di Ludovico Bianchi

Sarà la prima grande riunione dei vescovi americani dopo l’elezione, lo scorso 8 maggio, del primo pontefice statunitense, Leone XIV. Da oggi a mercoledì 13 novembre, nella città di Baltimora, nel Maryland, si terrà l’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale degli Stati Uniti (USCCB, acronimo di United States Conference of Catholic Bishops), un appuntamento cruciale per definire il futuro dell’episcopato americano. In questa occasione verrà eletto il nuovo presidente della Conferenza, dal momento che l’attuale, monsignor Timothy Broglio – ordinario militare per gli Stati Uniti, eletto nel 2022 – è giunto al termine del suo mandato. Ma oltre al rinnovo delle cariche, i vescovi dovranno affrontare questioni ben più urgenti e delicate. Tra queste, come si legge nell’ordine del giorno, «l’evoluzione della situazione dei migranti e dei rifugiati». Un tema che infiamma il dibattito politico americano e che la Chiesa non può eludere, tanto più ora che la politica migratoria del presidente Donald Trump, al suo secondo mandato iniziato a gennaio, ha assunto toni brutali. Le espulsioni di massa e le operazioni su larga scala dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), che hanno colpito anche immigrati perfettamente in regola e senza precedenti penali, hanno destato profonda inquietudine in ampi settori dell’episcopato.

La voce di Leone XIV

Il Papa americano non è rimasto in silenzio. Più volte, negli ultimi mesi, Leone XIV è intervenuto con parole nette a difesa della dignità dei migranti e dei detenuti. Il 4 novembre, rispondendo alle domande dei giornalisti, aveva commentato il capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo: «Alla fine dei tempi ci sarà chiesto: come avete accolto lo straniero? Lo avete accolto o no?». E ha aggiunto: «In queste parole c’è materia per una profonda riflessione. Molti di coloro che hanno vissuto per anni senza mai creare problemi sono oggi profondamente colpiti dalla situazione presente». Una presa di posizione che mostra quanto Leone XIV intenda radicare il suo pontificato nella fedeltà al Vangelo, con uno sguardo pastorale e umano sulle ferite sociali del suo Paese d’origine.

La consacrazione al Sacro Cuore

Tra i temi che saranno discussi a Baltimora figura anche la consacrazione degli Stati Uniti al Sacro Cuore di Gesù, fissata per il 12 giugno 2026, in occasione del 250º anniversario dell’indipendenza americana. Un gesto di alto valore simbolico e spirituale, che segna la continuità del grande “rinnovamento eucaristico nazionale” avviato dall’USCCB e culminato con il Congresso eucaristico di Indianapolis nel luglio 2024. La devozione al Sacro Cuore, diffusa nel XVII secolo da santa Margherita Maria Alacoque, visitandina di Paray-le-Monial, monaca dell'Ordine della Visitazione e mistica francese, canonizzata da Benedetto XV nel 1920, ha un legame profondo con il culto eucaristico. La storia della Chiesa mostra come numerosi Paesi abbiano scelto di consacrarsi al Cuore di Cristo: il Messico nel 1914, la Spagna nel 1919, la Polonia nel 1920. Più recentemente, nel marzo 2020, il cardinale Antonio Marto rinnovò al santuario di Fatima la consacrazione di Spagna e Portogallo, includendo altri 22 Paesi, tra cui Albania, Cuba, Slovacchia, Moldavia, Tanzania e Timor Est. Durante l’assemblea, oltre alla discussione sul bilancio della Conferenza, si parlerà anche dell’attuazione del Sinodo sulla sinodalità, dell’insegnamento di Laudato si’ e del ruolo dei laici nell’evangelizzazione.

Un episcopato diviso

L’assemblea si preannuncia però tesa. Le divisioni all’interno dell’episcopato americano sono ormai evidenti, in particolare riguardo alla linea da tenere nei confronti dell’amministrazione Trump e del suo vicepresidente, J. D. Vance, cattolico praticante neoconvertito e convinto sostenitore delle politiche del presidente. Molti vescovi guardano con preoccupazione alla durezza dei provvedimenti anti-immigrazione, ma finora la Conferenza episcopale non ha espresso una posizione unitaria. Solo singoli presuli hanno preso parte a manifestazioni e iniziative in difesa dei migranti.  A ciò si aggiunge un altro motivo di tensione: la sospensione, decisa da Trump all’inizio del suo mandato, dei programmi di cooperazione internazionale dell’agenzia USAID, che in passato finanziava numerose ONG cattoliche.

Dieci candidati per il futuro dei vescovi americani

L’elezione del nuovo presidente dell’USCCB sarà dunque un passaggio cruciale, e non solo per la Chiesa americana. La presenza di un Papa statunitense sul trono di Pietro rende il contesto ancora più carico di significati. Il mandato di Broglio, segnato dal Sinodo del 2023, dal Congresso eucaristico del 2024 e dall’elezione di Trump, è stato interpretato come un periodo di “compromesso” più che di “continuità”. Ora, la sfida sarà eleggere un presidente capace di rappresentare la pluralità delle anime della Chiesa statunitense, sempre più polarizzata tra chi rifiuta l’eredità di Francesco e chi ne abbraccia la visione pastorale. Tra i dieci candidati alla presidenza e alla vice-presidenza dell’USCCB figurano nomi di peso. Monsignor Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, è noto per il suo apostolato digitale attraverso il canale Word on Fire. C’è poi monsignor Edward Weisenburger, arcivescovo di Detroit, voce profetica a favore dei diritti dei migranti, contro la pena di morte e per una pastorale fondata sulla misericordia: uno dei vescovi più vicini allo spirito di papa Francesco. A Baltimora si giocherà dunque una partita decisiva non solo per la Conferenza episcopale americana, ma per capire quale volto assumerà la Chiesa negli Stati Uniti ai tempi di Leone XIV. Una Chiesa chiamata a ritrovare unità e coraggio evangelico in una stagione di profondi mutamenti politici e spirituali.

 

nella foto, l'arcivescovo Timothy Broglio.