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mercoledì 27 settembre 2023
 
la tragedia di padova
 

Aiutiamo i ragazzi ad accettare il dolore e l'infelicità

01/12/2022  Sono fragili di fronte ai fallimenti e alle aspettative della vita adulta. C'è chi arriva a creare una "non verità" che prima o poi  si sgretola. E non sono d'aiuto i social quando dietro le immagini  invidiabili si nascondono vite ben differenti. Compito di noi genitori è non chiedere ai ragazzi di mostrarsi sempre felici e insegnare loro ad abitare la sofferenza (A. Pellai)

Un giovane uomo di 26 anni si schianta con l’auto nella notte che precede la sua discussione di laurea. In realtà, quello schianto serve a cancellare una verità che sembra non condivisibile con chi ha già organizzato la festa, comprato le bomboniere con i confetti rossi, prenotato il viaggio regalo con cui celebrare uno dei traguardi più importanti della vita. Riccardo, questo il nome del giovane uomo, non è riuscito a sopravvivere alle sue “non verità”. Non possiamo chiamarle bugie: perché, intorno alle sue non verità Riccardo per molti mesi ha mantenuto un’identità coerente di fronte ad amici e famigliari. Un’identità che la mattina in cui avrebbe dovuto “non laurearsi” si sarebbe sgretolata. Così il vero Riccardo, l’unico che sapeva tutto di sé, ha schiantato contro un albero quello finto.

Nessuno sa se in questo gesto autolesivo, dovevano morire tutti e due, come poi è successo. Di certo, la dolorosissima storia avvenuta in provincia di Padova ci racconta molte fragilità dei nostri figli. Cercano di essere all’altezza delle aspettative che la vita ripone nei confronti della loro adultità. Ma poi, un esame che non viene superato può rappresentare un ostacolo percepito come insormontabile. Fallire una prova per una o due volte, per alcuni dei nostri figli è come sentirsi falliti su tutto. Così dicono a se stessi: io mi fermo qui.

Molti si chiudono nelle loro stanze e con il loro stato di “ritirati sociali” fanno capire al mondo che non hanno più intenzione di partecipare attivamente alle sfide che la vita proporrà loro. Si chiudono in metaforici  spogliatoi dell’esistenza e lasciano che siano gli altri a scendere sul campo di gioco. Altri, come Riccardo, provano a mantenere un’identità “fake” (ovvero finta) che continua ad apparire soddisfacente agli occhi degli altri. Raccontano ai genitori che studiano, passano esami, si laureano, hanno un lavoro. Ma non è vero niente. Prolungano un tempo di “non verità” intorno al quale strutturano un’identità che non esiste, perché nulla di ciò che raccontano e mostrano di sé sta avvenendo nella realtà vera, quella dei fatti concreti e certificati.

Restiamo colpiti da queste storie, senza renderci conto che tutti noi, implicitamente, stiamo facendo nei social la medesima cosa. Ci mostriamo nella versione migliore di noi stessi, sempre felici e sorridenti, vestiti bene, mentre viviamo momenti spensierati e invidiabili. Spesso dietro quelle immagini virtuali, si nascondono pezzi di vita reale ben differenti, sofferenze celate che nessuno vede e conosce. Ciò che conta è apparire felici, al top, “a cavallo” e “a briglia sciolta” nella vita. Il tema che tiene insieme tutte queste “non verità” è probabilmente che spesso non siamo in grado di abitare il dolore e la frustrazione della sconfitta. Ci appassioniamo alla realtà non per come è, ma per come la vorremmo. E poi non riusciamo più a stare con i piedi per terra, quando qualcosa di faticoso e doloroso ci impone di prendere consapevolezza dei nostri limiti, delle nostre vulnerabilità e fragilità. Ci imponiamo di continuare a sorridere, mentre dovremmo prenderci la responsabilità delle nostre lacrime inevitabili.

Anche ai nostri figli, spesso chiediamo di essere sempre felici, di non imporci il loro disagio, le loro tristezze. “Ma dai non piangere, che tutto passa.”. Gli organizziamo feste, gli compriamo regali immaginando che così non sentano il dolore. Ma il dolore non puoi cancellarlo, al contrario devi riuscire ad abitarlo se poi vuoi attraversarlo e venirne fuori. Imparare a maneggiare il dolore senza lasciare che ci distrugga: è questo che dobbiamo imparare a fare tutti. Noi genitori prima di tutto, perché se sappiamo farlo noi, ci riusciranno anche i nostri figli.

 
 
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