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A scuola di start up
 

La sfida trentina

25/02/2014  Far crescere il territorio attirando cervelli è la missione di Trento Rise, nata dall'unione tra Università e Fondazione Bruno Kessler

Da un lato della strada il dipartimento di Ingegneria e Scienze dell’Informazione. Dall’altro lato, distante pochi passi, l’organismo che si occupa di valorizzare economicamente le menti che l’ateneo forma e di attirare i migliori giovani scienziati che il mondo può offrire.

La filiera dei cervelli a Trento prende plasticamente forma attraverso due edifici simbolo degli sforzi per invertire una tendenza che fa vergognare il nostro Paese: quello che spinge i migliori rappresentanti delle nuove generazioni a fuggire via in cerca di lavori di alta specializzazione. “Non bastano l’agricoltura e il turismo per garantire la ricchezza della nostra terra” si sono detti i vertici della Provincia autonoma una manciata di anni fa. Due le strade percorribili: o cercare di attirare grandi realtà industriali “classiche” oppure cercare di trasformare il Trentino nella Silicon Valley italiana.

Ma per farlo, bisognava trovare uno strumento che si affiancasse alla formazione accademica, facendo da tramite con gli investitori in Information technology e rendesse quindi il territorio appetibile per i giovani talenti. Locali e mondiali. Da quell’intuizione nacque, a fine 2010, Trento Rise, associazione compartecipata dall’Università di Trento e dalla Fondazione Bruno Kessler. In poco tempo, il centro è diventato parte della rete di cinque realtà (Berlino, Parigi, Helsinki, Eindhoven e Stoccolma) impegnate nelle ricerche in Tecnologie dell’Informazione per conto dell’EIT, lo European Institute of Innovation and Technology. Organismo sconosciuto ai non addetti ai lavori, ma cruciale all’interno della Ue per rafforzarne la capacità innovativa.

“Noi – spiega l’ingegner Paolo Traverso, direttore di Trento Rise – vogliamo contribuire, attraverso l’ICT, a trasformare il Trentino in una economia della conoscenza, competitiva e dinamica, puntando sullo sviluppo sostenibile e la qualità della vita”. Di buone intenzioni, si sa, è lastricata la via dell’Inferno. Ma, nel caso trentino, gli auspici si sono trasformati in realtà: “I giovani da tutto il mondo vengono qui perché c’è un humus culturale e organismi adatti a sviluppare le loro idee”.

Il messaggio di Trento Rise è chiaro e diretto: voi presentateci le vostre idee. Noi selezioniamo le più originali e innovative. Vi aiutiamo a svilupparle. E in più vi mettiamo in contatto con potenziali investitori italiani ed esteri. Per raggiungere l’obiettivo, Trento Rise si serve di strumenti come TechPeaks, non il classico incubatore di imprese ma un acceleratore di talenti, che magari hanno grandi idee ma non sanno come realizzarle.

Due i bandi lanciati finora. Entusiastica la partecipazione dei giovani: 619 domande nel 2013 e 650 nella seconda edizione, due terzi delle quali provenienti dall’estero. L’anno scorso, ne sono state selezionate 63. Per quest’anno la scelta è ancora in corso. Ai vincitori vengono affiancati “insegnanti d’impresa” da tutto il mondo che li seguono e li aiutano a sviluppare la propria idea trasformandola in una realtà imprenditoriale.

“Mi ha colpito quanto mi disse uno dei vincitori del bando” rivela Traverso. “Qui non sembra di essere in Italia. Qui respiro la stessa aria della Silicon Valley, di Londra, di Start Up Chile”. Finora da quelle 63 idee sono state realizzate 18 start up, ciascuna delle quali ha ricevuto 25 mila euro per iniziare. Ma per loro l’evento più importante è stato poter partecipare al Demo Day. Una giornata importante, per i TechPeakers. Perché possono incontrare decine di investitori, che potrebbero finanziare il loro progetto.

Per le nuove imprese che ricevono finanziamenti privati, la Provincia autonoma, tramite Trento Rise, è pronto a raddoppiarli (fino a un massimo di 200 mila euro). A una condizione: che l’azienda rimanga nel territorio trentino per almeno tre anni. “Queste sono tutte imprese in alta tecnologia e, come si dice a Berkeley, un posto di lavoro in questo settore induce la nascita di altri cinque posti in settori connessi” osserva Traverso. “Il territorio diventa quindi un ecosistema in cui diminuisce la disoccupazione e si attirano investitori. E se anche un numero limitato di start up trova finanziamenti e rimane in loco, comunque tutte hanno lasciato qui un tesoretto di conoscenza di inestimabile valore”.

Ma perché il miracolo accada serve un forte sostegno da parte delle istituzioni locali, unito a una gestione amministrativa virtuosa. “Tutto questo però non basta” commenta Gianfranco Cerea, docente di Scienza delle Finanze all’università di Trento. “Serve anche la presenza di un forte capitale sociale, frutto di un lento processo di accumulazione culturale che qui è iniziato con 200 anni d’anticipo rispetto al resto del Paese. Qui la scuola dell’obbligo fu introdotta nel 1774 e ha permesso alla popolazione locale di conoscere, capire e interagire a livelli altrove impensabili”.

 
 
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