di Adriano Bordignon*

La recente ordinanza della Cassazione n. 20415/2025, pur riferendosi a un caso molto particolare seppur non nuovo, offre un’occasione preziosa per riflettere sulle differenze strutturali tra il matrimonio e gli altri contratti.

Chi si sposa investe energie, tempo e risorse per progettare e costruire una vita comune. Queste risorse, una volta destinate alla famiglia, vi restano legate anche in caso di scioglimento del matrimonio. Nella maggior parte delle separazioni, infatti, qualcosa della famiglia sopravvive: il mantenimento, la cura dei figli, la necessità di una casa per accoglierli, la gestione di beni comuni che continuano a servire al nucleo familiare.

Pensare di “liquidare” la famiglia come si fa con una società, chiudendo conti e ripartendo attivi, significa ignorare la realtà di legami e responsabilità che non cessano con la rottura della convivenza.

Il matrimonio non è un semplice accordo mutualistico, stipulato per ricevere un servizio o un bene in cambio di altro, ma per costruire insieme un progetto di vita.

È un impegno reciproco che implica disponibilità a servire l’altro e a contribuire al benessere della comunità familiare senza condizioni né riserve mentali o regole già stabilite.

Qui sta la differenza sostanziale con i contratti: in questi ultimi, non costituendo il coinvolgimento esistenziale l’aspetto essenziale, si può programmare ogni aspetto, stabilire clausole di uscita, fissare termini e limiti. Nella famiglia, invece, la vita reale sfugge a qualsiasi schema rigido. Non si possono prevedere nascite, malattie, rinunce necessarie per il bene comune.

Un patto prematrimoniale, per sua natura, è invece un accordo anticipatorio: definisce oggi ciò che dovrebbe avvenire domani, subordinando scelte future al verificarsi di fatti incerti, condizioni, cui attribuire conseguenze economiche prestabilite. Così facendo, si introduce nel matrimonio una logica di controllo patrimoniale tipica dei rapporti contrattuali, che mal si concilia con l’idea di donarsi interamente e senza riserve.

Il rischio è trasformare l’unione coniugale in un normale rapporto a tempo indeterminato, dove l’impegno a contribuire al benessere familiare dura finché conviene.

Si finisce per misurare la vita familiare con gli strumenti pensati per le imprese. Tuttavia, la famiglia è molto di più, avendo come obiettivo non tanto la sostenibilità economica dell’attività svolta, quanto piuttosto la costituzione di un’unità sociale primaria, elemento essenziale e fondante della comunità e del bene comune, all’interno della quale i suoi membri svolgono un ruolo di rilevanza generale, trascendendo l’ambito meramente privato. Tutto ciò rende la famiglia, e la sua attività generativa di nuova vita e di cura reciproca, ma anche di socialità e solidarietà, una realtà che non si estingue con un semplice atto di volontà. Pertanto, rendere applicabile il patto prematrimoniale al matrimonio, significa mettere in discussione la realtà appena descritta, e snaturare il matrimonio, riducendolo a un semplice contratto di reciproca assistenza economica. È questo quello che vogliamo?

*Presidente Forum Associazioni Familiari