Il giorno e la notte, il ghiaccio e il fuoco, Bjorn Borg e John McEnroe non avrebbero potuto somigliarsi di meno: tecnicamente, fisicamente, nel carattere.

Lo svedese, per chi è nato negli anni Settanta icona indelebile del tennis, era una specie di Jesus Christ Superstar senza traccia di passione, biondo, algido, capace di stare in campo ore e di mandare ai matti qualsiasi avversario senza sbagliare mai quel diabolico rovescio bimane capace di passanti millimetrici (cosa non semplice con una racchetta di legno), senza mai perdere un istante la calma imperturbabile e senza neanche scomporre la chioma che portava bionda, leggermente ondulata, lunga fino alle spalle, fermata in fronte da una fascetta di spugna secondo la moda tennistica del momento.

John McEnroe, chioma incolta rosso scuro, ricciuta, occhi chiari, stessa fascetta ma il vezzo di asciugarsi il sudore con un frenetico mulinare di braccia, strusciandosi sul viso le maniche corte era quello che invece ai matti ci andava, nel senso che appena nel suo tennis creativo, rovescio a una mano e tocco di mani di fata, qualcosa andava storto, poteva erompere in sequenze irripetibili di improperi rivolti all’arbitro, al pubblico, al mondo. Oggi non finirebbe mezza partita, sommerso di warning, ma all’epoca la perdonavano pure a Connors e a Nastase, che quanto a turpiloquio non avevano rivali.

La rivalità Borg-McEnroe è stata una delle più iconiche della storia del tennis, proprio perché la loro diversità rendeva in campo nel combinato disposto una efficacia spettacolare: due Borg avrebbero fatto le ore piccole in campo addormentando il mondo, due McEnroe avrebbero scavalcato la rete con un balzo per finirla corpo a corpo come su un ring senza esclusione di colpi, ma gli dei del tennis hanno deciso di crearne solo uno per tipo e rompere lo stampo.

Nato a Stoccolma nel 1956 Borg, comincia per caso con una racchetta vinta dal padre a un torneo strapaesano di ping pong: il ragazzino affina la sua regolarità contro il muro di un garage. A 15 anni è nella squadra svedese di Davis, a 17 campione a Wimbledon Junior, nel 1976 perde a Parigi da Panatta e poi più. Dal 1977 al 1980 Borg sbanca il tennis (6 Roland Garros, 5 Wimbledon), butta giù Connors da un regno al vertice mondiale durato 160 settimane, un record che solo Federer supererà. Borg resta lassù ininterrottamente per 109 settimane. Precoce nell’emergere, a 26 anni è stanco delle righe del campo, saluta e se ne va senza aspettare il declino.

John McEnroe è nato nel 1959, in Germania da un ufficiale statunitense dell’Air Force One, che per dirla con Gianni Clerici «gliene ha lasciate passare troppe», precoce anche lui a 18 anni arriva in semifinale dalle qualificazioni a Wimbledon, mai nessuno era andato così avanti partendo da lì: in semifinale le prende da Jimbo Connors, quello che si esprime come lui quanto a “eufemismi”, ma con tanto più tennis alle spalle. McEnroe si vendicherà in semifinale nel 1979, vincendo poi il suo primo Slam in America contro Vitas Gerulaitis.

Iceborg, soprannome che allude al carattere glaciale, e McEnroe tra il 1978 e il 1981, il periodo che condividono nel tennis professionistico, si affrontano 14 volte, vincendo sette volte ciascuno. La finale di Wimbledon del 1980, come Italia-Germania 4-3, come Sudafrica-Nuova Zelanda a rugby davanti a Mandela, è la madre di tutte le partite, epica che va oltre lo sport per via del tie break più famoso della storia: 21 minuti e 34 punti. Non per niente produce un film. Alla fine vince Borg (1-6 7-5 6-3 6-7 8-6), ma è l’inizio del passaggio del testimone.

La regolarità fatta persona passa, nel breve volgere di pochi mesi, la racchetta e il vertice mondiale al genio e sregolatezza. Niente nel tennis di McEnroe somiglia ai manuali: il servizio è un’improbabile torsione, il rovescio in salto un’assoluta novità, ma è bello, imprevedibile, fantasioso, fuori di testa come il ragazzo che lo produce e che starà pure lui tre anni in cima al mondo. Ai tempi delle racchette di legno, di metallo poco dopo, che mai permetterebbero le cose concesse dagli attrezzi odierni, è una sfida alle leggi della fisica a ogni colpo. Eppure vanno a segno, mentre la mente sfida le leggi della concentrazione e dell’educazione.

Sarà Arthur Ashe, uno dei più grandi signori che il tennis ricordi a sintetizzarli, nelle loro differenze, così, da avversario di entrambi: «Borg e Connors vi prendono a colpi d’ascia. Mac vi lavora con uno stiletto: in pochi minuti buttate sangue da mille ferite».