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domenica 05 dicembre 2021
 
La Chiesa e i suoi missionari
 

Suor Alicia e i muri da abbattere

28/06/2015  «Come comboniane ci siamo chieste come restare cristiane in questa realtà di conflitto, in una situazione costante di violenza, come restare una presenza di riconciliazione». Le parole sono della missionaria comboniana Alicia Vacas Moro. Le religiose sono a Betania, vicino a Gerusalemme. La presenza di riconciliazione l’hanno realizzata difendendo il diritto dei bambini palestinesi di andare a scuola, affiancando la lotta dei beduini, intrecciando dialoghi di pace, ma anche denunciando e combattendo la tratta dei migranti in Israele. Per queste ragioni a suor Alicia e alle sue consorelle Pax Christi ha anche assegnato il Premio “Ponti e non muri 2015”.

Ci sono interviste difficili, ce ne sono altre che “vengono da sole”. È il caso di suor Alicia Vacas Moro, comboniana, a cui meno di un mese fa è stato consegnato, nella sede delle Comboniane di Verona, dal vice-presidente di Pax Christi Italia Sergio Paronetto, il premio “Ponti e non muri 2015”.

Consegnato a lei, ma assegnato a tutte le suore missionarie comboniane di Betania (Gerusalemme), in quanto “donne a fianco di un popolo che resiste”. Donne che “hanno accompagnato i bimbi palestinesi alla scuola dei diritti di tutti, hanno affiancato la lotta dei beduini, hanno intrecciato dialoghi di pace, ma hanno anche denunciato e combattuto la tratta dei migranti in Israele, consapevoli che la pace può camminare solo a fianco della giustizia”.

Di suor Alicia colpisce il sorriso, che la accompagna in qualsiasi situazione, a Betania, dove ha vissuto sette anni, come a Verona, dove ora si occupa delle sorelle anziane. Una storia di “resistenza” quella in Terra Santa, a un sistema folle che permette che dei bambini per andare a scuola debbano essere letteralmente lanciati dai genitori attraverso una finestrella su un muro alto 8 metri, e ripresi dall'altra parte dalle suore. Dalle braccia di mamma e papà alle braccia delle maestre. Un atterraggio dolce, se non fosse per quei mitra puntati sui bambini. Se non fosse per la situazione surreale, se non fosse per il dolore che poi anche quella finestrella, unico collegamento fra la Betania palestinese e quella israeliana, è stata chiusa, per sempre.

Un anno scolastico, poi niente più braccia, niente più sorrisi, solo separazione forzata. Benvenuti nel luogo più bello ma, nello stesso tempo, più assurdo del mondo. Il luogo dove il Creato vive le ferite più gravi e purulente, con muri, filo spinato, reticolati, montagne di detriti, fossati, a tenere ben separati due popoli, alimentando l'odio reciproco. Ma bisogna continuare a lavorare per abbattere quei muri, «fare breccia, per lasciar passare la mano».

Una delle missionarie comboniane assiste un beduino a Betania, in Palestina. In copertina: suor Alicia Vacas Moro con alcuni dei bambini a cui faceva scuola prima che il muro costruito da Israele ne impedisse la frequenza.
Una delle missionarie comboniane assiste un beduino a Betania, in Palestina. In copertina: suor Alicia Vacas Moro con alcuni dei bambini a cui faceva scuola prima che il muro costruito da Israele ne impedisse la frequenza.

Come fare breccia?

Suor Alicia e le sue consorelle non si sono fermate, sono andate oltre quella barriera di cemento, che a Betania gira attorno alla loro scuola materna. Ma come fare breccia? Disegnando alberi sul muro, proprio là dove i soldati gli alberi li hanno tagliati. Non è la stessa cosa: non profumano e non ci si può arrampicare, ma è il simbolo di una comunità che non si arrende, a cominciare dai più piccoli, quelli che per primi “entreranno nel Regno dei Cieli”.

All'inizio c'era un punto di passaggio, poi nel 2009 c'è stata la chiusura definitiva, niente più vani. «Maestra, è chiuso, è chiuso», si disperavano i bambini. In un primo momento percorrevano i 18 chilometri per arrivare attraverso l'altro check point (quello di Gerico), poi le code infinite e i controlli assurdi hanno stremato le famiglie. Cinquantasei bambini, poi 11, poi 4. Alla fine, hanno rinunciato, così come i padri spesso, per lo stesso motivo, rinunciano al lavoro.

«Siamo state separate dai nostri bambini, dalle case dei cristiani, dalla chiesa di Lazzaro, Marta e Maria, che era il senso della nostra presenza lì», spiega suor Alicia. «In un solo giorno, senza muoverci, abbiamo cambiato Stato. Eravamo sotto l'Autorità Palestinese, oggi siamo un quartiere arabo di Gerusalemme, sotto Israele, con tutto quello che ha comportato anche dal punto di vista dei servizi: la rete, i rifiuti, gli allacciamenti, tutto cambiato. Betania non è più il luogo “romantico” dove Gesù incontrava i suoi amici, è una delle tante frontiere dalle quali passa il muro di separazione, un modo per accaparrarsi la terra palestinese».

Ma ancora una volta non bisogna arrendersi. Ecco allora che le comboniane hanno preso in affitto dai francescani un appartamento dalla parte palestinese e hanno ricominciato. «Come comunità ci siamo interrogate e ci siamo rese conto che non potevano essere altri a decidere da che parte doveva stare la comunità, ancora meno poteva farlo un muro, e quindi alcune di noi sono “passate dall'altra parte”, scegliendo di vivere nelle case dove abitano le famiglie cristiane, per condividere e sostenere questa presenza sempre più esigua».

In Israele resta la casa di spiritualità, con l'asilo (frequentato dai bambini palestinesi israeliani), l'accoglienza ai pellegrini e l'assistenza alla cura pastorale. Di là c'è la battaglia più dura; si lavora per la tutela dei diritti umani e si lotta contro l'ingiustizia che abbatte le tende dei beduini. E li lascia privi di scuole, ospedali e qualsiasi infrastruttura di base.

Ma le brecce si sono create,
e in varie direzioni. «In una situazione di conflitto non puoi stare solo da una parte, anche se ti verrebbe voglia. Ma avvicinare gli israeliani non è facile. I passi possono nascere solo dall'incontro personale, e non puoi farlo da sola. Perciò ci siamo rivolte alle associazioni israeliane che tutelano i diritti dei palestinesi, ci sono rabbini, ci sono medici. Con loro abbiamo approntato una clinica mobile nei Territori Occupati, in modo da portare servizi sanitari specialistici anche nei villaggi, in zone di conflitto e di tensione, nei posti più emblematici. E, assieme ai servizi sanitari, anche messaggi di solidarietà».

Le Comboniane hanno anche denunciato una rete di traffico di esseri umani, che attraverso il Sinai arrivavano sfiniti a Tel Aviv. «Avevano le gambe bucherellate dai proiettili, ustioni, segni di tortura, le donne chiedevano di abortire i figli della violenza».

Difficoltà tante, ma a suor Alicia la Terra Santa è rimasta nel cuore. «La Terra Santa è storia, tradizione, ma anche paure e ferite, è intreccio di popoli con tutto quello che può dare. È la sfida di vivere con un piede in tante scarpe, e questo è qualcosa di unico. In una giornata potevo stare seduta per terra con i beduini, poi andare a Tel Aviv, che è una città moderna, poi tornare a Gerusalemme, nei luoghi santi. Come comboniane ci siamo chieste come restare cristiane in questa realtà di conflitto, in una situazione costante di violenza, come restare una presenza di riconciliazione. Il rischio è lasciarsi prendere dalla rabbia, dalla disperazione. Devi fare i salti mortali, ma è molto, molto arricchente. Questo mosaico di popoli, culture, tradizioni, religioni, ti allarga il cuore».

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