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Soul, un film affascinante ma con poca anima

31/12/2020  Il nuovo lungometraggio della Disney/Pixar, disponibile in streaming, tra suggestioni new age ed elogi dell'essenziale, ha una confezione impeccabile, ma non riesce a emozionare davvero. La recensione di Massimiliano Padula, docente della Pontificia università lateranense. Su Famiglia Cristiana in edicola, l'intervista al regista Peter Docter

di Massimiliano Padula, docente alla Pontificia università lateranense e presidente del Copercom

Cento minuti per demolire il sogno americano. A farlo non è un film indipendente di un circuito alternativo e underground, ma Soul, l’ultimo colosso d’animazione firmato da Disney e Pixar disponibile in streaming dal giorno di Natale. Più di un secolo di “self mad man” capovolto da una parabola animata da buoni sentimenti che sfociano nella più semplice delle morali: niente rincorsa spasmodica all’autodeterminazione e neanche consacrazione dei propri sacrifici. Ciò che conta nella vita è la vita stessa, nel suo insieme e nei suoi dettagli, anche quelli apparentemente più insignificanti.

Soul è la più classica delle decostruzioni narrative sapientemente travestita dall’immancabile patina di perfezione stilistica disneyana. Il lungometraggio è formalmente impeccabile, affascinante e unico nella sua composizione scenica. Il regista e sceneggiatore Pete Docter dopo l’amore e la vecchiaia (Up, 2009) e le emozioni interiori (Inside Out, 2015), ritorna a indagare evidenze e abissi dell’animo umano scegliendo la morte come filo conduttore. Quella di Joe Gardner, il protagonista, (anti)eroe postmoderno, illusorio come quel desiderio che lo ossessiona da sempre: essere un jazzista di grido e liberarsi dalla frustrazione del lavoro di insegnante di musica in una scuola media. Ma, mentre è in procinto di raggiungere l’agognato traguardo, cade in un tombino e si ritrova, suo malgrado, in un limbo che conduce all’altro mondo.

Scordatevi paradisi, purgatori e inferni così come l’universo alternativo popolato dai simpatici scheletri defunti del sempre disneypixeriano Coco (2017). L’aldilà è una sorta di dimensione fisico-quantistica gestita da linee antropomorfe che hanno due compiti: contare i dipartiti per indirizzarli verso la meta definitiva e preparare le nuove anime (simili a particelle di sodio di una nota pubblicità di acqua minerale) a diventare donne e uomini degni di vivere sulla terra.

Gardner non si rassegna alla fine e ritorna tra i vivi spacciandosi per mentore dell’unica anima che, nel corso dei millenni, non aveva mai voluto corporizzarsi. Con lei inizierà una sorta di autopsicanalisi che lo porterà alla personale ricerca della felicità. Che non troverà nell’esibizione trionfante con il quartetto jazz più figo di New York, ma in un seme di albero, in un trancio di pizza, nel ricordo del padre, nella riconciliazione con la madre e nell’insegnamento ai ragazzi che aveva per troppo tempo disprezzato.

Soul piacerà (o non piacerà) a grandi e piccini. L’aurea filosofica sulla ricerca del senso dell’esistenza può renderlo ostico per i più piccoli e stucchevole per gli adulti. Tuttavia il film non lascia indifferenti e si inserisce a pieno titolo nel filone cinematografico della New Age che, dagli anni Settanta del secolo scorso, popola il piccolo schermo di angeli e demoni, di fantasmi, di buchi neri, di fiducia nell’ultraterreno e di fenomeni paranormali. Tra spiritualità prêt-à-porter, elogio dell’essenziale, anime perdute e poi ritrovate, la pellicola pur non dispiacendo, manca spesso proprio di ciò che caratterizza il suo intreccio: l’anima. Soul per certi versi è un film antipatico (anti + pàthos) perché castra le nostre aspirazioni e non innesca quel meccanismo che la settima arte ha sempre provocato: identificarci in vite straordinarie. Non c’è niente di male. A riportarci alla realtà ci penserà il the end.

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