«De tutt quel che gh’è scritt in del Vangel / ghe tanta gent che cred savè tusscoss, / ma vist che hinn rob che gh’entren cont el ciel, /lor su la terra viven de baloss».

Inizia con questi endecasillabi il Vangelo in milanese di don Edo Mörlin Visconti,
66 anni, ordinato sacerdote nella Diocesi di Gulu, in Uganda, ma con ben salde radici meneghine. El Vangel, una libera traduzione in versi di alcuni episodi della vita di Gesù, è stato pubblicato quest’anno dalla casa editrice Mimep. Gli endecasillabi sono accompagnati dalla traduzione in italiano, da un Cd audio in cui 12 brani sono recitati dall’autore e dall’attore Marino Zerbin, da 24 tavole del pittore Francesco Roda, che alternano differenti versioni della facciata del Duomo con gli episodi evangelici.

Non è la prima traduzione di don Edo: “Anni fa, tradussi il Vangelo in acioli, il dialetto parlato nella mia diocesi, e vidi che la gente ne capiva finalmente la bellezza. Allora – mi dissi – perché non farlo anche per la mia tribù di origine, i lombardi?”. Il primo testo, composto tanti anni fa, furono le Nozze di Cana: “Si sposava un mio amico varesotto e quello fu il mio regalo. Da allora, iniziai a stampare alcuni opuscoli con i vari episodi e sui misteri del Rosario”. Arrivò poi uno spettacolo teatrale, sempre in milanese, El Vangel per el dí d’incoeu (Il Vangelo per il giorno d’oggi), e ora il libro.

I proventi sono sempre a favore di progetti di sviluppo nel nord dell’Uganda, segnata da 22 anni di guerra; così, in questi anni, le storie evangeliche raccontate con ironia e un sorriso hanno contribuito alla costruzione di una scuola, un dormitorio, vari pozzi e le abitazioni per alcuni sacerdoti della diocesi. Infatti, il legame tra Milano e l’Africa ha segnato tutta la vita di questo sacerdote, missionario e poeta.

La ricchezza della sua vena poetica nasce da due fiotti di sangue: uno milanese, come le guglie del Duomo (suo fratello è il direttore della Veneranda Fabbrica del Duomo) e il dialetto parlato in famiglia; e uno africano, come la terra della sua Uganda. Se il dialetto napoletano canta e conclama una visione solare della vita, quello milanese – la lingua del Porta e del Tessa – conserva una sua particolare vocazione all’umiltà, all’ironia e alla concretezza un po’ burbera e schiva: quel sorriso sulle cose, quella luce “lombarda”, quello sguardo che entra nei particolari e li trasfigura.

Così don Edo ci racconta che “a Nazaret, sicchè, gh’era ona tosa de nomm Maria, de circa sedes ann,tucc saveven che l’era la morosa del legnamee Giusepp, vun senza ingann”… Nei 40 testi poetici, il capoluogo lombardo torna continuamente nella vita di Gesù, pur avvenuta sotto i cieli della Palestina; le strade e le piazze di Gerusalemme si trasformano, in qualche modo, attraverso la magia della poesia, nelle strade della Milano popolare e cristiana.

E così, nell’episodio di “Gesù tra i dottori del tempio”, don Edo fa dire a Giuseppe: bisognerebbe portare il ragazzo a vedere il “Domm”. Ma poi, stanco della confusione cittadina, senza passare per gli Obej Obej (la tradizionale festa del patrono milanese Sant’Ambrogio) con Maria riparte subito per tornare alla tranquillità della sua Nazareth. Poi i due si accorgono di aver perduto Gesù e tornano sui loro passi. Verso Gerusalemme. O forse verso Milano…