoscere quello che pensa il Papa. Credo che i pastori devono andare avanti, e se i pastori hanno perso l’odore delle pecore, e le pecore hanno perso l’odore dei pastori, non si va avanti. Delle volte, sto parlando di tutti, in genere, non della Germania, si pensa come rinnovare, fare più moderna la pastorale: questo va bene, ma sempre che sia nelle mani di un pastore. Se la pastorale è nelle mani degli scientisti di pastorale, di quelli che opinano… Gesù ha fatto la Chiesa con pastori, non con guide politiche. Ha fatto la Chiesa con gente ignorante, i dodici erano uno più ignorante dell’altro, e la Chiesa è andata perché? Per il fiuto del gregge con il pastore e il pastore con il gregge, questo è il rapporto più grande che io vedo dove c’è crisi in un posto, in una provincia, in qualsiasi posto, io mi domando: il pastore è in contatto, vicino al gregge?, questo gregge ha pastori? Il problema sono i pastori, e questo, io mi permetto di suggerirti di leggere il commento di sant’Agostino sui pastori, si legge in un’ora, una delle cose più sagge che sono state scritte per i pastori, e con questo tu puoi qualificare questo pastore, questo e questo… non si tratta di modernizzare, sì, si deve stare al giorno (aggiornati ndr.) con i metodi, ma se manca il cuore del pastore non funziona nessuna pastorale, nessuna.

Io ringrazio tanto voi, per la pazienza, il vostro aiuto, vi auguro buona celebrazione del compleanno di Stefania e buon viaggio»

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Le immagini più belle del secondo giorno del Papa in Kazakhstan
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