di Enrico Galiano

Non è tanto quello che avevano scritto sul sito, o sul Ptof, il famoso Piano triennale dell’offerta formativa. Non è neanche quanto strida alle nostre orecchie quel “figli di”, piazzato lì in bella vista, un termine che sa di antico, di “lei non sa chi sono io!” e di scuole scelte in base a chi sono i genitori degli studenti che le frequentano. Il problema è da tutt’altra parte: è che è proprio la guida alla compilazione del RAV (il Rapporto di AutoValutazione che ogni scuola è tenuta a fare) che impone di descrivere il contesto sociale degli studenti.

Probabilmente la scuola di Roma ha seguito in modo un po’ personale questa guida, ma il fatto è che è il Ministero a richiedere che si parli dell’estrazione sociale dei ragazzi che frequentano una scuola. E poi cosa succede? Che in tutte le scuole d’Italia questa mappatura del contesto deve finire nel sito istituzionale: e lì poi è ovvio che si possa facilmente trasformare, per i genitori che devono scegliere insieme ai figli dove andare, in un discorso tipo “Vediamo di chi sono figli gli studenti, e poi decidiamo se mandarti qui!”. Forse, per il futuro, potrebbe essere una soluzione separare il RAV dal Ptof, far sì che certe informazioni non possano diventare uno strumento per “etichettare” le scuole in base a chi le frequenta, ma non cambierebbe molto, perché si andrebbe ad agire sulla vetrina e non sul negozio. Cambiare la vetrina non serve poi a tanto, se il negozio resta fatiscente.

Detto questo, io credo che dovremmo dare un grande merito a questa scuola di Roma, perché ha messo sotto gli occhi di tutti ciò che, per chi lavora nella scuola, è un’evidenza difficile da confutare: cioè che la scuola italiana sia profondamente classista. I numeri parlano chiaro: i figli dei ricchi vanno nelle scuole frequentate dai figli dei ricchi, i figli dei poveri in quelle frequentate dai figli dei poveri. Parliamo tanto di inclusione, e ce la mettiamo tutta per realizzarla ogni giorno, ma il dato di fatto è che la scuola non riesce a incidere davvero sulla società: non dà a chi ne avrebbe bisogno davvero i mezzi per emanciparsi, per uscire da una situazione di difficoltà.

Davvero è rimasta per molti versi ancora quella di Don Milani, un ospedale che cura i sani e respinge i malati – o, come in questo caso, mette i malati spesso tutti insieme, in condizione quindi di non poter guarire facilmente. Fortunatamente, come ogni insegnante sa, la qualità dell’insegnamento non dipende tanto da chi sta seduto sui banchi, ma da chi c’è in cattedra: e finché ci saranno insegnanti che credono ancora nel loro lavoro sarà sempre possibile rendere la scuola un ospedale che cura i malati, rinforza i sani e soprattutto che fa sentire tutti uguali.