Per gentile concessione dell'editore Rubbettino, pubblichiamo il capitolo del libro Microcosmo Sicilia, di Salvo Guglielmino, dedicato al rapporto tra Pippo Baudo e Militello Val di Catania, suo paese d'origine, dove si sono svolti i suoi funerali

di Salvo Guglielmino

C’è una piccola chiesa a Militello Val di Catania, costruita accanto al sasso dove la leggenda vuole si sia fermato a riposare Sant’Antonio da Padova nel suo peregrinare a piedi da Lentini a Vizzini. Ma chi viene in questo paesone bianco e assolato, oltre ad appassionarsi alle sue tradizioni, al suo splendido barocco, alle colorate feste patronali, alla sua cucina indimenticabile, ha sempre cercato la casa natale di Pippo Baudo, un grazioso palazzo dalla facciata bianca e gialla, costruito in stile neoclassico nel corso del 1800 accanto a piazza Sant’Agata. Per moltii anni, Militello ha dovuto la propria fama a Pippo Baudo,  tanto è stato ancestrale, intimo, quasi simbiotico, il legame tra Pippo e la sua città. Nelle tante interviste rilasciate sulla sua straordinaria carriera, Baudo ricordava spesso la sua infanzia spensierata a Militello, i giochi all’aperto con i suoi amici, i parenti, l’oratorio, le aspettative dei suoi genitori, i suoi affetti più cari, i profumi della sua terra, unici al mondo. «Se chiudo gli occhi il profumo della caponata mi riporta indietro nel tempo e mi ricorda mia madre. Ci metteva una mattinata intera per prepararla. La caponata ha degli odori particolari, un misto di melanzane, zucchine, pomodori, peperoni. Ma va fatta con molta attenzione perché bisogna cucinare i vari ingredienti separatamente per poi riunirli e farne un sapore unico. Non è molto digestiva, infatti poi bisognava fare lunghe passeggiate», raccontó una volta in una lunga intervista al «Corriere del Mezzogiorno». Ma io, conoscendolo, aggiungerei anche il culto per il vino siciliano che non mancava  mai sulla sua tavola. Anche quando andava a cena fuori. 

Una sera a Napoli, la città italiana che forse Baudo ha amato di più nella sua vita, con la sua musicalità popolare, la genialità dei suoi artisti, l’insaziabile voglia di vivere, Pippo ordinò con estrema gentilezza al gestore: «Ci porti una bottiglia di buon vino “californiano”». Il poveretto strabuzzò gli occhi. E Baudo: «Tranquillo, la piccola California è la mia terra, la Sicilia. A casa mia, a Militello, c’era un carrettiere che aveva una botte sul carretto e dalla botte succhiava con la sonda il vino che veniva poi versato nelle bottiglie e si vendeva sfuso. Mi sembra di sentirne ancora gli odori. Il Nero d’Avola non era imbottigliato e si vendeva sfuso, costava poco ed era eccezionale. Oggi è un vino pregiato straordinario».  Baudo amava sorprendere le persone. Sapeva sempre come strappare un applauso, suscitare emozioni, stimolare ricordi meglio di chiunque altro. Citava a memoria le pagine di Capuana, di Verga, di Pirandello, «autori di fronte ai quali bisognerebbe inginocchiarsi», diceva sempre lui. La sua era una devozione profonda, quasi religiosa, alla storia, alla cultura, alle arti della Sicilia. Non senza una vena polemica. «Ci sono siciliani che fanno fortuna fuori e poi “snobbano” un po’ la nostra terra. Si fanno pigliare dall’aria del continente, che tra l’altro è una commedia che interpretò l’attore catanese Angelo Musco, e rinnegano le loro origini. Invece io ci tengo sempre a dire: sono siciliano. Io con Militello, il mio paese, ho un rapporto di contatto continuo. Quando vado lì nella mia casa, sento il senso dell’appartenenza. Respiro un’aria antica, come tornassi con mio padre, mia madre, i parenti. Io questo cordone non voglio spezzarlo, non lo farò mai».

Pippo era proprio così: un uomo semplice, umile, estremamente colto che conosceva e aveva saputo utilizzare le potenzialità dello strumento televisivo meglio di qualsiasi altro artista nel nostro Paese. Baudo non è stato solo uno dei pochi veri “show man” italiani, capaci di ideare programmi, intervistare personaggi di tutte le realtà, intrattenere il pubblico, suonare e cantare. Nessuno meglio di lui conosceva  il mercato discografico internazionale, i gusti del pubblico, scoprendo centinaia di giovani talenti. Tutti gli devono qualcosa, in fondo. È stato tra i pochi, in tanti anni di televisione, a saper “inventare” sempre qualcosa di nuovo e stimolante per il pubblico. Aveva saputo umilmente ricominciare, dopo stagioni di purgatorio, miscelando, in alcune sue fortunate trasmissioni, la cultura e la storia del nostro Paese con l’intrattenimento e lo spettacolo. Una rarità. In una stagione televisiva caratterizzata dalla desolante e debordante presenza di “talk” capitalizzati dalla politica, da troppi “talent show” e “reality”, Baudo aveva avuto il coraggio di bocciare questo “cocktail” pericoloso, difendendo il ruolo del servizio pubblico e di una Rai che deve cercare di “volare alto” con prodotti originali, raffinati, di grande qualità artistica e spettacolare. Una Rai che informa, intrattiene, educa. «Perché meravigliarsi della disaffezione giovanile allo studio, alla formazione professionale, al sacrificio per raggiungere risultati di qualità? I giovani rischiano di modellarsi su una televisione “guardona”, provinciale e invadente, sempre più oziosa e senza identità culturale».

Questo ha sempre sostenuto Baudo, in pubblico e in privato, con una punta di nostalgia per un servizio pubblico che facesse da traino al meglio della nostra produzione artistica e letteraria. Il fatto di mettere in onda “quiz” e “reality” è una delle dichiarazioni di impotenza e di sconfitta del mezzo televisivo. La professionalità non conta più niente. Viene premiato l’aspetto fisico del personaggio, la forza seduttiva dell’immagine, l’occasione trasgressiva, i pettegolezzi. Baudo, in tutta la sua carriera, ha sempre difeso la sua scelta coerente di proporre un modello più sobrio e meno volgare di fare spettacolo, meno legato alle logiche della pubblicità e del mercato e più in sintonia con la missione e la funzione di un vero servizio pubblico. Un uomo perbene, coerente con le sue idee. Non aveva mai rinnegato di essere stato democristiano, senza aver mai cavalcato o prevaricato i ruoli della politica, o cadere nella retorica della nostalgia della prima Repubblica. È stato sempre vicino alla cultura sociale di un sindacato libero come la Cisl, partecipando come “intrattenitore” (e sempre gratuitamente), a tante iniziative sindacali negli anni novanta. Romano Prodi, il suo amico Sergio D’Antoni, e tanti altri politici, più volte gli avevano chiesto di scendere in campo, di candidarsi financo a Presidente della Regione Sicilia. Avrebbe sicuramente vinto. Sarebbe stato un ottimo amministratore della cosa pubblica. Ma Baudo aveva sempre rifiutato di usare la sua popolarità per interessi personali, senza mai sottrarsi, però, nel dare il proprio contributo a campagne politiche e sociali nobili, di alto profilo, dispensando consigli e soprattutto distillando fiducia nel futuro, anche agli attuali amministratori. Era un uomo che si commuoveva quando parlava della sua terra, della sua famiglia, delle tante devastazioni morali e materiali. Ma sempre ottimista per il futuro della Sicilia. «È rimasta una bellezza infinita, unica al mondo, che i nostri progenitori ci hanno lasciato in eredità, sicuri che noi l’avremmo rispettata, questa natura. Cosa che non abbiamo fatto. Amara terra mia, amara e bella. Ma il bello vincerà. Il bello trionferà».