C'è un’Italia che non compare nelle fotografie ufficiali della produttività, è l’Italia che invecchia in silenzio, tra le mura domestiche, affidando sempre più spesso la propria fragilità quotidiana a donne venute da lontano. Ogni mattina, prima dell’alba, migliaia di badanti attraversano la città, salgono su autobus periferici, entrano in condomini o case isolate, preparano medicine, sollevano corpi, non hanno camici bianchi né orari sindacalizzati, ma reggono l’equilibrio affettivo e pratico di un Paese che delega la cura a economie relazionali sommerse.

Nel 2024 sono 817.403 i lavoratori domestici regolarmente registrati all’INPS, in calo del 2,7% rispetto all’anno precedente, questi sono i dati dell’Osservatorio Lavoratori Domestici dell’Inps. La notizia che più colpisce è un sorpasso storico: per la prima volta le badanti (413.161) superano le colf (404.242). Il 50,5% dei lavoratori domestici è oggi impiegato in mansioni di assistenza diretta a persone non autosufficienti, riflettendo la trasformazione delle famiglie italiane, sempre più anziane, sole e bisognose di un supporto quotidiano che non può essere garantito né dal welfare pubblico né dalle reti familiari sempre più sottili.

D’altra parte, più di due terzi dei lavoratori domestici sono stranieri (68,6%), con una netta prevalenza di donne (88,9%), a indicare come l’Italia affidi la gestione della propria vulnerabilità quotidiana a una forza lavoro spesso invisibile, poco tutelata e stratificata per origine geografica, età e condizioni lavorative. Le badanti provenienti dall’Europa dell’Est costituiscono il blocco più ampio (34,8% del totale), seguono i lavoratori italiani (31,4%), ormai concentrati soprattutto in poche regioni (come. la Sardegna). L’internazionalizzazione della cura è accompagnata da una de-giovanilizzazione del comparto, i lavoratori sotto i 45 anni sono oggi solo il 24,9% del totale, mentre un quarto ha più di 60 anni, mettendo in luce la realtà di un settore che invecchia insieme alla popolazione che assiste.

Osservando le condizioni lavorative, emerge come le badanti lavorino di più anche in termini di tempo, nel 2024 il 33,7% lavora oltre le 50 ore settimanali, mentre tra le colf il 59,5% si attesta al di sotto delle 25 ore. Eppure, il 41,4% dei lavoratori domestici maschi e il 36,8% delle femmine guadagna meno di 5.000 euro l’anno. Il lavoro domestico continua a essere considerato un lavoro “minore”, marginale, nonostante la sua centralità nella tenuta del sistema sociale.

I dati del 2024 obbligano a riflettere mettendo in luce una particolare urgenza: a fronte dei cambiamenti strutturali e demografici del Paese, il lavoro domestico sta diventando il cuore della protezione sociale. Occorre pertanto un nuovo patto tra Stato e famiglie, che riconosca la cura come infrastruttura sociale da sostenere attraverso un investimento in politiche per l’invecchiamento, nella formazione dei caregiver, nella regolamentazione dignitosa del lavoro domestico e soprattutto nel ripensamento della cura come responsabilità collettiva.

*Sociologa, Ricercatrice presso Università Cattolica del Sacro Cuore